LE CONDIZIONI NECESSARIE PER IL REDDITO DI CITTADINANZA

La proposta politica del reddito di cittadinanza potrebbe diventare una ipotesi percorribile e realistica. Quali sono le condizioni tecniche di fondo necessarie per rendere praticabile l’obiettivo del Movimento Cinque Stelle e dei suoi elettori.

Il tema del reddito di cittadinanza è stato più volte oggetto di approfondimento in questa rivista, anche con un intervento della senatrice Nunzia Catalfo, la prima firmataria del disegno di legge presentato al Senato la scorsa legislatura dal Movimento Cinque Stelle. L’analisi che riguarda questo importante intervento, ritenuto prioritario dal movimento politico uscito vittorioso dalla recente competizione elettorale, è certamente politica, ma la valutazione della sua praticabilità riguarda anche gli aspetti tecnici, relativi alla gestione dell’intervento, e quelli della sostenibilità finanziaria. Il tema politico di fondo è assolutamente rilevante e ben presente nel nostro paese. L’idea del reddito di cittadinanza prova a rispondere ad una grave stortura presente nel modello economico che prevale in questa fase nel mondo: senza robusti interventi di sostegno al reddito e di attivazione al lavoro ( workfare)  l’evoluzione economica dei mercati tende a produrre forti disuguaglianze. La crisi dei paesi occidentali ha a che vedere con gli effetti sull’economia e sulla società, ben evidenziati dalle analisi di pensatori come Bauman e Stiglitz, del tardo liberismo e dalla creazione di una vera e propria “ società del rischio” determinata dall’accelerazione dei processi produttivi e dalla speculazione finanziaria, con la progressiva obsolescenza delle competenze ed il rischio di sostituzione del lavoro determinata dalle nuove tecnologie.

Una delle conseguenze di questo fenomeno, che va affrontato in modo incisivo, è che, per esempio, all’aumento del numero degli occupati può corrispondere un contestuale aumento dei disoccupati. Questo deriva dalla maggiore disponibilità a cercare il lavoro da parte di persone che non sono in condizioni di immediata occupabilità e quindi di trovare l’impiego che cercano. Al tempo stesso questo fenomeno rischia di determinare quello che è chiamato “ effetto creaming”, ovvero il rischio che gli incentivi all’assunzione, finanziati cospicuamente dal nostro  sistema, finiscano per sostenere l’assunzione proprio dei lavoratori più occupabili e quindi più graditi alle imprese, trascurando gli altri meno adatti. Queste due conseguenze sono proprio quanto sta avvenendo nel nostro paese, soprattutto nelle regioni meridionali, e rendono evidente le ragioni che hanno portato all’attenzione la proposta dell’istituzione di un reddito di cittadinanza, che costituisce un intervento che è al tempo stesso di inclusione sociale e di attivazione al lavoro, se leggiamo con attenzione il testo della proposta normativa. Nel nostro paese, come nel resto dell’Occidente, è ben presente il fenomeno di una incombente disuguaglianza sociale, che va affrontato attraverso politiche ed investimenti adeguati, prendendo magari esempio da quei paesi europei che hanno realizzato interventi validi e che hanno ottenuto buoni risultati. In ogni caso tutte queste misure, dove funzionano, si compongono di quattro elementi:

  1. Intervento di contrasto alla povertà
  2. Intervento di sostegno all’attivazione dei disoccupati;
  3. Promozione di servizi per il lavoro e l’apprendimento permanente;
  4. Incentivi alle assunzioni

L’istituzione in Italia di un reddito di cittadinanza va quindi ad intervenire e modificare questo assetto rispetto agli istituti ed alla promozione degli interventi.

La precedente maggioranza di governo, per affrontare questo fenomeno di grande impatto sociale, ha fatto alcune scelte e ne ha evidentemente trascurato altre. Queste misure sono state distinte e non hanno fatto parte di un intervento sufficientemente organico, nonostante i propositi del “ Jobs Act”. E’ stato realizzato un intervento per il contrasto alla povertà, anche attraverso una misura di attivazione al lavoro, attraverso l’istituzione del reddito di inclusione. Tuttavia questa misura, che riguarda quasi due milioni di famiglie, è partita in ritardo e solo recentemente, con l’ultima legge di bilancio, è stata trasformata da sostegno alla condizione famigliare in diritto individuale. I percorsi di attivazione dei titolari del reddito di inclusione sono ancora in via di definizione e non giudicabili. Va segnalato che tutti e tre i capisaldi del “ Jobs Act” per il sostegno all’inclusione attiva degli italiani ( il Rei, l’assegno di ricollocazione ed il piano di rafforzamento dei centri per l’impiego) sono stati approvati nel 2015, definiti con le regioni al termine del 2017 per essere attivati nel 2018. Davvero un tempismo notevole, figlio evidentemente di alcuni problemi di fondo che il nuovo governo è destinato ad ereditare.

