Conversazioni

Come uscire dalla crisi del lavoro. Intervista a Patrizio Bianchi

Come uscire dalla crisi del lavoro.

Intervista a Patrizio Bianchi – Assessore · Scuola, formazione professionale, università e ricerca, lavoro della Regione Emilia Romagna

La disoccupazione giovanile in Italia sta raggiungendo livelli allarmanti. E’ difficile prevedere quale ruolo avranno i giovani nel Mercato del Lavoro del futuro. Quali sono le strategie attuate nella sua Regione?

Il protrarsi di questa tendenza può vanificare qualsiasi strategia, anche la più lungimirante, di cui possiamo dotarci per superare la crisi profonda che stiamo attraversando e raggiungere gli obiettivi ambiziosi che ci siamo già dati. La principale materia prima dell’Europa – ha detto Jacques Le Goff – è probabilmente la materia grigia. La questione è tutta qui. Se non siamo in grado di chiedere ai giovani il loro contributo ad una nuova idea di Europa fondata, come recitiamo da tempo, su un’economia intelligente, sostenibile ed inclusiva, il gioco è fatto. Privarsi della creatività propria dei giovani equivale ad una perdita netta di innovazione per la società. I motivi per cui i Paesi dell’Unione incontrano questa difficoltà, quasi una resistenza (“sindrome del ritardo” l’ha chiamata Massimo Livi Bacci in un libro di qualche tempo fa, prima della crisi), credo siano diversi, a volte anche di natura culturale e relativi ad una tendenza delle generazioni oggi non più giovani a conservare le posizioni conquistate. A situazioni diversificate si è aggiunta la crisi che ha penalizzato soprattutto chi in questi anni avrebbe dovuto entrare nel mercato del lavoro. L’Italia a mio parere fa i conti con due fattori decisivi. Se è vero che nel corso del Novecento il tasso di scolarità nel nostro paese è aumentato diffusamente, non è diminuita la disparità nell’accesso all’istruzione. Chi non ha un genitore laureato ha il 25% di probabilità in meno di iscriversi all’università. E un sistema di istruzione e formazione che non favorisce la mobilità sociale viene meno alla delle sue funzioni primarie. Tra l’altro il prolungarsi, accentuato dalla crisi, della permanenza nella famiglia dei genitori in alcuni casi non fa che sottolineare le disparità che si tramandano di generazione in generazione.
Il secondo fattore ha a che vedere comunque con i sistemi di istruzione e formazione. Se vogliamo davvero restituire ai giovani lo spazio politico, sociale ed economico che hanno perso in questi ultimi decenni (decenni in cui i giovani tra l’altro sono diventati meno, numericamente) occorre ripensare la formazione come un processo di apprendimento continuo di conoscenze e competenze possibile e necessario nei luoghi formali e nelle organizzazioni di lavoro, un processo che deve accompagnare le persone nelle transizioni, interpretare le scelte operate senza precluderne altre successive, dare prospettive di miglioramento ai singoli e alle organizzazioni attraverso una rete di servizi e in una relazione forte e strutturata con le imprese. L’Italia in questo senso ha ancora molto da imparare.

 

Quali sforzi occorre quindi fare per adeguare il sistema dei servizi formativi e dei servizi per il lavoro ai cambiamenti e alle sfide che la crisi ci impone?

