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L’Europa e la formazione dei lavoratori: i disastrosi dati Italiani

Il dodicesimo Rapporto sulla formazione continua del Ministero del Lavoro valuta il ritardo italiano rispetto alla centralità della funzione e della diffusione della formazione continua come una componente, una conseguenza di un ritardo più generale che riguarda i paesi europei dell’area del Mediterraneo, che subiscono gli effetti di un minore centralità della formazione e degli investimenti sulle capacità individuali nei propri sistemi nazionali di welfare per il lavoro e di sostegno allo sviluppo.


Il confronto europeo considera sia la formazione formale che le attività formative valutate come non formali: per la definizione di formazione formale e non formale si fa riferimento alla Classification Learning Activity (CLA) delle indagini Eurostat. Questa classificazione distingue tre macro tipologie di apprendimento: 1) istruzione formale, che comprende attività di formazione istituzionalizzate che conducono al conseguimento di certificazioni riconosciute formalmente all’interno del National Framework of Qualifications; 2) istruzione non formale, che riguarda le attività istituzionalizzate di apprendimento che non rientrano nel National Framework of Qualifications; 3) apprendimento informale, che comprende tutte le attività non istituzionalizzate e che possono essere realizzate in qualsiasi luogo. All’interno di queste tre macro tipologie, la formazione continua riguarda essenzialmente sia le metodologie comprese nell’istruzione formale sia quelle comprese nell’istruzione non formale.

Se consideriamo i valori medi di partecipazione da parte degli adulti (25-64 anni) tra attività di formazione formale e non formale per alcuni Paesi europei, la distribuzione dei Paesi prevede come fattori determinanti  la presenza di modelli di intervento a supporto della formazione continua, la cui caratterizzazione secondo il Rapporto può dipendere:

a) da un livello massimo o minimo di supporto pubblico con forme di finanziamento diretto e/o tramite servizi;

b) dalla possibilità di intervento delle Parti sociali nella gestione delle risorse;

c) dalla presenza/assenza di un sistema di distribuzione e gestione delle risorse su base territoriale (regionale o provinciale);

d) dalla presenza/assenza di un sistema integrato che coinvolge i livelli di qualificazione dei processi formativi, a partire dal riconoscimento delle competenze acquisite e dalla qualità dell’offerta formativa ad esso legata.

Il mix di questi elementi incide quindi sul posizionamento assunto dai singoli Paesi. In fondo alla classifica troviamo quindi alcuni Paesi mediterranei con valori al di sotto della media UE sia per la partecipazione ad attività formali che non formali: tra questi troviamo l’Italia, la Grecia e la Turchia. Tuttavia anche la Germania non sembra brillare, se consideriamo questa valutazione comparata, soprattutto rispetto al peso della formazione non formale.

In posizione intermedia troviamo due poi gruppi di Paesi: la Polonia, l’Irlanda e il Portogallo, con uno scarso ricorso ad attività non formali ed una quota di partecipazione ad attività formali superiore alla media; il Lussemburgo e la Spagna, con un livello basso di attività formali, ma oltre la media per quelle non formali. Entrambi i gruppi presentano alcune caratteristiche di base molto simili rispetto alla bassa qualificazione della popolazione ed una relativamente bassa competitività del sistema produttivo. I Paesi con livelli di partecipazione sopra la media UE sia per le attività formative formali che non formali sono Austria, Norvegia, Regno Unito e Svezia, che  presentano livelli di partecipazione proporzionale tra attività formative formali e non formali,  Slovenia e Olanda si caratterizzano per un investimento maggiore per le attività formali, mentre per Danimarca e Svizzera l’investimento maggiore è per le attività non formali, che presentano maggiori aspetti di innovazione.

Se consideriamo il numero di mesi impegnati in attività formativa durante tutto l’arco della vita lavorativa il Rapporto sulla formazione continua 2010-2011 conferma quanto analizzato per gruppi di paesi:

  • • in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia un lavoratore nel suo ciclo di vita lavorativo arriva a dedicare quasi un anno intero ad attività formative, mentre la Germania si avvicina ai nove mesi;
  • • dedicano quattro mesi alla formazione i lavoratori statunitensi e inglesi e poco meno i polacchi e i coreani;
  • • i lavoratori italiani, greci e turchi superano di poco un mese di formazione per l’intero ciclo di vita lavorativo.

Va notato come la presenza di un forte investimento e di una maggiore diffusione della formazione continua riguardi soprattutto  realtà territoriali con una tradizione di investimenti consistenti nelle politiche attive del lavoro, caratterizzati spesso da un approccio di tipo universalistico nell’erogazione dei servizi formativi: possiamo trovare un sistema a forte base pubblica oppure un sistema misto, oppure ancora un modello fortemente legato all’autoregolazione delle imprese , in ogni caso la formazione continua nei sistemi più efficienti fa parte degli aspetti di base del diritto-dovere dei modelli di promozione sociale e di welfare per il lavoro.

Gli impatti che ciascuna politica attiva di stimolo alla formazione continua hanno sul sistema e sui singoli lavoratori possono essere misurati sulla base di alcuni significativi indicatori forniti in particolare dall’OCSE. Nello specifico l’Istituto calcola, sulla popolazione di 25-64 anni, le ore attese di istruzione e formazione non formale per tutta la durata del ciclo lavorativo. La comparazione dei dati ci mostra un altro aspetto interessante, evidenziando , come viene affermato dal Rapporto, “come una elevata produttività del lavoro non sia legata alla durata del tempo di lavoro, quanto alla possibilità di disporre di organizzazioni aziendali efficaci, di una forza lavoro formata adeguatamente e di un sistema di servizi alle imprese efficiente, tutti elementi che premiano proprio quei Paesi che hanno una minore durata media di ore di lavoro”.

