Editoriale

Disoccupazione ai massimi e spesa dei fondi europei per il lavoro al minimo

Il Fondo sociale europeo sta per finire ed abbiamo utilizzato meno della metà delle risorse a disposizione. La media nazionale delle risorse spese a fine 2012 è il quaranta per cento, mentre quella delle regioni del Mezzogiorno è addirittura del trenta per cento. Siamo a poco più di un anno dal termine della possibilità di utilizzo delle risorse ed il rischio che la maggior parte dei fondi per il lavoro non venga speso è reale. Siamo il paese europeo con i maggiori problemi occupazionali, ma per molte regioni italiane si avvicina il rischio del disimpegno delle risorse comunitarie da destinare alle politiche ed ai servizi per il lavoro, ma che non sono state usate. Questo è quanto emerge dalle valutazioni svolte nelle scorse settimane dai tecnici della Commissione Europea che sono giunti in Italia per fare il punto con Il Ministero del Lavoro e con le Regioni sulla attuazione degli interventi e delle politiche finanziate dal Fondo sociale europeo, la “ cassaforte” europea che finanzia gli interventi per la formazione ed il lavoro.

L’utilizzo dell’FSE costituisce un intervento importante: il Fondo sociale europeo è ormai da più di un decennio lo strumento di finanziamento delle politiche del lavoro, della formazione e del sostegno all’imprenditorialità ed al funzionamento del mercato del lavoro. La scelta del legislatore italiano, con le riforme della fine degli anni novanta (governi Prodi e D’Alema) è stata quella di attribuire le maggiori risorse del Fondo sociale europeo alle regioni, chiamate a svolgere le funzioni di governo del mercato del lavoro e di promozione del capitale umano, confermate poi dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Il nostro Paese in questi anni non ha brillato per capacità e qualità della spesa e l’utilizzo del Fondo sociale europeo ha contributo a realizzare un vero e proprio paradosso: l’assenza di un sistema nazionale di intervento sul mercato del lavoro e di livelli rigorosi di prestazioni da garantire su tutto il territorio ha fatto si che le risorse che dovevano migliorare la coesione tra i territori attraverso il mercato del lavoro abbiamo favorito ed alimentato nella realtà una disconnessione, una separazione tra i territori, che in questi anni di crisi si è evidenziata in tutta la sua gravità: sono italiani sia i territori in cui il mercato del lavoro in Europa funziona meglio che quelli in cui funziona peggio, con una netta prevalenza dei secondi sui primi. Questi anni recenti, con l’avvio della nuova fase di programmazione avrebbero dovuto sostenere una migliore pianificazione delle politiche attive del lavoro e favorire un processo di coesione in grado di avvicinare le regioni e far funzionare il nostro mercato del lavoro in modo più omogeneo. Non è andata così. I dati che sono stati resi noti nelle scorse settimane sono al tempo stesso gravi, sconfortanti, ma anche prevedibili.

L’obiettivo di migliorare la capacità di spesa, di avvicinare i territori e di dare qualità alle politiche del lavoro è stato mancato in modo clamoroso e la stessa legge Fornero non può intervenire per migliorare la situazione, in quanto gli interventi di riforma attesi per le politiche ed i servizi per il lavoro difficilmente entreranno in vigore prima della prossima estate.

Questi i dati a novembre 2012 : nelle regioni del Centro Nord ( Obiettivo competitività) su più di 7 miliardi e 700 milioni di euro in risorse attivate, gli impegni di spesa sono di circa 5 miliardi e 400 milioni, quindi intorno al 70 per cento, ma quanto realmente pagato è intorno ai 3 miliardi e 750 milioni di euro, quindi meno della metà. Il Mezzogiorno ovviamente sta ancora peggio: le risorse programmate erano superiori ai 7 miliardi e 500 milioni di euro, quelle effettivamente attivate sono poi scese a poco più di 6 miliardi e 300 milioni di euro, mentre gli impegni di spesa sono inferiori ai 5 miliardi, ma le risorse spese davvero, quanto effettivamente è stato pagato è intorno ai 2 miliardi e 400 milioni: poco più del 30 per cento! La situazione è del tutto diversa da regione a regione, con alcune regioni del Centro Nord come l’Emilia ed il Veneto in grado a fine 2013 di spendere quanto impegnato e di avvicinarsi ad un buon utilizzo delle risorse, ma con buona parte delle altre regioni che si trova in un ritardo così forte da determinare il disimpegno. Calabria, Sicilia, Campania e Puglia sono seriamente in condizione di dover restituire i soldi. Proprio le regioni con maggiori difficoltà di bilancio e con più disoccupati dovranno restituire i soldi destinati ai progetti per il lavoro. A meno che l’intervento in extremis del Ministro della Coesione Barca possa recuperare queste risorse in progetti interregionali immediatamente attivabili, ma sembra una impresa quasi disperata, una extrema ratio che conferma la totale incapacità istituzionale di molte regioni italiane rispetto agli interventi sul mercato del lavoro.