No, non credo. Occorre perseverare e, se mai, investire di più e meglio sulle strutture educative e sul capitale umano. Le attività economiche in Europa vengono ridefinite da cambiamenti strutturali a più lungo termine che incidono sulla competitività e inevitabilmente influenzano e continueranno a influenzare in vari modi la creazione e il mantenimento di posti di lavoro. Per questo condivido pienamente quanto contenuto nella Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni “Verso una ripresa fonte di occupazione”, dell’aprile scorso, nella quale si sottolinea che affinché tali processi in atto “consentano alla competitività dell’economia europea di crescere, invece di diminuire, sono necessari mercati del lavoro dinamici e inclusivi, in cui le persone siano in possesso delle competenze adeguate”.
Ciò su cui invece mi sembra necessario riflettere criticamente rispetto al mancato raggiungimento di alcuni degli obiettivi della strategia di Lisbona è l’assenza di una convergenza con quelli specifici dei diversi Fondi Europei. Nella prossima programmazione la Commissione ha proposto di allineare strettamente gli strumenti finanziari ed in particolare i fondi della politica di coesione (FSE, FESR e Fondo di coesione), come pure il FEASR e il FEAMP agli obiettivi della strategia Europa 2020. E in particolare ha proposto per il periodo 2014-20 di assegnare quote minime del FSE a conferma della priorità dell’’investimento sulle persone. Anche l’attenzione che torna ad esservi oggi per l’economia dell’educazione e per l’impatto che tale investimento ha sul sistema economico e sociale e sullo sviluppo di un dato Paese o contesto va in questa direzione e conferma che non abbiamo altra scelta. Dopo alcune prime e chiarissime intuizioni – ricordo che Adam Smith nella Ricchezza delle Nazioni (1776) riconosceva il valore delle competenze specifiche, skills, dexteriry and judgements, quale leva per aumentare la produttività – per lungo tempo il ruolo dell’educazione nei processi di crescita scompare dall’orizzonte dell’economia. Riemerge verso la fine degli anni Cinquanta, quando il capitale umano inizia ad essere pensato come un’estensione del concetto di capitale, ma l’educazione è ancora considerata come una scelta e un investimento individuale. Oggi è evidente che l’educazione è l’investimento pubblico necessario per sostenere processi di crescita fondati su competenze e diritti di partecipazione. Altrettanto necessario è pertanto riflettere criticamente, se vogliamo investire proficuamente in conoscenza, sulla natura delle competenze di cui vi sarà bisogno negli anni a venire. Mutano le dinamiche sociali e con esse i bisogni e le aspettative dei cittadini. Mutano i mezzi che le imprese e le persone usano per gestire la complessità dell’ambiente competitivo in cui operano. Dalla rigidità delle strutture organizzative tradizionali, si è passati a soluzioni flessibili fondate sulle capacità e sulle competenze, in costante evoluzione, di soggetti che interagiscono in rete. E tali processi non sono conclusi, sono in continuo divenire.

 

La Regione Emilia-Romagna come si pone di fronte a simili sfide? Quali obiettivi si pone?

Senz’altro il nostro obiettivo è quello di accettare la sfida di competere. Le potenzialità ci sono e la strategia di intervento delineata dalla Regione Emilia-Romagna a partire dal 2010 , volta a generare condizioni di più stretta relazione fra offerta formativa e fabbisogni di qualificazione del capitale umano, va in questa direzione. Una politica di sviluppo che riguarda l’intera area dell’educazione e della ricerca, dal primo segmento di competenza regionale, volto all’acquisizione di una qualifica professionale, fino ai dottorati di ricerca. Risultato di questa politica è un nuova infrastruttura educativa articolata in 4 rami: Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), Rete Politecnica, Alta formazione, ricerca e mobilità internazionale, Lavoro e competenze. L’abbiamo chiamata ER Educazione e Ricerca Emilia-Romagna per identificare questa Regione con un preciso impegno: garantire il diritto di tutti di acquisire competenze professionali ampie e innovative e di crescere e lavorare in una dimensione europea, esprimendo potenzialità, intelligenza, creatività e talento nel confronto e nel dialogo con esperienze maturate altrove. ER agisce da esternalità positiva per lo sviluppo a partire dalla valorizzazione dei diritti dei singoli. Alla base di una politica articolata e complessa come quella realizzata, e finanziata con risorse pari a circa 200 milioni di euro ogni anno, vi è la convinzione che nella fase attuale sia necessario spingere l’intero territorio ad essere innovativo con un’azione sistematica e sistemica sulle competenze, per accrescere la possibilità di ognuno di valutare e definire criticamente il proprio ruolo e le proprie attese nel nuovo contesto aperto e permettere un ampliamento significativo delle imprese in grado di operare e competere a livello globale.

 

I cosiddetti NEET aumentano. Quali misure è possibile mettere in campo per far fronte a quella che può essere considerata una vera e propria emergenza generazionale?

