QUALI SONO LE NUOVE SFIDE NEL MERCATO DEL LAVORO?

GIUBILEO interno

Il “Manifesto sul lavoro” proposto da Francesco Giubileo sulle priorità da affrontare nei prossimi anni.

Contratto a tutele crescenti vs contratto a tempo determinato

In merito all’attuale quadro normativo, la priorità non è quella di ri-discutere il Contratto a Tutele Crescenti, tale contratto ha avuto il merito di convincere le poche multinazionali presenti in Italia ad avere una chiara conoscenza dei costi di uscita (in caso di licenziamento precedentemente tutelato dall’Articolo 18) e questo ha permesso a qualche centinaio di migliaia di lavoratori (soprattutto nel Nord-Italia) di poter essere assunto a tempo indeterminato, dopo un lunghissimo periodo di atipicità.

Non credo alla “retorica” che l’occupazione sia ripartita grazie al Job-Act (e stato un errore mettere in relazione riforme e andamento del mercato del lavoro), ma piuttosto è stata la crisi del Maghreb (come per l’Egitto), dopo la Primavera Araba, ad inflazionare il turismo in Italia, Spagna e Grecia che ha favorito a sua volta un incremento occupazionale proprio nei settori della ristorazione, alberghiero ed intrattenimento che hanno una bassa produttività, ma altissima intensità di lavoro.

Resto invece convinto che sia il contratto a tempo determinato (regolamentato dal Decreto Poletti) a rappresentare il vero “male assoluto”, di cui il nuovo Governo dovrebbe mettere subito mano. Il contratto a tempo determinato oggi presente nel nostro paese rappresenta in assoluto uno dei più “atipici” in Europa, non c’è nessuna ragione che giustifichi un contratto di tre anni senza causale.

Le possibilità sono quelle di tornare alla versione precedente prevista dalla Riforma Fornero oppure scriverne una nuova, reintroducendo la “causale” del perché si utilizza un contratto a tempo determinato, con una durata massima (con o senza proroghe) di un anno. A queste condizioni andrebbe aggiunta, con l’intento di evitare abusi, una “penale” (una sorta di integrazione al TFR) per compensare i costi di ricollocazione a termine del contratto. Quest’ultima condizione potrebbe non valere in caso di trasformazione o nel caso si tratti di lavoro “somministrato” (ex-interinale per intenderci) a patto che l’Agenzia privata del lavoro con la quale il lavoratore ha instaurato il rapportosi faccia carico entro un determinato periodo della ricollocazione del lavoratore.

L’obiettivo dichiarato è quello di “incentivare” molte aziende ad assumere una persona direttamente tramite il Contratto a tutele crescenti. Tale incentivo non ridurrà in maniera significativo l’utilizzo dei contratti a tempo determinati, in quanto resto convinto, purtroppo, che l’attuale andamento del mercato del lavoro sia caratterizzato soprattutto da elementi di “ciclicità”, ovvero c’è lavoro ma non per tutto l’anno e questo perché si tratta di lavori stagionali e/o soprattutto professioni a basse qualifiche.

Competenze e mobilità occupazionale

La presenza di un mercato del lavoro caratterizzato da mansioni di bassa “qualifica” professionale, purtroppo non si concilia con una certa “retorica”che esprime preoccupazione nella ricerca di risorse con qualifiche specialistiche necessarie alla domanda di lavoro.Queste esigenze, come il caso del Manutentore di caldaie o di impianti elettrici industriali, sono reali e concrete e chiamano in causa la necessità di riformare il sistema universitario per incentivare gli eventuali studenti fuori corso o che decido di abbandonare gli studi verso i percorsi ITS (percorsi di Specializzazione Tecnica Post Diploma), in modo da garantire a queste persone un titolo di studio valido sul mercato del lavoro e il più possibile coerente con le vacancy di qualifiche tecniche professionali.

Tuttavia il rischio è quello di commettere un errore grossolano,scambiandoil “Topolino” (le cosiddette centomila richieste di lavoratori competenti) con la montagna (trovare lavoro a 6 milioni di disoccupati o inattivi ma disponibili a lavoro). In altri termini, investire nella transizione scuola-lavoro in Italia non risolverà mai il problema di trovare lavoro a sei milioni di persone, perché il “problema” non è il gap di competenze, ma all’interno di un contesto fortemente polarizzato è quello di “creare” lavoro nel Mezzogiorno (questa confusione è forse uno degli errori più rilevanti del precedente governo).