Le motivazioni di questo disastro nella spesa dei fondi europei è molto chiara: questa difficoltà non fa altro che dimostrare, dati alla mano, quali siano le conseguenze di un sistema nazionale assente, di prestazioni non esigibili, di una totale regionalizzazione degli interventi senza strumenti di coordinamento, dell’assenza di verifiche e controlli nella spesa, della debolezza dei servizi per l’impiego, della irresponsabilità dei decisori, del mancato coinvolgimento o della disattenzione del sistema delle imprese alla centralità del capitale umano e delle competenze di chi lavora. Il mancato recupero della capacità e qualità della spesa per le politiche del lavoro è anche una conseguenza del rigorismo sul patto di stabilità, che ha impedito in molti casi agli enti locali di mettere a disposizione le risorse nazionali o regionali necessarie per il cofinanziamento. Un paradosso nel paradosso: il rigore contabile blocca l’accesso ai fondi e la promozione dei progetti.

Il triplo paradosso è poi il cortocircuito che questo fenomeno comporta: il rigore contabile e l’incapacità istituzionale impedisce il cofinanziamento ed ostacola la spesa, le regioni non spendono e quindi i territori virtuosi che hanno terminato i soldi perché li hanno usati bene non possono chiederne altri ed il governo non può richiedere a Bruxelles altri finanziamenti nazionali, visto che non si riesce a spendere quanto già stanziato, ma assegnato alle regioni.

Tra le conseguenze immediate di questa situazione: dal 1 gennaio 2013 il diritto-dovere per il disoccupato ad accedere alla nuova indennità di disoccupazione, l’Aspi, è seriamente compromesso dalla assenza in molte parti del Paese sia di servizi in grado di erogare gli interventi di orientamento che soprattutto di politiche attive in grado di sostenere il reimpiego, come richiesto dalla legge per accedere all’Aspi. I dati della Commissione Europea confermano quanto ormai molti osservatori pensano: per il nostro Paese non si tratta ormai di crisi, ma di declino.

Si ha crisi quando c’è un problema, una difficoltà, ma si ha il declino quando si perde la capacità di reagire e di utilizzare gli strumenti a disposizione contro il declino. In ogni caso al prossimo governo va suggerita una soluzione drastica: serve un sistema nazionale di controllo e verifica della capacità di spesa e la responsabilità dei territori va affermata sul serio, fino al commissariamento delle politiche del lavoro, come è stato fatto per la sanità. Nel caso della sanità avevamo un eccesso di spesa, ma l’eccesso di non spesa forse ha un significato anche peggiore, perché mostra una incapacità di fondo, che è quella di governo. 

Riforme al palo e mercato del lavoro nel caos

In questi mesi si è reso evidente come il recupero dello spread finanziario, realizzato grazie ai tagli della spesa dal governo Monti, non è sufficiente per determinare una ripresa dell’economia. Una parte del mondo politico e degli stessi economisti ritiene addirittura che gli interventi pesanti che si stanno rendendo necessari per limitare il debito e recuperare una maggiore solidità finanziaria stiano incidendo sui consumi e di conseguenza anche sull’economia. Quello che è certo è che l’occupazione non cresce ed il mercato del lavoro continua a non funzionare.