Le misure sono già in campo. Nell’aprile 2012, in attuazione del Patto per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva , abbiamo approvato il Piano per l’accesso dei giovani al lavoro, la continuità dei rapporti di lavoro, il sostegno e la promozione del fare impresa. Non solo le difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, ma anche la discontinuità del lavoro e con essa l’impossibilità di costruire progetti professionali e di vita coerenti con investimenti in formazione e aspettative, a cui si aggiunge la scarsa mobilità sociale, hanno portato la Regione a programmare un intervento straordinario che completa il sistema ER Educazione Ricerca Emilia-Romagna, e in particolare il quarto segmento Lavoro e competenze, per contrastare la precarietà professionale e, attraverso incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato di giovani fino a 34 anni, favorirne l’occupazione. L’idea alla base dell’intervento, finanziato con risorse comunitarie, nazionali e regionali pari a 46 milioni di euro, è aumentare le competenze dei giovani per contrastare la disoccupazione, promuovere la qualità e la continuità del lavoro, supportare la creazione di nuove imprese e premiare le imprese che investono sui giovani e sulla loro formazione.
Il Piano è costituito da 4 fondi. Il Fondo per l’assunzione e la stabilizzazione (20 milioni di euro) prevede incentivi fino a 12.000 euro per l’assunzione a tempo indeterminato di giovani fino ai 34 anni. L’importo dell’incentivo, graduale, è maggiore in caso di assunzione di giovani donne e premia le imprese che non hanno licenziato al 31/12/2011. Attraverso il Fondo Apprendistato (20 milioni di euro) la Regione investe sull’offerta di formazione quale elemento qualificante del rapporto di lavoro e sostiene le imprese che assumono utilizzando questo contratto, con un’attenzione specifica all’Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale e all’Apprendistato di alta formazione e ricerca. Quest’ultimo, in particolare, grazie ad un accordo tra la Regione Emilia-Romagna e le Università del territorio, offre l’opportunità di laurearsi o intraprendere un master universitario o un dottorato di ricerca lavorando in impresa. Il terzo fondo – Giovani 30-34 anni (3 milioni di euro) – sostiene l’assunzione a tempo indeterminato di giovani che appartengo alla fascia di età che la normativa nazionale esclude dall’apprendistato e da qualsiasi altra forma di incentivazione , finanziando percorsi individuali di formazione volti ad allineare le competenze possedute dai giovani a quelle richieste dall’impresa. L’ultimo fondo – Fare impresa (3 milioni di euro) – intende favorire la nascita di nuove imprese, finanziando ai giovani che intendono intraprendere una attività autonoma percorsi formativi e consulenziali individuali.

 

La situazione che emerge dalle analisi sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro mostra un mismatching tra le competenze richieste dalle aziende e le competenze possedute dalla maggior parte dei giovani. E’ davvero solo un problema che afferisce le scelte formative dei giovani e più in generale il sistema dell’istruzione e della formazione non adeguata e non in linea con le necessità reali delle imprese, o si può intravedere una responsabilità anche del sistema produttivo che non riesce a mettere a frutto il capitale umano a disposizione?