La dimostrazione di un’errata interpretazione è dettata da diversi elementi emersi dall’analisi di dati e studi sulle forze lavoro e comunicazioni obbligatorie:

  • nel mercato del lavoro è presente una generale “sovra-istruzione” soprattutto nel settore dei servizi (mansioni che richiedono competenze nettamente inferiori rispetto a quelle in possesso della persona, la quale è in grado di lavorare in autonomia in tempi brevissimi);
  • l’errato utilizzo del contratto di Apprendistato di II livello (professionalizzante), si è visto nel caso del “combinato-disposto” del 2015, dove il contratto a tutele crescenti era diventato più vantaggioso in termini di contributi rispetto all’Apprendistato, questo è stato letteralmente inutilizzato rendendo poco credibile tutte quelle raccomandazioni sulla necessità di formare i “nostri giovani” e che dire del fatto che l’Apprendistato risulti il contratto più utilizzato nel stabilizzare i giovani tirocinanti del programma Garanzia Giovani, cosa serve prevedere un percorso formativo di diversi anni a favore di un giovane che ha lavorato (tirocinio in Italia è praticamente un rapporto subordinato) per ben6-12 mesi. Insomma c’è il sospetto che tale strumento non sia utilizzato per la transizione scuola-lavoro, ma solo per gli elementi incentivanti del contratto stesso.

Questo rappresenta forse uno dei più rilevanti errori fatti dal precedente governo, confondere un problema di disoccupazione frizionale (mismatch di competenze) con un problema strutturale di milioni di disoccupati, si spera che lo stesso errore non venga commesso dal futuro governo (parlare di transizione scuola-lavoro attira sempre attenzione soprattutto nei confronti delle parti sociali e della stampa, come risolvere l’occupazione di sei milioni di persone invece chiede uno sforzo notevole – d’altronde non si potrebbe spiegare meglio il successo del Movimento 5 Stelle al Sud per la proposta del Reddito di Cittadinanza).

Utilizzerei le risorse non tanto per incentivare l’Apprendistato, ma per sviluppare modelli che favoriscano la “mobilità occupazionale” verso le grandi città e progetti di formazione continua (che possiamo chiamare “attiva”) volta all’occupabilità dei partecipanti piuttosto che al solo aggiornamento professionale. Solo in questo modo saremo in grado di generare un Back to Work il più possibile efficace, in modo da poter acquisire competenze diverse e trovare lavoro ovunque.

Piattaforme online, rappresentanza e salario minimo

Tuttavia la vera sfida normativa dei prossimi anni riguarderà il diritto del lavoro inerente all’occupazione prodotte tramite le cosiddette piattaforme online, si tratta di un campo ancora da esplorare che soprattutto in Italia non ha raggiunto una “massa-critica” che produca un significativo dibattito sull’argomento, se non per fatti di cronaca.

Il tema è piuttosto complesso, perché in questo caso non è semplice far combaciare il riconoscimento dei diritti con il profittodell’attività economica, ad esempio nel caso di Foodora, i margini dell’azienda sono molto ristretti, aumentare i diritti dei lavoratoricoinvolti (fino ai livelli di un vero rapporto di lavoro subordinato) puòprovocare la chiusura della piattaforma stessa. In questo caso è necessario trovare un mix di risposte corrette, ma solo nel momento in cui questi lavoratori saranno in grado di sviluppare una propria rappresentazione sindacale specifica alla loro situazione (perché le rivendicazioni non solo le stesse di un impiegato o operaio).

Il riconoscimento del diritto non arriverà certo dall’introduzione di un salario minimo, proprio per i problemi appena descritti è più probabile che la soluzione la si trovi attraverso complesse concertazioni delle parti sociali e forse con la costituzione di un contratto di somministrazione ad hoc, almeno per quei lavoratori attualmente autonomi ma con un forte attachment con il rapporto subordinato.

Questo non significa che non vada affrontato anche il tema del salario minimo in Italia, questo per ovvie ragioni deve basarsi sui classici tre elementi: un valore base (molto basso e garantito a tutti); un’indennità locale (clausola obbligatoria che tenga conto del contesto economico-sociale e che sia variabile a seconda delle performance generale dello stesso territorio in modo da evitare gabbie salariali); ed infine i classici super-minimi in relazione alla produttività. Inutile dire che la definizione dei tre parametri non potrà che passare da una fitta e complessa concertazione tra le parti sociali.