 

Iniziamo a capire che lo spread finanziario non è altro che la conseguenza della sedimentazione nel tempo di ben altri spread italici, che hanno via via allargato il divario tra il nostro paese ed il resto dell’Europa e che hanno arenato un po’ alla volta il nostro sistema nelle sabbie mobili della crisi e della mancata crescita. Tra questi spread e ritardi c’è davvero l’imbarazzo della scelta: l’educazione e la formazione, su cui il presidente dell’Istat Giovannini in questi giorni è intervenuto con dati davvero allarmanti; la produttività, oggetto di un tavolo specifico tra governo e parti sociali; la corruzione, su cui si è in attesa di specifici interventi di legge per limitare uno degli storici pesi che gravano sulle spalle delle nostre imprese. Formazione, produttività e corruzione: tre aspetti che tra loro sono collegati, disegnando una società immobile che in questi anni ha in parte cercato di costruirsi protezioni ingiustificate e che non ha saputo o voluto rispondere alla sfida del mercato, dell’innovazione e del merito.

Tra questi spread ne troviamo uno che ci sta particolarmente a cuore e che è del tutto complementare e collegato agli altri : il funzionamento del mercato del lavoro. Abbiamo avuto tre riforme, di portata generale e complessiva, in dieci anni, ma il mercato del lavoro in questi dieci anni non ha funzionato e continua a non funzionare. Eppure tutti sembrano molto legati a quanto è stato deciso e valutato in questi anni come fondamentale, anche a quanto non ha funzionato. Lo possiamo vedere e cogliere bene anche in questo numero del nostro magazine. Gli ultimi dieci anni hanno visto nella maggior parte delle regioni italiane il mancato funzionamento del sistema che governa il mercato del lavoro e finanzia le politiche attive e per la formazione ( in alcuni casi ci sono stati persino episodi di corruzione e di intervento della magistratura), eppure le Regioni sostengono che questo è il sistema migliore possibile e rilanciano questa funzione. In questi anni molte Province si sono dimostrate non all’altezza del compito di promuovere i servizi per l’impiego, eppure anche loro ribadiscono la necessità che i servizi siano gestiti e mantenuti a livello provinciale. In questi anni le nostre agenzie per il lavoro hanno puntato tutto sulla somministrazione e riescono ad intermediare poco e male, ma anche in questo caso non c’è traccia di autocritica.

Abbiamo alle spalle dieci anni di fallimenti nel mercato del lavoro. Per evitare che la decadenza continui anche nei prossimi anni, forse servirebbe un minor attaccamento ad usi, regole e costumi che si sono rilevati inefficaci. Forse servirebbe leggere la realtà nella sua evidenza, anche quando non converge con gli interessi della propria parte. Forse dovremmo provare a collegare ciò che è vero con ciò che è giusto. Forse servirebbero proposte e idee nuove. E persone nuove in grado di rappresentarle in modo credibile.

Romano Benini

 

Servizi del lavoro: 10 anni buttati al vento?

La situazione attuale dei servizi per il lavoro italiani e le decisioni ancora da prendere

A tredici anni dalla riforma dei servizi per l’impiego e a quasi dieci anni dall’istituzione delle agenzie per il lavoro il sistema italiano dei servizi per il lavoro costituisce uno degli aspetti di maggiore debolezza del mercato del lavoro. A fronte di una domanda sociale sempre crescente i servizi per il lavoro pubblici e privati orientano meno della metà dei lavoratori e disoccupati italiani che necessitano di servizi di orientamento ed effettuano l’incontro tra domanda ed offerta complessivamente per circa il 9 per cento degli avviati al lavoro ( percentuale che scende al 7 per cento se togliamo i lavoratori in somministrazione da questo dato). Si tratta di un dato che mostra una evidente inadeguatezza e che non è paragonabile con il dato degli altri paesi europei in cui i servizi per i lavoro pubblici e privati nel complesso orientano in media l’ottanta per cento dei disoccupati ed intermediano il quaranta per cento di chi cerca lavoro. Sui servizi per il lavoro siamo fuori dall’Europa e la conseguenza è che il mercato del lavoro non funziona.

Si tratta di risultati inadeguati, ma che sembrano conseguenti ad alcuni mancati od incompleti interventi di riforma e di rafforzamento del sistema.

Le risorse scarse, la governance confusa, i risultati dei modelli sostenuti a livello nazionale ( regionalista e competitivo), nonché l’assenza di un sistema nazionale di premialità automatica per i servizi che intermediano rendono i nostri servizi per il lavoro del tutto insufficienti e di conseguenza le politiche attive promosse con i fondi europei poco efficaci.