Le politiche regionali oggi sono orientate all’ individuazione delle interconnessioni tra cluster tecnologici, poli tecnologici, filiere produttive e filiere formative e, su queste, ad investire su processi di creazione di nuove competenze a partire dal riconoscimento delle imprese, quali organizzazioni in cui le stesse competenze professionali si producono e si innovano, quali luoghi non formali di apprendimento, quali soggetti che possono concorrere alla progettazione e realizzazione di processi formativi al lavoro e sul lavoro. Promuovere l’integrazione tra scuole, enti di formazione, università, centri di ricerca e sistema economico produttivo sull’intera filiera formativa, specificità dell’infrastruttura ER, è in questo senso indispensabile per accrescere e innovare le competenze professionali, tecniche e scientifiche delle persone e delle imprese e ricercare un nuovo equilibrio tra domanda e offerta di lavoro innalzandone i requisiti e le potenzialità. In questo disegno centrale è stato ripensare la formazione tecnica e professionale che ha costituito un elemento cruciale dello sviluppo industriale italiano – sia della forte accelerazione dei primi anni sessanta, sia della grande dinamica imprenditoriale degli anni ottanta – crescendo figure con forti competenze tecniche specifiche, con sostenute capacità manuali, e con una forte etica del lavoro. Nell’attuale fase di forti modificazioni strutturali della crescita industriale, a seguito del complesso processo di apertura ed integrazione dei mercati, realizzatosi dopo la fine degli anni novanta, è diventato necessario accelerare un adeguamento delle competenze “di produzione” tecniche-tecnologiche di “linkage” – cioè di interconnessione – fra le diverse fasi produttive, oltre che a quelle tecnico-professionali competenze. Per rispondere a tale bisogno, già sistematicamente affrontato in altri paesi dell’Unione europea, sono stati introdotti gli Istituti Tecnici Superiori, snodo cruciale dell’intera filiera formativa. Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) – Fondazioni costituite da istituti di istruzione secondaria superiore, enti di formazione professionale accreditati dalla Regione, imprese, università e centri di ricerca, enti locali – sono scuole di tecnologia che si qualificano per lo stretto raccordo con il sistema produttivo, per costruire e consolidare un nuovo segmento educativo terziario non universitario che completa l’istruzione tecnica e risponde alla domanda delle imprese di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche per promuovere i processi di innovazione. In regione le Fondazione sono 7, 9 i percorsi biennali attivati a ottobre 2011 che, insieme ai percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS) e a quelli di Formazione superiore, costituiscono la Rete Politecnica regionale. Obiettivo della Rete è formare nuove e più alte competenze professionali, tecniche e scientifiche per consentire ai giovani di inserirsi nel mercato del lavoro con la prospettiva di svolgere responsabilmente e creativamente il proprio lavoro, costruire le condizioni per un’occupazione stabile e qualificata e mettere le imprese nella condizione di affrontare le nuove sfide competitive.

 

 

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Professionisti del mercato del lavoro: incontro con Nicola Rossi

Intervista a Nicola Rossi – Country Manager di Monster Italia

Monster Italia è la sede italiana di una importante società multinazionale che opera nella ricerca e selezione del  personale. Quali sono le caratteristiche del vostro gruppo ?

Monster è un’azienda globale leader nel favorire l’incontro fra persone e opportunità di lavoro.
Dal web al mobile al social, aiutiamo le aziende a trovare i migliori talenti grazie a soluzioni su misura e utilizziamo la tecnologia più avanzata al mondo per mettere in contatto candidati e offerte di lavoro nel modo più efficace. Il network Monster fa riferimento a oltre 3,4 miliardi di persone, oltre la metà della popolazione mondiale.  Si tratta di una rete di siti presente in oltre 60 Paesi, attraverso la quale Monster offre il proprio  valore aggiunto tanto a livello locale quanto sul piano globale. Mettiamo in contatto le aziende alla ricerca di personale con i candidati migliori attraverso soluzioni tecnologiche senza eguali. Ogni mese sul sito www.monster.it vengono inseriti 45.000 nuovi CV e vengono veicolate più di 300.000 candidature.

 

In che modo avete organizzato la vostra attività in Italia? Quali sono i servizi che offrite a chi cerca lavoro ed a chi cerca lavoratori ?

L’attività di Monster in Italia è strutturata per rispondere nel modo più efficiente possibile alle esigenze di aziende e candidati. Consulenti commerciali di riferimento e un servizio di Customer Service sono la risposta attenta ai bisogni sempre diversi dei nostri clienti. Oltre alla possibilità di pubblicare annunci di lavoro e consultare il Database di CV più ampio e qualificato d’Italia, sono fondamentali per noi le soluzioni che riguardano il social recruiting, con le quali supportiamo i nostri clienti nelle loro strategie di employer branding, dando loro l’opportunità di entrare in contatto diretto con i migliori talenti attraverso l’innovazione social.

I candidati trovano nei nostri canali di comunicazione un punto di riferimento costante per la loro ricerca di lavoro: attraverso news e consigli, sanno di poter contare su un partner fidato e qualificato.

 

Dal vostro osservatorio, quali sono le dinamiche del lavoro in questi mesi ? esistono settori che richiedono personale od il mercato non accenna ad uscire dalla crisi ?

