PROPOSTE PER UN NUOVO ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

claudia bianchini interno

Come cambiare e migliorare uno strumento importante, nella proposta di Claudia Bianchini e  Stefano Zanaboni.

Durante la scorsa estate è stato, più volte, annunciata la messa a regime dell’assegno di ricollocazione, prevista entro la fine dell’anno.

I dati della sperimentazione dimostrano che qualcosa non ha funzionato: a fronte di 30.000 inviti promossi ai cittadini in possesso dei requisiti, solo il 10% ha deciso di fruire della misura di accompagnamento al lavoro. Le criticità della sperimentazione sono ben note, e ravvisabili nella mancata obbligatorietà della fruizione, nella scarsissima conoscenza delle politiche attive del lavoro (e delle modalità di applicazione della condizionalità) da parte dei beneficiari della misura e, in generale, nella persistente cultura assistenzialista che spinge la maggior parte dei cittadini a privilegiare la disoccupazione o il lavoro nero pur di non perdere l’ammortizzatore sociale.

L’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro riconosce la necessità di rimettere mano alle disposizioni attuative al fine di sanare le discrasie intervenute durante la sperimentazione; vi è, inoltre, la previsione di potenziare lo strumento e di renderlo disponibile a fronte di procedure di CIGS in ottica di prevenzione della disoccupazione.

La potenziale platea di destinatari andrebbe quindi, ad ampliarsi rispetto ai disoccupati in NASPI già calcolati nella misura di 4/500 mila all’anno.

Si ritiene utile, in considerazione dei numeri elevati da gestire e delle criticità rilevate in fase di sperimentazione, avanzare alcune proposte e riflessioni rispetto al nuovo Assegno di ricollocazione.

“LA PERSONA” AL CENTRO DEI PROCESSI

Le norme e le disposizioni che istituiscono l’assegno di ricollocazione (DLgs. 150/2015, art. 23) e ne definiscono le modalità operative (Allegato Delibera Anpal 1/2017) non chiariscono uno degli aspetti fondamentali dello strumento, relativo al rapporto tra servizio per l’impiego (pubblico o privato) e beneficiario: chi sono i soggetti in capo ai quali insiste la titolarità giuridica del rapporto per tutta la durata della presa in carico. Se si riconosce al servizio per l’impiego il ruolo fondamentale di assistenza alla persona, tutoraggio e promozione del profilo professionale del titolare (come indicato dalle modalità operative), non si comprende per quale motivo ai fini del riconoscimento del risultato si chieda di produrre un format che riporta i dati specifici del datore di lavoro e della proposta, sottoscritto dal beneficiario dell’assegno e dall’ente promotore, invece della semplice rilevazione della permanenza di una comunicazione obbligatoria congrua (dato, peraltro già in possesso del MLPS e di ANPAL).

E’ necessario riportare al centro le politiche attive del lavoro quali strumenti in grado di assistere e riattivare i soggetti disoccupati che non sono autonomi nella ricerca di nuove opportunità, rendendoli maggiormente occupabili al fine (ultimo) di inserirsi/reinserirsi nel mercato del lavoro.

Le migliori metodologie di orientamento e accompagnamento al lavoro non possono prescindere dal concetto di “attivazione” e nemmeno può essere dimenticata la valenza educativa e formativa di questi percorsi, per i quali la persona è al centro di tutto il processo.

Se il soggetto promotore è l’ente pubblico o privato che accompagna il disoccupato fornendo gli strumenti per acquisire consapevolezza delle proprie competenze e attitudini fino a renderle spendibili nel mercato di riferimento, è colui che promuove il profilo professionale del soggetto con una ricerca a 360° e che assiste il beneficiario fin nelle prime fasi di inserimento in azienda la titolarità del rapporto non può che rimanere in capo ad entrambi i soggetti, sia che la persona venga ricollocata presso aziende clienti dell’ente, che di altri enti pubblici o privati.