L’intervento di riordino delle Province e la forte situazione di crisi in corso ha portato in questi mesi ad un vero e proprio cortocircuito: i centri per l’impiego languono in assenza di indicazioni sul loro destino e le agenzie per il lavoro chiudono e mandano in molti casi il loro personale in contratti di solidarietà. Vanno prese con urgenza decisioni che riguardano : i livelli delle prestazioni da garantire, le funzioni di base che deve erogare il sistema pubblico, le funzioni che possono essere erogate dai soggetti accreditati alla promozione delle politiche, il ruolo e l’efficacia del patto “ di servizio”, le responsabilità del governo territoriale del mercato del lavoro, il finanziamento dei servizi e quello delle politiche. Non si capisce bene però se qualcuno ne sta discutendo ed a che titolo lo fa, visto che i servizi per il lavoro pubblici e privati non sono presenti ai tavoli che stanno decidendo del loro destino.

In questo quadro interviene la legge 92 del 2012 di riforma del mercato del lavoro che provvede a dare indicazioni che riguardano le politiche attive, i nuovi ammortizzatori e la funzione dei servizi per l’impiego.

In questo senso la riforma Fornero interviene ribadendo la funzione e la centralità dei servizi per l’impiego in diversi ambiti :

  1. nella comunicazione degli avviamenti e delle cessazioni ed in generale nella registrazione, verifica e controllo degli andamenti del mercato del lavoro e delle assunzioni;

  2. nella promozione del patto di servizio e del necessario collegamento tra l’erogazione dei nuovi ammortizzatori sociali riformati (AsPI) e la partecipazione ad un intervento di politica attiva , nel diritto-dovere del servizio al lavoro ( con la cancellazione dalle liste del disoccupato che rifiuta l’intervento);

  3. nello stimolo alla collaborazione tra servizi pubblici e privati per la qualificazione delle politiche attive e la promozione di interventi territoriali o legati a target;

  4. nella condivisione con le Regioni di livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per l’impiego e delle politiche attive;

  5. nella verifica dei risultati come criteri di promozione dell’efficienza dei sistemi, anche con l’adozione di strumenti di premialità;

  6. nella promozione di reti territoriali in grado di integrare sul territorio i servizi alla persona ed allo sviluppo ( istruzione, formazione, lavoro ed incentivi alle imprese ed all’innovazione) e sostenere la capacità competitiva.

Rispetto ai servizi per il lavoro, la Legge Fornero conferma quindi la funzione, presente in tutta Europa, dei servizi competenti sul territorio alle diverse attribuzioni sul mercato del lavoro, dalla registrazione della condizione di persona in cerca di lavoro, alla definizione del patto di servizio, alla promozione degli interventi per l’occupabilità ed il reimpiego. Il cortocircuito è fatto : da un lato norme che stabiliscono la centralità dei servizi per il lavoro ed i diritti per il disoccupato e dall’altro l’assenza di decisioni sul finanziamento del sistema , le responsabilità pubbliche, la presenza effettiva degli strumenti da erogare. Un bel pasticcio, passato per ora sotto silenzio e che rende del tutto vane le decisioni dell’intera seconda parte della legge Fornero, quella che riguarda ammortizzatori, politiche attive , servizi per il lavoro e per i disoccupati..

In questa situazione il diritto-dovere del disoccupato del servizio per l’orientamento ed il reimpiego, garantito ai sensi della legge Fornero, non è ad oggi concretamente esigibile nella maggior parte dei sistemi regionali dell’impiego italiani. Rispetto alle politiche attive ed ai servizi per il lavoro, anello debole del mercato del lavoro italiano, la legge rimanda quindi ad uno specifico decreto legislativo, ancora tutto da vedere e che lascia in uno stato di “ sospensione” il sistema dei servizi pubblici e privati per il lavoro proprio nella fase più delicata che il nostro mercato del lavoro vive da decenni. Si tratta di un decreto legislativo di riforma che nel nostro ordinamento è stato previsto altre volte, la prima volta con il decreto legislativo 181 del 2000, e che non è stato mai emanato. Chissà se questa volta ce la faremo.

I dieci anni “ persi” dal mercato del lavoro italiano coincidono quindi anche con la mancata definizione di un intervento complessivo, di una strategia di riforma dei servizi per il lavoro, delle politiche attive e del governo del mercato del lavoro sul territorio. L’emanazione di questo decreto legislativo e degli altri provvedimenti in materia di servizi per il lavoro e politiche attive deve mettere ordine su un bel caos, di cui la responsabilità è ben distribuita e che crea difficoltà ulteriori proprio a chi oggi dovrebbe svolgere il compito più delicato: mettere gli italiani al lavoro, promuovere le competenze e convincere le imprese ad assumere.