In questo momento storico ed economico, assistiamo senza dubbio ad una maggior cautela delle aziende rispetto alle assunzioni. Tuttavia, secondo il Monster Employment Index, un’analisi mensile dei trend del mercato del lavoro on line che Monster conduce in tutta Europa, ci sono timidi segnali di ripresa in alcuni settori quali il manifatturiero e il comparto turistico. Anche dal punto di vista delle categorie occupazionali registriamo un aumento delle offerte per profili base, a discapito delle figure manageriali che le imprese tendono ad assumere di meno in questo momento.

 

La riforma del welfare dovrebbe portare le agenzie per il lavoro a poter promuovere gli strumenti di politica attiva, anche per migliorare l’intermediazione, qual è la vostra strategia a riguardo ?

Monster può supportare le agenzie per il lavoro nelle loro attività di promozione e gestione delle politiche attive, in primis nella ricerca e selezione dei candidati idonei e in linea con le necessità delle aziende locali. Il nostro principale obiettivo è agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e auspichiamo un riordino in materia di contratti di ingresso che faciliti il primo impiego. Contribuiremo aumentando, come già stiamo facendo, le occasioni di incontro con i giovani alla ricerca di lavoro, supportandoli con iniziative di orientamento e formazione come il Monster University Tour, serie di incontri di all’interno delle principali Università italiane durante i quali andiamo a introdurre i temi della web reputation e del personal branding come basi per una corretta strategia di ricerca di lavoro on line.

 

Avete sviluppato forme di collaborazione con i servizi pubblici per l’impiego ?  Cosa limita questa collaborazione?

Abbiamo già avuto modo di collaborare a progetti di successo con alcuni enti pubblici come la Provincia di Parma, per favorire l’incontro di domanda e offerta locale. In occasione dei due “Parma Job Day” organizzati presso la sede della Provincia di Parma, abbiamo creato delle opportunità importanti per tanti candidati, che sono stati preselezionati da Monster e hanno potuto sostenere dei colloqui di selezione in sede di evento. Monster può mettere a disposizione della pubblica amministrazione soluzioni tecnologiche innovative e ad alto valore aggiunto che consentano di supportare le procedure di selezione e assunzione, garantendo trasparenza, economicità e rapidità. Obiettivo finale è il miglioramento dell’efficacia delle politiche attive dei centri per l’impiego.

 

Cosa manca nel nostro sistema di regolazione del lavoro che è invece presente nei sistemi nazionali in cui operano le altre sedi di  Monster e che potrebbe aiutare la promozione dell’occupazione, anche attraverso servizi specializzati?

Le differenze tra i singoli Paesi attengono non solo ai sistemi di entrata ma anche a quelli di formazione, orientamento e welfare. La semplificazione dei contratti di ingresso è senza dubbio un passo importante. L’incontro tra domanda e offerta on line è una realtà consolidata proprio perché le aziende hanno compreso il valore di un canale veloce ed efficace. Per il nostro sistema istituzionale è diventato fondamentale, pertanto, operare a fronte di questa consapevolezza.

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Giovani né al lavoro né in forma-zione, un problema da affrontare

Ne parliamo con: Maurizio Sorcioni, Responsabile area ricerche e studi Italialavoro Spa, Docente all’università di Roma La Sapienza 

  1. IL FENOMENO DEI NEET, I GIOVANI CHE NON STANNO IN ATTIVITA’ FORMATIVE O AL LAVORO, COSTITUISCE UNO DEGLI ASPETTI CRITICI DI QUESTA FASE , CON CONSEGUENZE ECONOMICHE, POLITICHE, MA ANCHE SOCIALI E CULTURALI. COME SI CARATTERIZZA IL CONTESTO EUROPEO RISPETTO AI NEET ?