Per quanto riguarda l’intervento di sostegno all’attivazione dei disoccupati, l’intervento attuale si caratterizza da misure fondamentalmente regionali, coordinate a livello nazionale dall’Anpal. Rispetto ai giovani inoccupati il programma di riferimento è Garanzia giovani, che negli ultimi mesi è stato riattivato con alcune importanti modifiche. L’intervento chiave promosso dal “ Jobs Act”, l’assegno di ricollocazione, è stato oggetto di una sperimentazione poco fortunata nel corso del 2017 e viene avviato solo in questi mesi come misura nazionale e come diritto del disoccupato.

Inoltre, dopo l’esito della consultazione referendaria, l’intervento di trasferimento alle regioni dei servizi per l’impiego, di adeguamento  dei criteri di accreditamento dei privati e di rafforzamento dei servizi è stato definito e realizzato con ritardo ed anche in questo caso si tratta di misure partire solo nel 2018 ed in buona parte inadeguate. Questo determina come conseguenza il fatto che, a fronte dell’aumento dell’occupazione, le misure di attivazione sociale e del lavoro continuano ad avere un impatto limitato, molto diverso tra le regioni e gli incentivi alle assunzioni, rifinanziati e potenziati, continuano ad incidere complessivamente per circa 350mila nuove assunzioni ogni anno ( dato al quale si aggiungono i beneficiari degli incentivi regionali), destinati a sostenere in buona parte l’inserimento di lavoratori con qualifica medio alta e spesso già occupabili sul mercato. E’ evidente che questo scenario necessita di una profonda revisione, in quanto questa situazione rischia di aumentare la divisione tra lavoratori e disoccupati ed allargare le condizioni di disuguaglianza. Da questo punto di vista l’istituzione di una sorta di “ reddito universale” condizionato alla formazione ed attivazione al lavoro non solo è in linea con le politiche di workfare europee ma appare una misura attesa da anni. Le stesse misure avviate, seppur con ritardo, dalla precedente maggioranza di governo vanno in questa direzione, anche se si tratta di interventi non coordinati e che hanno platee più limitate e quindi un diverso costo. In ogni caso  l’accorpamento di tutte le misure di sostegno al reddito e di lotta alla povertà porta a circa 28 miliardi di euro disponibili per l’intervento, che possono arrivare a circa 40 miliardi se vengono aggiunte risorse attualmente destinate ad incentivi e le misure regionali di sostegno.

Tuttavia la proposta del reddito di cittadinanza, per funzionare nel tempo deve necessariamente ridurre la platea dei disoccupati per realizzare complessivi risparmi al sistema. E’ proprio questo quanto è successo agli interventi realizzati in paesi come l’Olanda e la Germania, che hanno portato a misure efficaci di attivazione al lavoro che riducendo il numero dei disoccupati hanno realizzato un investimento sociale virtuoso anche sotto il profilo finanziario. Perché questo sia possibile appare evidente come la misura proposta dal Movimento Cinque Stelle, oltre ad unificare e quindi superare gli attuali interventi di sostegno al reddito  creando un unico sistema (Rei, Naspi, Garanzia giovani, Assegno di ricollocazione e misure regionali) debba considerare, per essere praticabile, almeno tre questioni di fondo, tutte da affrontare :

  1. La revisione del sistema degli incentivi alle imprese, limitando la spesa attuale ( così da recuperare risorse per il finanziamento) e finalizzando gli incentivi ( come all’estero) solo alle persone con un profilo di occupabilità problematico;
  2. L’immediato rafforzamento del sistema regionale dei servizi per l’impiego, da coordinare attraverso una struttura nazionale ( intervento realizzato dal “ Jobs Act” con ritardo ed in modo limitato, ma previsto dalla proposta Cinque stelle in modo che appare sulla carta adeguato alla necessità );
  3. L’inserimento di vincoli maggiori al necessario percorso di attivazione per il diritto al reddito ( stante le condizioni dell’attuale sistema l’indicazione del testo del reddito di cittadinanza delle tre proposte di lavoro adeguate che sono rifiutabili dal disoccupato appare di difficile attuazione).

Infine, appare evidente come questo sistema necessiti, a fronte dell’attuale governance tra Stato e regioni e della legislazione concorrente sulle politiche attive, un forte intervento di coordinamento e promozione nazionale, che per essere operativo ed efficace ha bisogno di programmi nazionali più consistenti e di una agenzia nazionale in grado di essere più incisiva rispetto a quanto oggi possa fare l’Anpal e soprattutto rispetto a quanto le viene consentito di fare.

Romano Benini