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Lo spread del sapere che ci rende miserabili

Cogliere le ragioni della crisi del lavoro per poter fare i cambiamenti giusti. Spesso il dibattito tra coloro che decidono le sorti della nostra economia, politici, sindacalisti e rappresentanti delle imprese, si limita a leggere i dati del presente, per proporre incentivi e strumenti che dovrebbero poter attenuare i danni. In questi mesi l’emergenza finanziaria ha indotto il governo a dare priorità ai conti pubblici, producendo in questo modo un ulteriore rallentamento dell’economia che si misura nel forte calo del PIL previsto per il prossimo anno. Si tratta di una logica che non tutti apprezzano, i due tempi delle politiche del governo, prima abbassare lo spread e poi la crescita, non è detto che funzionino e politiche contestuali avrebbero forse limitato i danni ed aiutato l’economia reale e non solo quella finanziaria. Se aumento l’IVA o le tasse sulla benzina, calo il debito pubblico (diminuisco la sua crescita), ma aumento i costi del lavoro e dell’impresa e danneggio i consumi. E’ quanto sta accadendo.

Le iniziative che rispondono all’emergenza non sempre sono utili per farci uscire dall’emergenza stessa, soprattutto quando i problemi sono sedimentati da anni. Prendiamo allora il lavoro. Non è la crisi, come il nostro magazine ripete da tempo, il problema è l’Italia. Guardiamo gli ultimi dieci anni: il decennio perso, come lo chiama il presidente dell’ISTAT. Un basso tasso di occupazione, aumentato negli anni successivi alla legge Biagi per poi tornare con la crisi ad un livello di poco superiore al 56% che mostra un paese in cui pochi lavorano e molti non cercano più lavoro. Una bassa produttività: lavoriamo come i tedeschi, ma la loro produttività è di molto superiore alla nostra. Nel decennio perduto l’Italia è il fanalino di coda della produttività in Europa. Abbiamo legato la produttività all’aumento della base occupazionale e ci troviamo ora in difficoltà in termini di efficienza dei nostri sistemi produttivi. Bassi salari: se la produttività è bassa ed il costo del lavoro è alto la conseguenza è che i salari restano fermi. Esiste poi lo spread delle competenze: in tutta Europa cresce la domanda per competenze elevate, in grado di sostenere la sfida della competizione delle economie più avanzate. Questo non avviene in Italia, dove la speranza di far crescere le opportunità per chi ha studiato di più sono rimandate ai prossimi anni. In ogni caso l’Italia è il paese europeo, come dimostriamo nel dossier di questo numero, in cui conviene meno avere un titolo di studio: la remunerazione del sapere è scarsa. Colpa dello spread? Le responsabilità sono chiare e ben distribuite: siamo il paese che ha investito meno sull’ innovazione, la formazione, i servizi per il lavoro, il capitale umano, la scuola. Il decennio perso è stato soprattutto il decennio dei mancati investimenti nella capacità d’agire delle persone e dell’economia. Sul banco degli imputati ci mettiamo anche le imprese: i margini di guadagno degli anni scorsi sono stati destinati ad investimenti in efficienza, in capitale umano, in ricerca ed innovazione meno di quanto abbiamo fatto le altre economie avanzate. Appiattiti sul presente, ci stiamo bruciando il futuro. Ci stiamo immiserendo, perché se il povero è colui che non ha beni, è misero chi non può mettere in pratica il suo sapere. Lo dice la saggezza orientale e dovremmo provare ad impedire che questo accada proprio al Paese che è stato per secoli al centro del saper fare europeo. Rimediare a questa situazione non è impossibile, basta fare attenzione ad un metodo. Rimettere al centro la persona e le imprese e promuovere interventi che tengano insieme i diversi aspetti, dalla solidità finanziaria al fisco, dal capitale umano all’efficienza, dalla produttività ai salari, dalla capacità d’agire alla competitività dei territori e delle reti. Servono proposte complessive, serve una strategia ampia e comprensibile, che venga capita e condivisa. Non servono invece la tecnica fine a se stessa, le misure parziali. Gli interventi per pezzi ci stanno facendo a pezzi.