 

Il termine NEET sta per Not in Emploiment, Education or Training ed è stato coniato dall’Eurostat per indicare quella parte dell’universo giovanile che è sostanzialmente fuori sia dal mercato del lavoro sia dai processi formativi. Si tratta di un fenomeno che interessa in Europa circa 7 milioni e mezzo di giovani  tra i 15 ed i 29 anni,  il 14% del totale,  con una oscillazione che va dal 5% dei Paesi Bassi al 20% circa di Italia, Bulgaria,  Irlanda, Spagna. Non si tratta, quindi,  di un fenomeno italiano ma europeo, strettamente correlato al  livello di occupazione giovanile, alla qualità della formazione, dei servizi per il lavoro e delle  politiche sociali. Nei paesi dove i sistemi di welfare sono più robusti, come in Germania, Svezia, Danimarca il fenomeno è decisamente più contenuto. Il “deficit di partecipazione” una delle patologie più gravi del vecchio continente, per anni sottovalutata. I giovani rappresentano la parte della popolazione europea più scolarizzata ed alfabetizzata alle tecnologie. Ciononostante sono  la componente sociale che meno contribuisce allo sviluppo economico dell’Europa. Ed è anche quella che paga  il prezzo più alto alla crisi,  scontrandosi con un mercato del lavoro che a due giovai su tre propone lavori dequalificati e sottopagati, scarsa sicurezza sociale, quasi nessun investimento previdenziale. E’ difficile pensare a processi di crescita delle economie europee che non prevedano il coinvolgimento attivo delle giovani generazioni ma purtroppo fin’ ora il problema è stato più evocato che affrontato con proposte concrete.

 

 

  1. QUALI SONO LE SPECIFICITA’, LE CARATTERISTICHE DEL FENOMENO NEET IN ITALIA , ANCHE NEL CONFRONTO TRA LE DIVERSE CONDIZIONI GIOVANILI ?

 

In Italia i NEET sono circa due milioni in larga parte concentrati nelle regioni meridionali. In Calabria Puglia sono circa il 28% mentre in  Sicilia ed in Campania raggiungono il  33%.  Nella Provincia di Napoli tra le  giovani donne,  la percentuale raggiunge  il 42%. E’ quindi l’intensità e la localizzazione territoriale del fenomeno la specificità italiana. Ma nonostante la drammaticità dei dati il fenomeno è ancora sottovalutato. Da buona parte dei media italiani, capaci di spesso di trasformare problemi di natura economica in fenomeni di costume, i NEET  vengono spesso rappresentati come fannulloni o come mammoni. Ovviamente è possibile che una quota scelga volontariamente di non partecipare, di chiamarsi fuori anche grazie all’assistenza che le famiglie più benestanti possono garantire. Ma si tratta di una assoluta minoranza. La maggior parte è esclusa dal mercato del lavoro e dai processi formativi, sia per regioni economiche sia per deprivazione culturale. I dati parlano chiaro. Sono infatti poco più di un quarto coloro che si  dichiarano  non disponibile a lavorare,  ma di questi oltre 400 mila sono giovani donne scoraggiate, spesso sposate con figli,  che preferiscono il lavoro di cura (dei figli o dei genitori) ad un lavoro sottopagato. Ma non è tutto. Dei due milioni di giovani NEET,  circa 950 mila hanno al più la licenza media dell’obbligo e quasi tutti provengono da famiglie con basso livello di istruzione. Settecentomila sono disoccupati e tra i 1,34 milioni di inattivi 740 mila sarebbero disponibili a lavorare e 294 hanno smesso di cercare lavoro  perché scoraggiati. Il rischio di esclusione sociale interessa tre giovani NEET su quattro, altro che “mammoni”.

 

 

  1. LA CRISI OCCUPAZIONALE SICURAMENTE E’ UNO DEI FATTORI CHE CONDIZIONA E DETERMINA LA PRESENZA DI UN ELEVATO NUMERO DI GIOVANI ESCLUSI E SCORAGGIATI, A SUO PARERE, ESISTONO ANCHE ALTRI FATTORI CHE DETERMINANO QUESTO FENOMENO ?

