UNA BUONA NOTIZIA: PIÙ DI DUE MILIONI E CINQUECENTOMILA POSTI DI LAVORO ENTRO IL 2022

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Il rapporto previsionale Anpal UnionCamere sui fabbisogni professionali indica come nei prossimi cinque anni siano previsti più di due milioni e cinquecentomila posti di lavoro

Sulla base dei dati del sistema previsionale Excelsior Union Camere è stato predisposto un rapporto che mostra in modo molto chiaro ed articolato l’andamento del lavoro in Italia nei prossimi anni, indicando i settori, le competenze, il livello tecnico e le caratteristiche delle figure professionali.  La stima prevede che, nello scenario più probabile nel confronto europeo ( benchmark), tra il 2018 e il 2022 lo stock di occupati nazionale possa crescere di circa 560.000 unità, a un tasso medio annuo dello 0,5%.

Il tasso medio annuo di crescita dell’occupazione si innalza invece allo 0,9% nel caso dello scenario economico positivo, che prevede un incremento di circa 960.000 occupati. È interessante analizzare in che misura le diverse componenti (privata e pubblica) contribuiscano alla crescita complessiva. La componente privata dovrebbe crescere a un tasso nettamente superiore a quello complessivo (+0,71% medio annuo), ma con un tasso nettamente superiore per i dipendenti rispetto agli indipendenti (+0,90% contro 0,25%). Il contributo della componente pubblica – formata solo da lavoro dipendente – è previsto invece negativo (-0,89%), e ciò limiterà la crescita complessiva nazionale allo 0,5%. Si creano quindi nuove opportunità di impiego nel settore privato, soprattutto nei servizi, mentre il settore pubblico sarà legato soprattutto al cosiddetto rimpiazzo, alla sostituzione dei lavoratori andati in pensione.

A partire dalle previsioni di crescita e dalle ipotesi sull’evoluzione dei pensionamenti e della mortalità sono stati calcolati i fabbisogni di occupati complessivi, pari a 2.576.200 unità previste nei prossimi cinque anni, per un tasso di fabbisogno occupazionale medio annuo previsto (dato dal rapporto tra il fabbisogno lavorativo e lo stock di occupati) pari al 2,26% e maggiore nei servizi che nel settore industriale.  In ogni caso il dato della domanda delle imprese, dei fabbisogni professionali richiesti, conferma la necessità sentita ed ormai ben presente nelle imprese italiane di dotarsi delle competenze necessarie per rispondere all’evoluzione della domanda ed ai cambiamenti dell’organizzazione produttiva richiesti della prospettiva del Quarto Capitalismo.

Se si esaminano i dati del rapporto previsionale Anpal UnionCamere per ripartizione territoriale, si riscontra un tasso di fabbisogno più elevato nell’Italia nord orientale, dovuto al più elevato tasso di espansione della domanda di occupati tra tutte le aree, mentre il tasso di rimpiazzo è appena inferiore alla media nazionale. Sono molto simili a questi anche i valori del Nord Ovest, mentre l’Italia Centrale e il Mezzogiorno si caratterizzano per tassi assai inferiori di espansione e tassi più elevati di rimpiazzo. Emerge quindi un certo divario tra gli andamenti previsti nei prossimi anni nel Nord e nel Centro-sud, che porterebbe ad allargare ulteriormente il gap di crescita già presente da molti anni tra un Nord più dinamico (anche perché molto più aperto ai mercati internazionali) e un Centro-sud maggiormente legato alla moderata crescita della domanda interna e il cui fabbisogno risulta maggiormente dipendente dalla domanda di sostituzione dei lavoratori andati in pensione.

Considerando i tassi di fabbisogno settoriali, nelle prime posizioni di questa graduatoria si trovano la sanità e assistenza sociale (con un tasso medio annuo di fabbisogno del 3,8%), il turismo e la ristorazione (3%), le public utilities (2,9%), l’istruzione (2,8%) e i servizi operativi alle imprese e alle persone (2,6%). Il settore della sanità-assistenza deve questo risultato soprattutto al valore della domanda di rimpiazzo e sostituzione; il turismo e la ristorazione mostrano invece il tasso più elevato in assoluto di domanda espansiva, di richiesta di nuovi occupati. Escluse le Public Utilities, i settori industriali con il tasso di fabbisogno più elevato nella media del periodo sono l’industria alimentare, le industrie ottiche e medicali e le pelli e calzature, con tassi nell’ordine del 2%, mentre il settore dei servizi con il tasso più contenuto è quello delle telecomunicazioni (1,1%).  In generale l’industria presenta tassi di fabbisogno più bassi a causa dei valori negativi della domanda di espansione, che nei servizi è quasi sempre positiva, con le eccezioni dei servizi dei media e delle telecomunicazioni.