di Romano Benini

 

 

 

Disoccupazione e riforme, epidemie e brodini

Di Romano Benini 

Questo numero del nostro magazine vuole invitarvi a guardare da vicino i numeri del lavoro italiano per uscire dai luoghi comuni della crisi e per capire i motivi di un problema che viene da lontano. Abbiamo dei record negativi sul funzionamento del mercato del lavoro ormai molti anni, che la crisi ha soltanto aggravato. Il dato di novità di quest’ultimo anno, dal punto di vista statistico, è uno solo : l’aumento della disoccupazione giovanile al Nord. Per il resto, dall’occupazione femminile al funzionamento delle politiche attive, dal costo del lavoro alla produttività, l’Italia del lavoro non funziona da molti anni.

Nella maggior parte delle regioni italiane dieci anni fa lavoravano in modo regolare più persone di quante ne stiano lavorando oggi: il nostro paese è quello in cui in questi anni il lavoro è cresciuto meno e questa crescita , peraltro molto limitata, riguarda solo il Centro Nord. Persino in Spagna il tasso di occupazione, se consideriamo questo decennio, è cresciuto più del nostro.

Non è la crisi, è l’Italia. Il decennio perduto del mercato del lavoro italiano riguarda la capacità di collegare alla crescita economica una adeguata crescita dell’occupazione. Questo in Italia non è avvenuto. In piena crisi di crescita è oggi difficile pensare ad un recupero dell’occupazione. Il punto che vogliamo segnalare è anche un altro : la crescita avvenuta tra il 2000 ed il 2006 ha portato a posti di lavoro limitati, precari, fragili e talmente evanescenti da essere spazzati via con il primo colpo della vicenda del crack finanziario delle banche del 2009 e della conseguente difficoltà del nostro mercato del lavoro. Insomma, anche quando si cresce l’Italia non crea lavoro e quindi la nostra crescita ha un limite che rischia di compromettere la tenuta sociale : una crescita che non crea lavoro non si trasforma in sviluppo. Tutti i dati convergono su questo e diventa molto utile osservare il lavoro prima e dopo la data fatidica del 2008, per cogliere come questa crisi non abbia fatto altro che far crollare un edificio che non stava in piedi da tempo.

Sappiamo bene cosa non funziona nel mercato del lavoro italiano: non funziona quasi niente. Perché non può funzionare un Paese che spende ed ha speso sul lavoro rispetto al PIL la metà della Gran Bretagna, della Germania e persino della Spagna; perché non possono funzionare le politiche attive in un paese in cui il sessanta per cento di chi cerca lavoro lo fa grazie ai rapporti famigliari o personali ed in cui i servizi per il lavoro sono sostenuti dieci volte meno della Gran Bretagna e sei volte meno dell’Olanda ed infatti intermediano proprio sei volte meno della media europea. Non può funzionare un mercato del lavoro in cui il dibattito è dilaniato sul tema dei diritti e del reintegro ( che riguarda il quarantacinque per cento di chi lavora, che diventa il trenta per chi ha meno di quarantacinque anni) ed è demandata alle regioni ogni decisione sulle opportunità, sui servizi, sulle politiche. Perché non può funzionare il lavoro in un paese in cui tutto il potere reale sul lavoro è dato in buona parte a soggetti, le regioni, che ( in sedici casi su venti) hanno una capacità di intervento sul lavoro  ( dati 2011 della Commissione Europea ) che peggiora il dato economico e non crea miglioramenti rispetto alla tenuta del tessuto produttivo. Guardare il lavoro oltre la crisi significa conoscere questi fenomeni e questi dati. Senza questa attenzione rischiamo di confondere una epidemia diffusa per un malanno passeggero che arriva da Wall Street. Sarebbe pericoloso. Perché se pensassimo che la crisi non è soprattutto colpa nostra, ma è colpa della Merkel o dell’incapacità di Obama di controllare le banche ( aspetto che esiste, ma che è la ciliegia su una torta già di per se indigesta), allora viene facile dire che non c’è più di tanto bisogno di riforme.