 

In realtà il fenomeno, seppur in crescita negli ultimi anni, non è attribuibile alla crisi. Nel 2004, quando il paese viveva una certa espansione dell’occupazione i NEET in Italia erano il 21% e nel Mezzogiorno il 30% più o meno le stesse percentuali di oggi. Con la crisi il fenomeno è diventato solo più visibile. Ovviamente oggi con un domanda di lavoro da parte del sistema produttivo ai minimi storici  il fenomeno si cronicizza e si aggrava. Ma il  sistema produttivo italiano, al di la delle dichiarazione di principio da tempo considera la forza lavoro giovanile come fattore di flessibilità per ridurre il costo del lavoro e solo alcune aziende (soprattutto grandi e soprattutto innovative) investono sui giovani. Ovviamente una domanda di lavoro essenzialmente povera ed un mercato del lavoro statico si sono  combinati con una sostanziale incapacità da parte delle istituzioni di garantire politiche formative (diritto alla studio), servizi  e politiche sociali (ad esempio sul versante abitativo)  tali da favorire da un lato i processi di transizione verso la vita adulta e professionale dall’altro gli investimenti delle imprese sulle giovani generazioni. Basti pensare a quanto poco si è fatto per far funzionare l’apprendistato, presente in Italia dal ’55,  che nonostante ben tre riforme è ancora inapplicato, soprattutto per quanto riguarda la componente formativa . Per non parlare dei servizi per il lavoro nei  quali circa un milione di giovani NEET non ha  mai messo piede.  

 

  1. NEL CONFRONTO CON L’EUROPA, QUALI SONO GLI INVESTIMENTI E LE POLITICHE CHE IN QUESTI ANNI IN ITALIA SONO MANCATE E CHE HANNO FAVORITO LA DIFFUSIONE DELLO SCORAGGIAMENTO E DELLA MANCATA PARTECIPAZIONE DELLE NUOVE GENERAZIONI AL MERCATO DEL LAVORO ?

 

Che il nostro  sia un paese che investe pochissimo sulle giovani generazioni è cosa nota. Ma  attenzione pur non brillando per investimenti sociali la quota del PIL riservata alla spesa sociale  non si colloca molto al di sotto della media europea. E’ la composizione  di tale spesa che denota una scarsa attenzione alle problematiche delle giovani generazioni. Ad esempio mentre in media in Europa il 39% va a trattamenti pensionistici per vecchiaia in Italia tale quota sale ad oltre il 50%. Rispetto a quasi tutti gli altri paesi Ue, destiniamo, invece,   risorse assolutamente residuali alle funzioni di protezione sociale dedicate all’esclusione sociale, alla disoccupazione, alle famiglia e alle persone con disabilità. In particolare l’Italia  si colloca all’ultimo posto (0,2% rispetto alla media Ue pari all’1,4%) per le risorse destinate al sostegno al reddito, alle misure di contrasto alla povertà o alle prestazioni in natura a favore di persone a rischio di esclusione sociale. Al sostegno per la disoccupazione e alle politiche attive per il lavoro è riservata  solo l’1,9% della spesa, contro il 5,2% dell’Europa. Ma sono proprio queste le leve su cui si dovrebbe agire per ridurre il fenomeno. In assenza di tali politiche è inevitabile che siano le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto.  E con la crisi lo scenario è destinato a peggiorare. Pensare che i giovani, con l’attuale mercato del lavoro e le scarsissime risorse disponibili per politiche abitative, servizi per il lavoro e le politiche attive possano aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è semplicemente illusorio.

 

 

  1. QUALI SONO GLI INTERVENTI URGENTI CHE POSSONO INVERTIRE LA ROTTA ED AVVIARE RIFORME IN GRADO DI AUMENTARE LA PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI ITALIANI ALLA FORMAZIONE, AL LAVORO E MIGLIORARE LA LORO CAPACITA’ ?

