SUL LAVORO PREVALE L’ASSISTENZA E NON L’ATTIVAZIONE

Il confronto tra i servizi e gli investimenti di Italia, Francia e Germania mostra come in Italia prevalga l’assistenza e come il welfare faccia fatica a diventare workfare

In questi anni ci sono state nazioni che hanno saputo organizzare bene il mercato del lavoro e sostenere l’occupazione, creando interventi di workfare, ossia di welfare per il lavoro, mentre altre hanno nei fatti continuato a perpetuare modelli di erogazione di sussidi senza determinare significativi effetti sul rientro nel mercato del lavoro dei disoccupati. Per capire quali siano i sistemi che hanno funzionato meglio il confronto tra l’Italia, la Germania e la Francia mostra politiche del lavoro completamente diverse per la loro composizione. Le precondizioni dei sistemi virtuosi di politica attiva sono:  • un efficiente sistema di servizi pubblici e privati per l’impiego; • l’obbligatorietà della politica attiva per i percettori di disoccupazione; • l’effettiva condizionalità del pagamento del sussidio a fronte della partecipazione attiva alle iniziative di politica    attiva (spesso il soggetto che eroga il sussidio è anche colui che coordina le politiche attive); • un sistema efficiente di incrocio tra domanda e offerta di lavoro che riduca le asimmetrie informative.

Con il Jobs Act e la riforma del decreto 150 del 2015 l’Italia sembrava aver intrapreso la strada delle politiche di workfare, ma i dati smentiscono questa prospettiva, che appare definita ma non realizzata.

Le politiche del lavoro italiane sono infatti ancora basate su una forte quota di sussidi di disoccupazione, erogati senza la condizionalità alle politiche attive, con servizi per il lavoro del tutto residuali e poco finanziati e politiche attive che a loro volta sono costituite principalmente dagli incentivi alle assunzioni.

In Italia primeggia l’investimento in incentivi all’assunzione (55% del totale della spesa per le misure di politica attiva), particolarmente cresciuti nel 2015 per effetto del generoso sgravio contributivo triennale nella finanziaria. In Germania (8%) e in Francia (6%) gli incentivi rappresentano invece una misura residuale rispetto alla formazione o altre forme di sostegno all’occupazione.

La tendenza che si registra in Italia è di un continuo ricorso ad incentivare le assunzioni a tempo indeterminato. Questa misura in realtà favorisce principalmente le transizioni di occupati verso forme standard di lavoro piuttosto che favorire il reinserimento dei disoccupati di lunga durata.

Il sistema francese e soprattutto quello tedesco ( tra i più efficaci in Europa) condizionano invece severamente l’erogazione dei sussidi all’obbligo di attivazione al lavoro, con politiche attive mirate per contrastare la disoccupazione di lunga durata e con incentivi alle assunzioni molto più limitati. Appare evidente come invece il sistema italiano, soprattutto al Sud, collegando l’attivazione soprattutto agli incentivi contributivi e con un debole intervento della profilazione e della remunerazione per i servizi per il lavoro, abbia finito con il produrre un effetto boomerang: si usano gli incentivi per sostenere l’assunzione delle persone occupabili e che sarebbero probabilmente comunque assunte e si allarga la fascia dei disoccupati di lunga durata e con maggiori difficoltà di inserimento, aumentato il rischio di scoraggiamento e di richiesta di assistenza sociale.

Il dato più grave riguarda i servizi pubblici per le imprese: in assenza di una capacità di conoscere e gestire i posti vacanti delle imprese, le politiche di attivazione rischiano di non essere utilizzate e le misure di politica attiva si riducono alla mera erogazione di incentivi, passati in due anni da una spesa di 2 a quasi 7 miliardi di euro, con le conseguenze verificate e confermate dagli studi che mostrano come una quota significativa pari a circa il 50 per cento dei contratti di lavoro avviati con incentivazione nel 2015 già nel 2017 erano stati cessati dalle imprese, che hanno usato l’assunzione per accedere all’incentivo e non l’incentivo per stabilizzare il lavoro.

La debolezza del sistema italiano dei centri per l’impiego, nonostante il piano di rafforzamento coordinato da Anpal e da poco approvato, rende necessaria una collaborazione a livello nazionale con i servizi privati accreditati e la promozione di politiche in grado di passare dall’incentivazione solo alle imprese ad un sistema di incentivazione ordinaria e di remunerazione a risultato per i servizi per il lavoro che realizzano l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. In ogni caso il confronto europeo offre due indicazioni significative: l’Italia è nei fatti ancora ferma ad un sistema di welfare a base risarcitoria e per passare ad un sistema di workfare appare necessario avviate con maggiori investimenti quella riforma dei centri per l’impiego che almeno sulla carta appare oggi come uno dei pochi interventi che trova d’accordo tutte le forze politiche italiane.

Allo stesso modo, sembra evidente che vada dato un maggior equilibrio al sistema degli incentivi, sostenendo la remunerazione dei servizi che realizzano l’incontro tra domanda ed offerta e limitando l’uso di incentivi a pioggia alle imprese per qualsiasi tipo di assunzione.

Romano Benini

Allegato

LA RICERCA DELL’OSSERVATORIO DEI CONSULENTI DEL LAVORO