I LAVORATORI SONO PIÙ ANZIANI, PIÙ PART TIME E DI MENO AL SUD

In dieci anni la quantità degli occupati è più o meno la stessa, ma è cambiata la qualità. L’analisi dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro mostra una struttura del lavoro italiano profondamente diversa rispetto a dieci anni fa e che richiede interventi di riforma.

L’urgenza di una stagione di riforme per “riattivare” gli italiani nell’integrazione tra politiche sociali, formative e del lavoro è resa ancora più evidente dai dati sulle caratteristiche qualitative dell’occupazione italiana a dieci anni dalla crisi. Il confronto, elaborato nel 2018 da un report dell’ Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, ci permette di cogliere un’Italia in cui le condizioni del territorio e del lavoro disegnano una minore coesione, una maggiore disuguaglianza tra ceti e generazioni e soprattutto l’urgenza di politiche di sistema in grado di intervenire sui rischi che si sono determinati.

Dopo la grande crisi economica, finanziaria e occupazionale, la struttura dell’occupazione italiana è profondamente cambiata anche se, nel confronto 2008-2017, il numero di occupati è rimasto pressoché uguale.

In particolare:

 1) ci sono 2,8 milioni di lavoratori over 44 in più e 2,9 milioni di lavoratori under 45 in meno;

2) i dipendenti part-time sono passati da 2,5 a 3,5 milioni, pari ad un aumento del 40%;

3) l’industria ha perso 900 mila occupati, mentre i servizi sono aumentati di 800 mila unità;

4) il Mezzogiorno ha perso 310 mila occupati, mentre nella Regione Lazio si è registrato un aumento di 193 mila unità e in Lombardia di 125 mila;

5) sono “scomparsi” un milione di operai e artigiani e gli addetti ai servizi sono aumentati di 810 mila unità.

L’81% dell’incremento dei part-time, dal 2008 al 2017, si concentra nelle classi di età comprese tra i 45 e i 64 anni. L’aumento induce a ritenere che questo tipo di contratto, in Italia, rappresenti uno strumento di precarietà lavorativa, in particolare nella fascia over 45, e di vantaggio per le imprese.

Interessante è l’andamento nel tempo dell’incidenza del part-time involontario rispetto al totale degli occupati a tempo parziale: si passa dal 41% nel 2008 al 63% nel 2017 (solo Cipro e la Grecia hanno percentuali più alte). Perché? La risposta può essere duplice: da un lato, la legislazione ha favorito il contratto a tempo parziale per una migliore conciliazione del lavoro con la vita personale; dall’altro, il part-time e, più in generale, tutte le forme di lavoro flessibile sono opportunità per le aziende nelle situazioni di crisi, purché, però, il lavoro part-time sia ben organizzato al fine di aumentare la produttività e diminuire i costi.

In tutti i contesti socio-economici, quando alcuni fattori cambiano, entrano nuove variabili a dettare regole e comportamenti. Ed è quello che è accaduto al contratto di lavoro part-time con la crisi economica, il conseguente crollo dell’occupazione e gli effetti negativi sulle famiglie. Negli ultimi anni si è verificato un cambiamento di rotta evidente: sempre meno persone desiderano il part-time, sempre più lavoratori sono costretti ad accettarlo, i cosiddetti “sottoccupati involontari”. Il part-time si cerca sempre meno perché è cambiata la composizione delle famiglie. Sono sempre di più quelle formate da una sola persona ma sempre di meno quelle con figli, quindi aumenta il tempo disponibile per lavorare. A ciò si deve aggiungere la maggiore necessità di soldi, soprattutto nelle grandi città dove il costo della vita è più elevato. E’ infatti il contratto part-time a generare i “nuovi poveri” o “working poor”, persone che lavorano ma guadagnano troppo poco per avere una vita dignitosa e per crearsi un futuro. Ed è proprio sul futuro che si addensano le ombre maggiori, a partire dall’idea di lavorare una vita per avere una pensione da “retired poor”.

Se consideriamo gli squilibri territoriali, l’Italia del 2018 esce dalla crisi più divisa. A livello territoriale si registra un forte aumento degli occupati del Centro Italia (+169 mila), un lieve aumento al Nord (+74 mila occupati) e una severa riduzione di occupati nelle Regioni del Mezzogiorno (-310 mila).

L’analisi regionale permette di osservare dinamiche divergenti all’interno delle ripartizioni territoriali. Infatti sull’incremento nel Centro Italia influisce la performance della Regione Lazio, e il risultato del Nord è largamente determinato dal contributo dei 125 mila occupati in più della Regione Lombardia. Fra le regioni del Nord che hanno superato i livelli occupazionali del 2008 troviamo però solo due regioni: l’Emilia Romagna e il Trentino. Numerose le regioni, a partire dalla Liguria (-33 mila), ancora in ritardo rispetto ai livelli di 10 anni fa. Nel Mezzogiorno la sola Regione Campania ha superato – sebbene di sole 3 mila unità – il numero di occupati del 2008, mentre la Sicilia (-112 mila), la Puglia (-80 mila), la Sardegna (-40 mila) e la Calabria (-48 mila) subiscono tuttora una crisi occupazionale che va oltre le dinamiche globali e denuncia ritardi strutturali che continuano ad acuire il divario con le altre regioni italiane. Il Nord genera l’83% (385 mila unità) dell’incremento occupazionale nazionale, il Centro il 51% (239 mila unità) mentre il Mezzogiorno partecipa con un -33% (-157 mila unità). Numeri che fanno pensare che non solo si è ancora lontani da un riequilibrio economico e, di conseguenza, occupazionale, ma, che la forbice del divario continua ad allargarsi. Le previsioni statistiche ritengono che entro il 2020 questi dati possano ulteriormente migliorare, ma il fenomeno della mancanza di coesione nazionale e sociale resta e consegna un paese in cui l’andamento dei mercati e dell’economia determina situazioni e condizioni di forte diseguaglianza nell’accesso al reddito, alle opportunità occupazionali ed alla stessa conoscenza. Per rendere meno ingiusta questa prospettiva ed evitare che i mutamenti in corso producano un forte disagio sociale l’Italia è chiamata ad aumentare gli investimenti e a fare un salto di qualità nelle politiche di inclusione sociale e di attivazione lavoro. In questo senso, nonostante le riforme avviate, la distanza con i migliori modelli europei resta consistente ed ancora da colmare. E’ compito urgente della politica indirizzare gli esiti dell’economia e sostenere la promozione delle opportunità nelle diverse aree del Paese.

In allegato

IL RAPPORTO SUI CAMBIAMENTI DEL LAVORO DELL’OSSERVATORIO CONSULENTI DEL LAVORO