Ciò che deve, chiaramente rilevare, è il raggiungimento del fine ultimo, ovvero l’inserimento lavorativo, sgombrando il campo da posizioni ideologicamente devianti secondo le quali il risultato sussiste solo se il disoccupato è collocato presso un datore di lavoro cliente del servizio per l’impiego o per il quale lo stesso servizio può dimostrarne il rapporto. O, “peggio ancora”, presso il servizio per l’impiego privato stesso tramite somministrazione.

Tale posizionamento serve solo a complicare il lavoro degli enti e a ingessare ulteriormente il mercato del lavoro spingendo i servizi per l’impiego a “blindare” le proprie offerte contro ogni criterio di trasparenza.

Inoltre una tale procedura crea, a cascata, due ulteriori effetti negativi: 1) conferma nel disoccupato la convinzione che “qualcuno debba trovargli un lavoro”, a discapito della logica di attivazione in prima persona, per quanto supportato, per la ricerca di una occupazione e 2) mette il disoccupato in condizione di “ricattare” il servizio per l’impiego stesso, dettando egli stesso le condizioni sulla base delle quali si rende disponibile a firmare il modulo che certifica il ruolo svolto dal servizio.

Si ravvisa, inoltre, una grande mancanza rispetto all’attuale strumento, ovvero l’impossibilità di accompagnare le persone in percorsi di lavoro autonomo o avvio d’impresa; che potrebbero, per molti disoccupati, rappresentare un  bacino di impiego importante, anche in virtù della rilevazione di attitudini imprenditive congrue alle esigenze di mercato.

Si potrebbe pensare alla definizione di un modello simile al Selfiemployment Garanzia Giovani, con la previsione di percorsi specialistici di accompagnamento e formazione allo start up, oltre che di accesso al credito.

I VINCOLI (NECESSARI) ALLA FRUIZIONE DELL’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

L’assegno di ricollocazione mira a divenire il principale strumento di contrasto alla disoccupazione, anche in ottica di prevenzione durante le fasi di crisi aziendale; il modello, innovativo per il nostro Paese, ha bisogno di essere ri/conosciuto e comunicato ai possibili beneficiari in un quadro di regole certe che permettano il raggiungimento dei migliori risultati possibili.

Il quadro regolatorio deve essere chiaro e vincolante anche per i beneficiari improntato a criteri di equità e trasparenza in ottica di attivazione e diritto/dovere alla prestazione definendo alcuni obblighi pregnanti per il soggetto richiedente:

  • tempi certi per la richiesta dello strumento (per impedirne la fruizione agli ultimi giorni del periodo di NASPI)
  • applicazione stringente del principio di condizionalità per coloro che non si rendono disponibili alla frequenza delle PAL come concordate dal patto di servizio personalizzato
  • riconoscimento di un numero massimo di ore di assenza non giustificata e fuoriuscita automatica dal percorso

CHIARI MODELLI DI RIFERIMENTO DEI SERVIZI PER L’IMPIEGO

L’assegno di ricollocazione ha il merito di rappresentare la prima, e unica, misura di valenza nazionale, ma tale uniformità può essere facilmente vanificata durante la fase di attuazione nei vari contesti regionali di riferimento.

Al fine di rendere omogenea la fruizione dello strumento sarebbe auspicabile che questo venisse agito all’interno di modelli regionali dei servizi per l’impiego consolidati, nei quali il rapporto pubblico privato sia chiaramente espresso e condiviso/riconosciuto da tutti i soggetti coinvolti.

Ovvero qual è il ruolo dei centri per l’impiego pubblici e quale quello dei soggetti privati? Come avviene il processo di scelta da parte del cittadini, con quali strumenti e quale accompagnamento? Nel rispetto dei ruoli definiti, quali sono i rapporti tra i soggetti, come sono regolati, in un quadro di diritti e doveri comuni, magari accompagnato da criteri eticamente sostenibili?

