LAVORO: LA DISTANZA TRA NORD E SUD RIPRENDE AD AUMENTARE

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I dati dell’Osservatorio dei consulenti del lavoro sull’ occupazione nel Mezzogiorno

La ricerca dell’Osservatorio dei Consulenti del lavoro sulla situazione occupazionale al Sud mostra come la parziale ripresa in corso non investa significativamente ed ancora il Mezzogiorno e come in questi mesi la distanza tra le regioni del Nord e del Sud Italia sia aumentata, sia dal punto di vista della ricchezza che del dato occupazionale. Resta quindi prioritaria la questione delle condizioni per rendere il Mezzogiorno un ambiente competitivo ed adatto allo sviluppo. L’analisi misura il divario in termini occupazionali tra la fase dell’economia industriale ( dati 1977) e l’attuale fase economica postindustriale ( dati 2017): il differenziale occupazionale tra Nord e Sud passa da una differenza di meno del 9 per cento ( tasso di occupazione medio nel 1977 ) ad una differenza che nel 2017 supera il 20 per cento rispetto al tasso di occupazione tra Nord e Sud, a svantaggio del Mezzogiorno.

I dati del 2017 sono emblematici e  consegnano una Italia divisa in due come mai era stata prima: con ben 20 province del Nord Italia che hanno raggiunto e superato i livello occupazionale di paesi come l’Austria e la Germania ( Bologna, Milano, Piacenza, Bolzano in testa) e  25 province del Mezzogiorno che si collocano sui peggiori livelli europei, confrontabili con la Romania e la Grecia ( Caltanisetta, Foggia, ma anche Napoli non arrivano ad un tasso di occupazione di almeno il 40 per cento). La questione dello sviluppo, possibile o mancato, del Mezzogiorno è del tutto centrale rispetto allo sviluppo italiano, sia economico che occupazionale, in quanto sono solo le regioni del Mezzogiorno quelle che, crescendo, possono incrementare lo sviluppo italiano, sia perché molte aree del Centro Nord si trovano in una condizione di sviluppo “ saturo”, che perché l’ulteriore crescita economica delle aziende del Nord Italia si rende possibile solo attraverso un incremento dell’attività che trova, in ragione di un territorio che ha già raggiunto i limiti dello sviluppo possibile, spazi o attraverso la promozione di investimenti o al SUD o fuori dall’Italia.

La questione del Mezzogiorno è quindi “ ambientale”: si tratta di verificare se l’ambiente presente nei territori delle regioni del Sud Italia sia idoneo ad attrarre investimenti, in quanto solo l’attrazione di investimenti può permettere la creazione di opportunità occupazionali, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Se la fase della lunga crisi economica e del lavoro tra il 2008 ed il 2014 ha coinvolto sia il Nord che il Sud, sono quindi di estremo interesse i dati relativi alle conseguenze della successiva fase di limitata ripresa economica ed occupazionale che coinvolge l’Italia dal 2015. Da questo punto di vista durante gli anni della crisi la distanza tra le aree del paese non appare incrementata e le conseguenze della crisi occupazionale dell’industria al Nord hanno paradossalmente persino in parte avvicinato nelle condizioni di difficoltà il Nord ed il Sud. Nei decenni scorsi, a fronte soprattutto della presenza di un modello produttivo basato sulle grandi imprese e con aziende pubbliche ed in ragione della presenza di una costante domanda interna, alla crescita delle aree del Nord corrispondeva comunque una più limitata ma presente crescita delle aree del Mezzogiorno, diversa per impatto e territorio, ma comunque rilevabile. Questo ha portato, non dimentichiamolo, per esempio Napoli ad essere per decenni tra le prime 5 province industriali italiane.

I dati macroeconomici ed occupazionali attuali mostrano invece come la parziale ripresa in corso non investa significativamente o non investa affatto il Mezzogiorno e come in questi mesi la distanza tra le regioni del Nord e del Sud Italia sia aumentata e non diminuita, sia dal punto di vista del prodotto interno lordo che del dato occupazionale. Torna quindi con forza la questione delle condizioni per rendere il Mezzogiorno un territorio, un ambiente competitivo ed adatto allo sviluppo, ma anche quale sia il modello di sviluppo possibile.

Questi dati mostrano condizioni del lavoro in molti territori del Mezzogiorno in cui le persone che lavorano in condizioni di regolarità sono meno della metà rispetto a molti territori del Nord del paese, determinando come è noto in questi anni un forte ritorno all’immigrazione interna, con spostamenti  soprattutto dei giovani dal Sud al Nord del Paese. L’analisi dei dati ci mostra come il fenomeno implichi la persistenza nel Mezzogiorno ancora di forti sacche di lavoro nero ed irregolare, mentre la disoccupazione femminile, ed ancora di più la presenza di donne inattive e non disponibili immediatamente al lavoro ( la condizione di scoraggiamento) appare molto presente.