Il commento ai dati del Rapporto esprime quindi preoccupazione rispetto all’andamento di questi fenomeni nei paesi dell’area mediterranea, che non riescono a valorizzare la formazione continua come necessario durante questi anni di crisi, soprattutto rispetto a paesi come, ad esempio, Gran Bretagna e Germania, che reputano la formazione continua come una delle leve strategiche con funzione anticiclica per il superamento dei periodi di crisi.


Formazione continua: il confronto tra le regioni italiane

Per avere un quadro sistematico della situazione italiana e dell’impatto della formazione continua nei sistemi regionali del lavoro è importante valutare la relativa mappatura realizzata rispetto alla partecipazione degli adulti alle attività della formazione formale e non formale nelle diverse regioni italiane e presente nel dodicesimo Rapporto del Ministero del Lavoro sulla formazione continua. Da questa mappa escono dati interessanti.

Il benchmark europeo viene infatti misurato anche su base territoriale ed in Italia i modelli, gli investimenti e le performance regionali sul lavoro e sulla formazione sono significativamente diverse tra loro. L’analisi del relativo grafico pubblicato sul rapporto rende chiara una evidente relazione tra le caratteristiche del tessuto produttivo su base regionale e il comportamento rispetto alla formazione.

In questo senso, come emerge dal commento ai dati, si evidenziano due aggregati con caratteristiche opposte: da una parte le regioni meridionali nel loro insieme, con tassi poco elevati rispetto alla formazione non formale, non a caso legata maggiormente al mercato del lavoro ed ai processi innovativi, e più elevati rispetto a quella formale; dall’altra le regioni centro-settentrionali con valori opposti. Situazioni intermedie sono riscontrabili per alcune regioni, quali Lazio, Sardegna, Valle d’Aosta e Marche: ad eccezione di questa ultima regione, che ha un tessuto industriale solido, si tratta di realtà che presentano peculiarità produttive specifiche (molto forte la presenza del terziario legato anche alla pubblica amministrazione) e che rappresentano realtà socio-economiche in transizione, fuori dalla condizione di arretratezza, ma che vedono ben presenti alcuni valori di difficoltà e scarsa autonomia territoriale, quali il livello di disoccupazione o una relativa scarsa propensione verso l’export delle proprie produzioni.

In ogni caso nessuna regione italiana al 2011 si avvicina al benchmark europeo: un dato che peggiora persino il dato negativo sull’efficienza del mercato del lavoro nei sistemi regionali ( in cui solo quattro regioni italiane su venti erano superiori alla media europea). Vale inoltre la pena riportare il commento ISFOL a questo fenomeno : “ la presenza più significativa della formazione formale nelle realtà meno sviluppate del Sud esprime un bisogno di apprendimento che continua a incanalarsi troppo spesso su un’offerta di formazione standard e disallineata rispetto al tessuto produttivo” .

Questo è il motivo, secondo i ricercatori, che spinge molti giovani del Sud a  perfezionare il proprio percorso di apprendimento, anche se di tipo non formale, laddove le iniziative di formazione garantiscono una reale connessione con le caratteristiche del sistema produttivo, alimentando di fatto l’offerta di competenze e conoscenze specializzate nei territori già sviluppati del Nord. Una sorta di “ immigrazione per le competenze “ che costituisce un aspetto, peraltro poco analizzato, del processo di trasferimento dei giovani nelle regioni italiane.

Questa distinzione tra le due grandi famiglie della formazione continua è confermata se si analizza il  peso delle iniziative non formali in concomitanza con livelli di responsabilità in impresa o verso una propria attività: in particolare per i dirigenti, i quadri e i libero professionisti la formazione di tipo formale assume un valore residuale, mentre è rilevante per quei ruoli che prevedono obblighi specifici formativi, come gli apprendisti, o che possono essere all’inizio del percorso professionale, come i collaboratori. Si tratta quindi di intervenire, secondo il Rapporto, su un aumento della partecipazione ad entrambe le dimensioni dell’attività formativa, tenendo tuttavia conto di come in un sistema consolidato e dinamico il ruolo della formazione non formale tenda a crescere. Si può valutare il differenziale di performance e di efficacia del mercato del lavoro tra i sistemi regionali italiani anche attraverso questo punto di osservazione, che conferma la debolezza dei sistemi regionali del lavoro italiani rispetto ai fondamentali dello sviluppo e ne definisce le differenze ed i limiti.

 

 

Partecipazione ad attività di formazione e istruzione formali e non formali degli occupati italiani

25-64 anni per condizione professionale (val. % e ass.; anno 2010)

 

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Formale (%) Non formale (%) Totale (v. a.)

 

01 – Dirigente     1,5     13,2     413.067

02 – Quadro    2,3     11,6     1.162.110

03 – Impiegato    2,3    6,4       6.975.463

04 – Operaio    0,7     1,8       7.356.754

05 – Apprendista    5,9     6,2       56.458

06 – Lavoratore a domicilio     0     1,9       6.514

07 – Imprenditore      1,2     4,3       231.802

08 – Libero professionista     1,7     12,1      1.105.894

09 – Lavoratore in proprio     0,5     2,3        3.265.675

10 – Socio di cooperativa     0,9     2,7        36.343

11 – Coadiuvante      1,2     1,7        307.403

12 – Collaborazione Co. Co.     7,4     6,8        262.903

13 – Prestazione occasionale     8,8     6,6        72.776

 

Occupati                 1,5    4,8     21.253.162