Lo strumento agisce in un contesto in cui i cittadini scontano, spesso la totale assenza di sistemi di rating e informativi, in tal caso i Centri per l’impiego diventano l’ente principale di riferimento e di orientamento alla scelta, oltre che l’istituzione giuridicamente responsabile del rilascio dell’assegno; è indispensabile che tali enti agiscano in ottica di massima trasparenza e collaborazione con tutti i soggetti coinvolti, che vi sia conoscenza dei servizi proposti dai soggetti erogatori e che le regioni mettano a punto sistemi di rating quali/quantitativi affidabili  e che procedano a comunicarli agli utenti finali.

Ad avviso di chi scrive, agire in collaborazione definendo ruoli specifici di riferimento, potrebbe essere determinante per il raggiungimento di risultati importanti e al fine di dare a tutti i cittadini le stesse opportunità, permettere ad ognuno dei soggetti coinvolti di utilizzare al meglio il proprio know out e le proprie specificità ed attuare, attraverso lo scambio puntuale e tempestivo di informazioni, la condizionalità.

Sarebbe, inoltre utile definire livelli qualitativamente adeguati di erogazione dei servizi, attraverso criteri e indicatori comuni che vadano dalla messa in campo di risorse umane qualificate fino alla disposizione di locali e strumenti adeguati; regole certe alle quali devono rispondere tutti i soggetti coinvolti nell’erogazione dei sevizi (Centri impiego, soggetti autorizzati e accreditati a qualunque titolo).

LA QUALITÀ E LA QUANTITÀ DEI PERCORSI DI ACCOMPAGNAMENTO

La sperimentazione dell’assegno di ricollocazione ha definito l’articolazione tra processo e risultato spostando quasi interamente il peso a favore di quest’ultimo. Infatti la fase a processo è riconosciuta solo in previsione a tre ore di presa in carico e definizione del piano di intervento personalizzato, e fruibile solo al raggiungimento di una percentuale di risultati calcolata rispetto ai dati della provincia di competenza.

Questo meccanismo disincentiva ad investire sulla qualità dei percorsi soprattutto per i soggetti più distanti dal mercato del lavoro e che avrebbero bisogno di un elevato numero di ore di orientamento specialistico e di accompagnamento, considerando che il costo delle risorse umane impegnate in attività specialistiche diventa poco sostenibile per i soggetti erogatori.

Ciò significa da un lato privilegiare i disoccupati maggiormente autonomi ed occupabili e dall’altro promuovere la corsa al ribasso delle retribuzioni per dipendenti e professionisti altamente qualificati che operano nei contesti di riferimento.

Inoltre, l’assegno di ricollocazione nazionale presenta, da questo punto di vista, notevoli difformità rispetto ad alcune sperimentazioni regionali della stessa misura che, nella maggior parte dei casi, richiedono agli enti erogatori di definire percorsi molto più lunghi, con conseguente riconoscimento di retribuzioni a processo maggiormente congrue. Ciò rischia di generare differenze notevoli tra i servizi erogati ai cittadini in AdR nazionale e quelli presi in carico attraverso avvisi regionali.

Riequilibrare i pesi tra processo e risultato anche per l’assegno di ricollocazione nazionale significa dare modo ai soggetti erogatori di mettere in campo le migliori risorse umane e strumentali, di accompagnare tutti i disoccupati in carico attraverso percorsi qualitativamente e quantitativamente congrui, utili, oltre che al fine del risultato, a permettere ai beneficiari di acquisire strumenti di attivazione e fronteggiamento tali da renderli autonomi durante probabili, successivi periodi di transizione tra un lavoro e l’altro, con evidente ricaduta sul contenimento dei costi per le politiche passive sul medio e lungo periodo.

Ci sembra naturale individuare le modalità possibili, ed economicamente compatibili con l’obiettivo qui esposto, sulla base, da un lato, di una maggior integrazione tra AdR e POR regionali e, d’altro lato, con lo strumento della profilazione.

I disoccupati più deboli, la cui distanza dal MdL sarebbe certificata dal processo di profilazione, potrebbero ottenere maggiori servizi di sostegno – ivi compresi brevi e specifici momenti di formazione – tramite l’utilizzo di risorse regionali e l’erogazione di servizi integrativi (non alternativi) a quelli di già previsti dall’AdR nazionale.