Questi elementi portano a considerazioni sul modello di sviluppo presente ancora oggi nel Mezzogiorno: il dato del lavoro irregolare, soprattutto in agricoltura, il fenomeno delle donne inattive e della disoccupazione femminile di massa, insieme alle minori condizioni di assorbimento dei giovani molto scolarizzati nel mercato del lavoro locale, evidenzia un sistema economico sociale che non appare ancora in grado, in generale e con dovute eccezioni, di agganciare la ripresa in quanto le attività economiche non sembrano dotate della necessaria capacità innovativa e di quella specializzazione e propensione all’export che è richiesta alle imprese del “ quarto capitalismo” e che costituisce peraltro la ragione principale della ripresa di alcuni settori del Made in Italy nelle regioni del Nord.

La presenza di condizioni di economia arretrata o fortemente legata a modelli produttivi obsoleti non consente alle nuove generazioni meridionali di avere sufficienti e concreti stimoli per acquisire una formazione superiore o l’ opportunità, una volta acquisita, di rimanere nel proprio territorio per lavorare  e generare valore aggiunto. La minore competitività del sistema è aggravata ed è concausa di due fenomeni molto gravi e presenti soprattutto nel Mezzogiorno come la dispersione scolastica, la presenza di molti giovani privi di qualifica professionale e di donne inattive e prive di competenze adatte al lavoro. La connessione tra minore competitività economica e minori opportunità occupazionali determina come conseguenza un aumento delle condizioni di povertà. Va segnalato in questo senso come appaia del tutto collegata la condizione di difficoltà occupazionale con quella della maggiore povertà e difficoltà di reddito e come in questo senso da un lato si conferma una enorme differenza tra il Sud ed il Nord del paese, ma anche come le regioni del Nord in cui sono di meno le famiglie che arrivano a fine mese con difficoltà sono proprio quelle con le migliori performances e risultati occupazionali. Esiste quindi un collegamento tra povertà, necessità di reddito e lavoro, come autonomia professionale, che va tenuto in considerazione per le politiche di intervento che ne conseguono. In ogni caso la valutazione dei dati ci mostra come in generale le regioni del Mezzogiorno non appaiano come un ambiente sufficientemente idoneo allo sviluppo ed al lavoro e che gli assi di riferimento del modello economico oggi prevalente ( Il cosiddetto Quarto capitalismo) accentuino e non diminuiscano il divario tra Nord e Sud. E’ un tema di assoluta rilevanza politica. Il Mezzogiorno è quindi più in difficoltà a cogliere le opportunità di un sistema economico che richiede capacità di innovazione, specializzazione , forti competenze, vocazione all’esportazione ed un sistema di logistica e di reti produttive di grande efficienza. Esiste quindi un problema di politiche inadeguate ed inefficaci ed in questo senso appare utile tenere in considerazione la composizione delle politiche del lavoro italiane che appaiono al Sud ormai poco efficaci.

Gli interventi per lo sviluppo occupazionale nel Mezzogiorno devono necessariamente consistere in misure di sistema e collegate ad un obiettivo di fondo: determinare un vantaggio competitivo che permetta alle aziende del Sud di avere convenienze territoriali e a quelle del Nord o straniere di programmare investimenti nel Mezzogiorno. Perché questo sia possibile è necessario:

  • Garantire la legalità;
  • Sostenere la qualificazione dell’offerta formativa ed universitaria;
  • Promuovere la logistica integrata e le reti;
  • Migliorare il trasferimento tecnologico;
  • Abbattere strutturalmente il costo del lavoro.

La creazione di zone speciali per sostenere il trasferimento degli investimenti è certo un passo in avanti. Tuttavia a questi interventi appare necessario affiancare politiche del lavoro adeguate e che cambino un sistema che ad oggi appare non del tutto efficace, soprattutto nel Mezzogiorno, e che perpetua alcuni vizi.

In questo senso :

  1. È necessario rendere effettiva la condizionalità tra politiche attive e passive, collegando l’erogazione del sussidio alla partecipazione ad interventi di formazione e politica attiva in grado di sostenere l’inserimento al lavoro o quantomeno il miglioramento delle condizioni di occupabilità del disoccupato;
  2. E’ fondamentale promuovere il ruolo dei servizi per l’impiego, attraverso la presenza dei servizi accreditati che assumano un ruolo centrale in politiche del lavoro orientate all’effettivo inserimento;
  3. E’ opportuno aumentare l’investimento in politiche attive e rendere l’assegno di ricollocazione uno strumento funzionale ed ordinario, così come la remunerazione per il risultato dell’incontro tra domanda ed offerta;
  4. I potenziali beneficiari dell’assegno di ricollocazione o di misure analoghe sono in Italia quasi un milione, appare quindi urgente organizzare un sistema adatto alla gestione di questo strumento ed in generale di strumenti destinati alla ricollocazione dei disoccupati.

ALLEGATO

Le slides del rapporto dell’Osservatorio dei Consulenti del lavoro