Se abbiamo il coraggio di non nascondere la testa nella sabbia possiamo capire come le riforme siano davvero necessarie e sia importante fare quello che non abbiamo mai fatto e far bene ciò che fino a ieri abbiamo fatto male. Per questo in questo magazine si avanza una proposta concreta, nell’intervista a Stefano Zanaboni, e vogliamo criticare chi pensa di curare l’epidemia con un brodino. O con riforme che non sono complete, che rimandano, che delegano tutto il potere a chi non ha portato a casa risultati e soprattutto che non prevedono adeguate risorse e non ci aiutano a spendere meglio le risorse che abbiamo. Chi non vuole cambiare non vuole farci uscire dalla crisi.

 

 

 

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L’editoriale

Il lavoro è al centro dei problemi e va messo quindi al centro della nostra attenzione. Sembra facile, ma non lo è. Stiamo affrontando una crisi difficile. Non si tratta solo delle conseguenze della crisi finanziaria: questa crisi ha mostrato le debolezze profonde del sistema Italia, figlie di anni in cui abbiamo investito poco e male sulle competenze, sui servizi, sul lavoro e sulle opportunità. Dobbiamo cambiare.

Per creare benessere e sviluppo in Italia è necessario aumentare il numero di persone che lavorano e migliorare la qualità della nostra occupazione.  Quando si parla di lavoro si parla però spesso d’altro: poche informazioni e tante opinioni. Troviamo sulla stampa tanta analisi di ciò che non funziona, ma pochi esempi di ciò che funziona e poche proposte chiare per migliorare le cose. Il lavoro in televisione è rappresentato solo con dibattiti, parole ed inchieste sulla crisi, ma non ci sono mai informazioni utili. Non esiste una televisione di servizio  che dia consigli e faccia informazione ed orientamento. Su questo la RAI ha una grave responsabilità, visto il canone che paghiamo. Anche su internet la situazione dell’informazione è un po’ complicata: tante banche dati delle agenzie per il lavoro e dei servizi per l’impiego e tante opinioni tra politici, sindacalisti e professori. Tutto questo è utile, ma ci è sembrato mancasse qualcosa.

In Italia abbiamo centinaia di strutture pubbliche e private che operano per il mercato del lavoro, per orientare, promuovere le politiche attive, fare intermediazione. Eppure il nostro Paese è in Europa quello in cui questi servizi sono più deboli. Ci troviamo in una situazione di incertezza sulle norme, sulle risorse, su come si opera. Non c’è paese europeo in cui sono maggiori le differenze sui territori rispetto ai servizi a disposizione di chi cerca lavoro e di chi cerca lavoratori.  In Europa il lavoro funziona se funzionano i servizi per il lavoro e se questi strumenti sono realmente conosciuti e messi a disposizione.

Abbiamo pensato allora di creare una rivista on line per cogliere due obiettivi: individuare i temi forti del lavoro, della formazione e delle opportunità e far conoscere dati, analisi e fenomeni reali, oltre le tante parole. Ci sono studi di grande interesse e poco conosciuti che ci mostrano le contraddizioni, le difficoltà che stiamo vivendo, ma anche le potenzialità che non sfruttiamo.

Tra tante parole, avere dati e numeri chiari può essere utile: per guarire bisogna conoscere bene quale sia la nostra malattia. Poi abbiamo pensato di dare voce non solo a chi rappresenta il lavoro di chi ha già il lavoro ( il sindacato) o a chi compie studi e ricerche ( i docenti), ma anche a chi da anni fa come noi sul territorio il mestiere di orientare, promuovere ed inserire le persone nel mercato del lavoro. Su workmagazine troverete quindi anche i commenti e le proposte dei “ professionisti del mercato del lavoro”.

Si tratta perciò di una rivista di taglio nuovo e vi invitiamo ad inviarci proposte ed a collaborare con noi.

Non siamo solo una rivista. Nei prossimi mesi Workopp, l’editore, avvierà in diverse città italiane i workcoffee : dei veri e propri caffè in cui, oltre a bere un buon caffè, sarà possibile incontrare imprese, essere orientati sul lavoro, informarsi sulle opportunità ed accedere a strumenti e servizi sul lavoro, in rete con i servizi pubblici e privati del territorio. E’ il nostro tentativo ed impegno per portare il lavoro più vicino alla nostra e vostra quotidianità, come un momento per conoscere e cogliere le opportunità. L’idea che ci anima è che il lavoro, nei diversi modi e contenuti, sia da vedere come una opportunità per vivere meglio, più che come un faticoso dovere.

 

Giuseppe Sverzellati
Presidente Workopp spa