COME ISTITUIRE IL REDDITO DI CITTADINANZA: ALCUNE INDICAZIONI CONCRETE

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Nel commento di Andrea Pugliese, le indicazioni per poter rendere la proposta del reddito di cittadinanza un percorso realistico in tempi certi

Provo a porre, a beneficio di tutti coloro che amano confrontarsi nel merito, qualche punto per provare a rendere più chiaro il percorso verso il Reddito di Cittadinanza (che per, per le sue caratteristiche, andrebbe meglio chiamato Reddito Minimo Garantito) con una migliore efficacia del sistema dei servizi per il lavoro:

  1. In premessa, è opportuno fissare come i fondi FSE Plus che si vogliono usare per finanziarlo non esistono. Verranno approvati dalla UE per il periodo 2021-27, per interventi ancora da negoziare, e saranno nei fatti disponibili dal 2023. Non credo che ciò sia compatibile con le tempistiche ipotizzate e anche dubito che ci si potrà finanziare l’intervento.
  2. Fino a quella data l’ipotesi dei fondi FSE, in piccola parte in mano allo Stato e al 95% alle Regioni che li hanno in toto programmati in accordo con Bruxelles, è difficoltosa in quanto già impegnati per altro, spesso utile e necessario,come la Formazione Professionale, i progetti per disabili, startup, lotta alla dispersione scolastica, gestione delle crisi aziendali, etc. Si potrebbero virare almeno in parte verso il Reddito? Sì e no… alcune Regioni già lo fanno da anni perché lo hanno scritto nei loro programmi operativi, altre no; comunque sarebbero spiccioli in confronto a quanto servirebbe
  3. Anche perché, non essendo il welfare competenza UE, con tali fondi non ci si può pagare il rifacimento di uffici, banche dati, e gli stipendi degli nuovi 25mila operatori ipotizzati. Gli altri Paesi usano per tali scopi la fiscalità ordinariamagari recuperando su altre voci come le missioni militari all’estero, i sussidi alle aziende decotte, i falsi invalidi o addirittura facendo pagare le tasse agli evasori.
  4. Aggiungerei chiarezza sul fatto che i 2 miliardi di Euro per dimensionare i servizi  sono da mettere a bilancio ogni anno dei successivi, non solo per iniziare.
  5. Una volta trovati altrove… a meno che non cambi la Costituzionedovranno transitare per le Regioni che sugli SPI hanno competenze e titolarità. Occorre dunque lavorare da subito ad  un accordo con chi le cose poi le dovrebbeattuare.
  6. Lo strumento suggerito è stato già sperimentato da poco in Finlandia ed è fallito al punto da essere interrotto ben prima delle due annualità su cui era stato pensato. Il messaggio è che occorre dunque immaginare una nuova via tutta da sperimentare prima di essere estesa al paese intero
  7. Un elemento non secondario con cui dovremo fare i conti è la condizionalità insita in tale politica (io ti do il sussidio se tu…) che in Italia non si è mai riuscita a applicare – anche se presente in teoria in diversi istituti, come la Cassa Integrazione e la Mobilità, anche per l’incapacità dello Stato a farsi rispettare e degli operatori a sentirsi protetti dallo Stato stesso.
  8. Il timore è che quello che farà sarà al massimo di provare a ampliare la platea dei beneficiari del REI (Reddito di Inclusione) uno strumento varato da governi precedenti che ha le stesse caratteristiche di un Reddito Minimo Garantito, oggi tuttavia limitato a una platea ristrettissima di persone, la cui efficacia è molto dubbia, e che prende però atto dell’impossibilità di fare le nozze con i fichi secchi.

Che fare? Azzardo alcune linee possibili su cui possiamo approfondire:

  • Lavorare sul senso dello Stato,prima che sugli strumenti: occorre supportare la creazione di lavoro, semplificando norme e processi di sviluppo, agevolando l’imprenditoria, premiando i virtuosi bastonando i truffatori; occorre dare dignità professionale a molti operatori dei servizi che sono profondamente convinti della propria inutilità (e che a loro volta sono spesso precari)
  • Cominciare a progettare servizi coni beneficiari e non solo per essi, anche per far emergere soluzioni nuove e trasferibili da un contesto all’altro. (Non è pensabile che chi finora ha poco compreso i problemi e immaginato soluzioni possa di colpo illuminarsi)
  • Potenziare il coordinamento operativo e informativotra servizi al lavoro, servizi sociali, scuole, ispettorati, ONG, Agenzie per il Lavoro private.
  • Dotarsi di strumentianche informativi e di data mining che aiutino a: mettere in relazione domanda e offerta di Competenze (lasciamo pure decadere le qualifiche professionali), far emergere il nero e le illegalità, puntare le politiche sui veri NEET e su chi ha davvero bisogno, snidare gli abusi di ammortizzatori sociali (ad es, alle imprese e in agricoltura) che durano anni o che sono prassi consolidate creando cittadini di serie A e B
  • Lavorare per prototipi e non per politiche universali: ergo, nessuno sa come si introduce uno strumento del genere allora facciamo 5-6 sperimentazioni di un anno in tutta Italia, diverse tra loro, valutiamone gli impattie poi semmai estendiamole al Paese
  • Non inseguire le modeassegnando ai servizi pubblici ciò che non è nelle loro corde: come la fuffa dei sostegni alle start up, gli incubatori d’impresa gestiti dal pubblico, l’innovazione sbandierata e temuta al tempo stesso,
  • Svolgere dunque al meglio ruolo di facilitatore, controllore (ispettore quando serve), di supporto alle persone, alle imprese al Made in Italy senza fughe in direzioni che falsino la concorrenza o mettano in competizione ricchi e poveri.
  • Investire tempo e risorse nel ripensare e organizzare le relazioni tra la scuola e l’università e il mercato del lavoro. Ad esempio istituendo figure nelle scuole che si occupino a tempo pieno di sviluppare l’orientamento el’alternanza scuola-lavoro.
  • Fermarsi a comprendere  la problematiche dei lavoratori precari e delle carriere discontinue, con pensioni non calcolabili per mancanza di certezze nei numeri e nelle regole, e le loro relazioni col mondo del lavoro illegale, NEET, la fine della speranza.

Andrea Pugliese