LAVORO E QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

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Gli anni dell’uscita dalla crisi economica sono quelli che hanno determinato le condizioni della Quarta rivoluzione industriale.

La Quarta rivoluzione industriale porta grandi cambiamenti, ma anche una interessante prospettiva, che premia la parte più evoluta dell’economia italiana e che deve impegnare l’Italia e l’Europa ad un vero e proprio salto di qualità. Le attività economiche nei paesi più avanzati sono chiamate infatti ad esprimere nuovi valori di riferimento: innovazione, creatività, personalizzazione e collaborazione. Si sta determinando, anche se in modo ancora contraddittorio e parziale, uno spostamento della domanda mondiale dal terreno della quantità a quello della qualità. La sfida è decisiva e non è semplice: l’investimento nel capitale umano è determinante, ma non deve comportare nuove forme di disuguaglianza nell’accesso all’apprendimento e nelle condizioni di lavoro; la sfida per la qualità e la personalizzazione del bene o del servizio non deve portare a modelli organizzativi disumanizzanti (è questo il rischio per esempio di parte della economia legata ad internet). In ogni caso rispetto a questo scenario l’Italia, proprio per la sua storia e la sua distinzione ha delle interessanti carte da giocare. La domanda di beni e servizi sempre più personalizzati determina infatti un ritorno dello stile come elemento economico e la promozione del saper fare e del saper agire come antidoto al lavoro ripetitivo ed alla stessa disoccupazione tecnologica. Al tempo stesso l’attenzione alle esigenze del singolo cliente ed alla sua distinzione, affermata attraverso l’artigianalità, si trasferisce in modo naturale nel sistema produttivo e nell’approccio dell’industria italiana che, più di altre, si trova in grado di cogliere i bisogni della clientela e di costruire anche su scala industriale beni e servizi “su misura”. In questo senso l’Italia vive un paradosso interessante: la presenza di una forte vocazione artigianale ed alle produzioni “su misura” limita l’impatto delle nuove tecnologie della standardizzazione produttiva sul calo dell’occupazione a quelle mansioni manuali e ripetitive che sono state sostituite dai computer. Questo processo di sostituzione tra lavoro e tecnologie in parte è già avvenuto durante gli anni della crisi globale ed in parte deve ancora avvenire, determinando tuttavia in Italia una disoccupazione tecnologica inferiore rispetto a quanto avviene nei paesi, come gli Stati Uniti, la cui produzione è legata al rapporto tra tecnologia e produzioni di massa. Semmai l’Italia deve preoccuparsi, più che della perdita di alcune migliaia di lavoratori addetti alle macchine, di preparare ed assumere i softwaristi che dovranno realizzare e gestire queste macchine.

Resta invece alta la domanda di quel lavoro manuale che è “mestiere”, che contribuisce all’eccellenza del prodotto fatto a mano. Semmai la questione è quella di promuovere la cultura del mestiere e del talento artigianale nelle nuove generazioni e di formare le competenze adatte alle esigenze della domanda internazionale.  Un altro aspetto per l’economia italiana fuori dalla crisi è il ruolo che possono avere gli aspetti della distinzione e della tipicità. Se il mercato del prodotto uniforme, globale, in quantità e a basso costo non appartiene all’Italia ed alla sua economia, è invece in crescita la domanda di prodotti con garanzia di qualità territoriale, come abbiamo visto, ed in grado di esprimere le vocazioni del territorio in termini di distinzione e qualità. Questa prospettiva la colgono quelle realtà dell’economia territoriale in grado di muoversi in modo dinamico e relazionale sui mercati mondiali. Servono giovani che sappiano progettare e definire lo stile, nella parte iniziale della filiera produttiva, ed altri che sappiamo parlare cinese od russo, pianificare il marketing, usare il web per promuovere e vendere lo stile. Saper fare e far sapere, ma nel terzo millennio. L’importante è che tra la parte iniziale e quella finale ci sia una produzione che, per qualità e valore, ma anche per la presenza di competenze adatte, sia collocata soprattutto nei distretti produttivi italiani e non si limiti ad assemblare prodotti fatti altrove. Le dimensioni dell’innovazione in questa “quarta rivoluzione industriale” possono favorire il ritorno all’atto creativo ed all’umanesimo. Basti pensare al marketing del Made in Italy: far riconoscere il valore di un prodotto la strategia economica si lega necessariamente a quella culturale. L’arte, la musica, il turismo sono tutti aspetti che si legano alla promozione di una sorta di “marchio paese”, che acquista valore solo se l’attrattività del messaggio è confermata dalla realtà e dalla conoscenza. Per farsi pagare di più è necessario “valere di più”. La promozione economica in questa prospettiva si collega alla tutela del territorio, del paesaggio, della cultura ed alla relativa reputazione. La cattiva amministrazione danneggia l’economia due volte: ostacola le aziende e danneggia la reputazione del territorio. Per questo l’Italia non deve sprecare il capitale di reputazione che le regala la sua storia.

Per cogliere queste opportunità serve in tutta Europa un massiccio investimento in formazione e competenze, ma l’Italia è chiamata a fare anche altro: far riconoscere le caratteristiche ed il valore del suo saper fare alle nuove generazioni per orientarle e formale meglio rispetto alle caratteristiche ed ai valori del lavoro italiano. Anche sul tema della creazione di lavoro l’Italia, oltre a seguire le indicazioni comuni, deve far leva sulla sua identità ed è un grave errore che le organizzazioni internazionali preposte alla promozione delle politiche del lavoro in Europa, come la Commissione Europea, ed alla loro valutazione, come l’Ocse, continuino a pensare che esistano ricette valide per tutti, riducendo il menù ad uno standard che dovrebbe andar bene sia alla Germania che al Brasile. Le potenzialità sono figlie della diversità e come accade per il cibo è utile far esprimere anche le diversità delle economie territoriali e delle relative competenze con politiche che ne tengano conto. Per quanto riguarda l’Italia questo aspetto è tanto evidente quanto poco considerato. In molti Stati l’occupazione si crea sostanzialmente nel rapporto tra investimenti in competenze tecniche, sostegno all’innovazione ed alla produttività in chiave quantitativa, ossia misurata in volumi. Questo vale soprattutto per quei paesi avanzati legati alla produzione di beni tecnologici e manifatturieri di massa.

Per l’Italia non è la stessa cosa: per creare occupazione serve che all’investimento in competenze ed innovazione si leghi un intervento sulla produttività di segno diverso, in chiave qualitativa e misurato in valori. Per questo al Belpaese serve innovazione di prodotto, ma anche di tipo organizzativo e di marketing e serve saper tenere insieme competenze tecniche ed umanistiche, nel rapporto tra tradizione e innovazione. Questa indicazione è valida per l’Italia, ma risulterebbe del tutto fuori luogo per paesi come gli Stati Uniti ed in parte anche per la Germania. Questo è il motivo per il quale anche il sostegno al lavoro ed il contenuto delle tre leve della competenza, dell’innovazione e della produttività definiscono l’esigenza di un modello italiano di riferimento, che la politica italiana è chiamata a definire e sostenere con interventi ed investimenti adeguati, ma soprattutto con un pensiero ed una visione di fondo, che non provenga necessariamente dagli uffici della Commissione Europea o dagli economisti globali dell’Ocse.

IN ALLEGATO LO STUDIO DELLA COMMISSIONE LAVORO DEL SENATO SULLE TRASFORMAZIONI DEL LAVORO