 

Cooperative, lavoro nero e controlli

Rappresenta uno dei temi più complessi da affrontare, soprattutto nella logistica/ trasporti (ma non solo) esistono casi, purtroppo noti alla cronaca, di Cooperative fittiziedove ad essere minacciato è il diritto dei lavoratori coinvolti, in una guerra senza quartiere al massimo ribasso, anche in questo caso (come il lavoro prodotto dalle piattaforme online )trovare una soluzione non è facile, soprattutto perchéla normativa esiste, ma è difficile applicarla.

Questo tema richiama un secondo argomento strettamente connesso che è il contratto al lavoro nero (o meglio grigio), qui sono due le proposte da realizzare appena l’Ispettorato nazionale del lavoro sarà a regime: utilizzo delle forze di pubblica sicurezza anche per il contrasto al lavoro sommerso all’interno di un modello operativo strutturato (non solo attività sporadiche dettate da alcune specifiche indagini giudiziarie); i blitz sui luoghi di lavoro vanno video-registrati e sono prove da utilizzare durante il processo; infine, il compenso deve essere il più possibile basato su un modello no-money (con definizione dettagliate e precise delle ore lavorate) proprio per facilitare il più possibile l’attività ispettiva e soprattutto le eventuali contestazione del lavoratore.

Analoghe considerazioni andrebbero poste anche sull’utilizzo del tirocinio extra-curriculare; anche in questo caso la norma è corretta, però a favorire l’opportunismo di alcuni datori di lavoro è la ridotta possibilità di controllo, suggerirei comunque di prevedere degli exit-free (penali in caso di mancata stabilizzazione), per non scaricare sul pubblico le esternalità negative di ricollocare la persona convolta nell’esperienza del tirocinio.

 

Politiche attive e Universal Jobmatch

In un paese “schizzofrenico” nelle dinamiche di gestione delle politiche attive del lavoro, dove sono presenti più differenze tra regioni italiane che interi paesi europei, si dovrà fare i conti con le nuove tecnologie e il web che sta drasticamente cambiamo i servizi pubblici per l’impiego.

Sono stato da poco nel Regno Unito a visitare un Job Centre Plus (la struttura visitata è praticamente identica in termini organizzativi ai CPI italiani), peròquel sistema (esattamente come sta avvenendo nei Paesi Bassi), è completamente incentrato nello sviluppo di piattaforme online per servizi e-learning, le attività in loco sono dedicate ai soggetti che possiamo definire “ultra-svantaggiati” (destinatari di sussidi pubblici), dove alle difficoltà occupazionali si affiancano anche difficoltà sociali.

La stragrande maggioranza dei destinatari si muove all’interno del sistema tramite l’on-line, non si va nei Job Centre Plus per l’attività di scouting aziendale, perché farlo quando puoi fare le stesse cose con il tuo smartphone?Inoltre si tenga conto che la selezione del personale in tantissime avviene tramite Skype(fondamentale per scremare i candidati migliori, con un risparmio netto di tempo), su questo il mondo sta cambiando e non si torna più indietro.

Quindi al centro dei Centri per l’impiego del futuro, senza escludere la necessità di una riforma di tali strutture con l’ingresso di nuove professionalità e la speranza di costituire un indirizzo specialistico universitario per addetti ai servizi pubblici per l’impiego (sull’esempio di alcuni Master oggi presenti sul territorio nazionale), non potrà che esserci il portale pubblico di incontro domanda e offerta di lavoro; analogamente all’Universal Jobmatch presente in Gran Bretagna,  questo portale noto in Italia anche come “Borsa-Lavoro” non ha mai funzionato, perché? Doveva essere un data warehouse di tutte vacancy disponibili sul mercato, rispondere a questa domanda potrebbe aiutare tantissime persone a trovare un lavoro.

Il lettore in queste poche pagine avrà notato che i temi non sono pochi, d’altronde il mercato del lavoro è una materia complessa (che mischia scienze politiche, economia e giurisprudenza) e si tratta di un fenomeno sociale in continua mutazione e movimento a cui la norma e le modalità organizzative devono a loro volta cercare di stare sempre al passo coi tempi.