 

Non credo che,  almeno nei prossimi anni,  sarà possibile invertire la rotta ed è molto difficile essere ottimisti. Se per oltre vent’anni, quando era possibile,  si è fatto assai poco (chi non ricorda i prepensionamenti facili che hanno portato la spesa per trattamenti pensionistici di anzianità agli attuali livelli) è difficile pensare che in una fase di così grave sofferenza, con un  debito pubblico ai livelli attuali, sia possibile spostare verso le giovani generazioni investimenti significativi (cioè che sia possibile modificare significativamente la composizione della spesa sociale). Al di la delle dichiarazioni di principio (la parola giovani è certamente una delle più inflazionate nel lessico politico) credo che i margini di manovra sia molto ridotti. Tuttavia è certamente possibile rendere gli attuali strumenti disponibili più efficienti. In primo luogo,  pensando soprattutto ai giovani NEET,  è necessario migliorare la qualità dei servizi per il lavoro cercando di favorire il loro accesso alle politiche attive del lavoro. Ovviamente il secondo strumento da rafforzare è l’apprendistato facendolo finalmente funzionare ed utilizzandolo anche per recuperare i bassi livelli di istruzione e formazione delle fasce più deprivate culturalmente. Sarebbero, inoltre,  utilissime  misure per favorire la creazione di nuovi nuclei familiari (ad esempio con politiche abitative per le giovani coppie con figli) e,   riprendendo  un tema dimenticato quello del diritto allo studio, sarebbe assai utile sviluppare  interventi che favoriscano i capaci e meritevoli benché privi di mezzi  con borse di studio e varie forme di prestito d’onore.  Ma si tratta di interventi costosi se sviluppati su larga scala,  difficili da immaginare in questa fase. Per questo è difficile essere ottimisti: a costo zero, zero risultati.

 

  1. RITIENE CHE ALCUNI DEI PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO MONTI STIANO ANDANDO IN QUESTO SENSO  ? 

Verosimilmente sia le liberalizzazioni sia la riforma del mercato del lavoro, dovrebbero migliorare  la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro. Sicuramente gli interventi a favore dell’apprendistato e la riforma degli ammortizzatori sociali (perso alla nuova ASPI che amplia la platea dei giovani che potenzialmente potranno accedere a sostegni al reddito)  sono misure utili, così come una migliore  regolamentazione della flessibilità in entrata può favorire una meno difficile  transizione dei giovani alla vita adulta e professionale. Tuttavia,  come ho prima ricordato,  un ruolo  decisivo lo giocano le politiche attive ed i servizi per il lavoro e su questo specifico terreno il disegno di legge di riforma fornisce solo alcune indicazioni di massima. Si parla da anni di introdurre anche in Italia un sistema di flexsecurity che permetta di collegare politiche attive e passive in un modello di intervento integrato ma, nonostante gli sforzi degli ultimi anni siamo ancora molto indietro. Non dimentichiamo che in gran parte delle Regioni del mezzogiorno (e non solo) la capacità di spesa del Fondo Sociale Europeo è ancora bassissima,  segno di una difficolta tecnica nel gestire e governare in modo efficace le politiche del lavoro e della formazione. E siccome non è pensabile sviluppare nuovi e più sofisticati modelli di intervento a prescindere dal ruolo chiave  delle Regioni è altrettanto difficile pensare di raggiungere risultati significativi senza migliorare la qualità della programmazione regionale ed una più stretta collaborazione tra Stato e Regioni (e non bastano le sperimentazioni o  le buone prassi o condotte da alcune regioni del Nord e del Centro Italia).   In tutti i paesi Europei per affrontare queste sfide sono state create Agenzie tecniche con il compito di integrare tutti gli strumenti disponibili di politica del lavoro, gestendo in modo integrato le diverse forme di sostegno al reddito, i servizi  e le politiche attive, favorendo la collaborazione operativa  tra lo Stato e le autonomie locali. In una prima fase,  nel documento illustrativo del  disegno di legge di riforma,  il Governo sembrava aver adottato questo approccio proponendo soluzioni che andavano in questa direzione, ma successivamente il disegno di legge ha posto la questione, pur non escludendola, solo sullo sfondo. Sarebbe un peccato rinunciare ad una reingegnerizzazione dei modelli di intervento, imparando dalle migliori esperienze europee. Visto che in questa fase recessiva è difficile pensare a nuovi investimenti, almeno sarebbe utile, preparare gli strumenti per rinnovare e qualificare le politiche sociali e del lavoro, attendendo “in una prospettiva di crescita” l’occasione per tornare ad investire nelle politiche sociali,  per ridare ai giovani, soprattutto alle categorie più svantaggiate,  quella centralità che da tempo hanno perduto.

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