Per i settori caratterizzati da valori negativi della domanda di nuovi occupati (molti settori industriali, i servizi dei media e le telecomunicazioni), ciò non riflette necessariamente un andamento negativo di un mercato previsto in contrazione nei prossimi anni, secondo quanto indicato da Anpal ed Union Camere quanto piuttosto l’esigenza di razionalizzare la produzione e rafforzare la specializzazione per reggere meglio la concorrenza, e questa razionalizzazione passa anche da innovazioni tecniche e organizzative. Insomma si tratta dell’effetto delle tecnologie insieme a quello della riorganizzazione, che spinge ad avere meno addetti, ma con professionalità più alta e specializzata, per rispondere alla maggiore richiesta di qualificazione. Si profila quindi per questi settori un percorso simile a quello seguito da tempo dal tessile-abbigliamento, in declino occupazionale da molti anni e con volumi di produzione certamente ridimensionati, ma oggi molto più competitivo. Gli altri settori industriali (in particolare l’alimentare e le industrie ottiche e medicali) mostrano invece una sostanziale tenuta, riflessa dai valori moderatamente positivi della domanda di nuovi occupati, grazie in particolare alla forte propensione all’export, che consente di compensare la mancata crescita della domanda interna.

Su queste previsioni e sulla loro articolazione settoriale e per professione influiscono in varia misura i grandi fenomeni strutturali che stanno modificando radicalmente il mercato del lavoro e con esso l’intero sistema produttivo e sociale, che il Rapporto previsionale Anpal UnionCamere riassume in tre grandi tendenze, descrivendo i relativi fenomeni che ne derivano.  La prima è costituita dall’invecchiamento della popolazione che caratterizza da decenni le società avanzate. Questo agisce direttamente e indirettamente sul mercato del lavoro. L’effetto diretto è costituito dal fatto che per affrontare l’aggravio della spesa pensionistica sui conti pubblici i governi tendono a prolungare sempre più l’età lavorativa, rallentando significativamente la sostituzione tra lavoratori anziani e lavoratori più giovani potenzialmente più produttivi. Inoltre, dati gli scarsi sbocchi professionali, durante la recessione i giovani hanno prolungato la permanenza nelle attività di istruzione e formazione. Tutto ciò ha determinato, come segnala il rapporto previsionale Anpal UnionCamere, uno scarso ricambio tra le vecchie e le nuove generazioni con il contestuale invecchiamento della forza lavoro. L’effetto indiretto riguarda il tema delle competenze possedute dai lavoratori. Di fronte ad una crescita rilevante dell’età media della forza lavoro, i lavoratori si trovano ad aver realizzato la propria esperienza formativa molto indietro nel tempo e vi è il rischio concreto che le loro competenze non siano più adeguate al rapido cambiamento del tessuto economico. Questo problema è noto come “ invecchiamento delle competenze” e richiede la capacità di realizzare un efficace sistema di formazione professionale. Infine, l’invecchiamento della popolazione influenza anche direttamente la domanda di competenze, ad esempio quelle legate alla cura degli anziani ed alle attività ad esse correlate (case di riposo, ospedali, ecc.). Il secondo fattore è legato al processo di globalizzazione e al cambiamento che esso ha introdotto nella struttura produttiva. La divisione della catena del valore resa possibile dai processi di riorganizzazione della filiera della produzione ha fatto sì, secondo il rapporto Anpal UnionCamere, che la produzione di singoli beni possa essere frammentata in diverse parti o processi, ognuno dei quali può essere considerato un bene a sé stante e dunque a sua volta commercializzato.

In questo modo sono divenuti vendibili anche parti del processo di produzione che precedentemente non si pensava potessero esserlo. Questo fenomeno ha modificato profondamente la struttura della produzione, determinando un aumento della domanda relativa di lavoratori meno qualificati nei paesi in via di sviluppo e un complementare aumento della domanda relativa di lavoratori qualificati nelle economie avanzate. Il terzo fattore è probabilmente il più rilevante ed è costituito dal progresso tecnologico. Il rapido sviluppo tecnologico e l’utilizzo massiccio dell’ICT nel processo produttivo hanno radicalmente mutato le competenze richieste ai lavoratori. Le nuove tecnologie consentono l’automazione di un crescente numero di attività che, precedentemente, venivano svolte dalle persone. L’avvento dei big data, lo sviluppo di internet ha reso sempre più concreta la possibilità di automatizzare anche attività che sembravano troppo complesse per una macchina.

Va infine considerato che, poichè le professioni che tendono maggiormente a essere sostituite sono quelle intermedie, uno degli effetti di questi processi è la polarizzazione del mercato del lavoro con una crescita concentrata prevalentemente nelle occupazioni ad alta e bassa competenza ad un calo di quelle intermedie.

In allegato

IL RAPPORTO PREVISIONALE ANPAL UNIONCAMERE