IL LAVORO SALVATO DAGLI IMMIGRATI

E’ possibile dimostrare con i dati oggettivi come la presenza di lavoratori immigrati sia una necessità per il mercato del lavoro italiano. Una visione controcorrente sul rapporto tra immigrati e lavoro di Romano Benini, dalla lettura del rapporto Idos.

L’IMPORTANZA DELLA PRESENZA DI CITTADINI IMMIGRATI

Solo se si vive con lo sguardo rivolto all’indietro e senza conoscere quanto sta accadendo al nostro paese possiamo vedere nel fenomeno migratorio solo un rischio e non una opportunità per il nostro paese.

Gli immigrati in Italia superano i 5 milioni e, secondo le previsioni più accreditate, a metà secolo dovrebbero arrivare al doppio. Nel periodo 2011-2065, nello scenario ipotizzato dall’Istat nelle sue proiezioni demografiche, la dinamica naturale della popolazione italiana sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite). La popolazione residente straniera aumenterà di quasi 10 milioni, passando dai 5,5 milioni del 2016 a 15 milioni nel 2065. Dobbiamo molto del mantenimento del lavoro e della ricchezza in Italia nei prossimi anni proprio a questo fenomeno, ma dovremo soprattutto molto agli immigrati per il mantenimento della popolazione e per la tenuta della previdenza e del sistema fiscale.

L’età media della popolazione italiana infatti nonostante l’aumento degli immigrati passerà comunque da 43,5 anni a 49,7 anni.  L’incidenza degli ultra 65enni passerà dal 20,3% al 32-33%, toccando i 20 milioni; quella dei minori fino a 14 anni dal 14% al 12,7%. La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) passerà da un’incidenza del 65,7% a una del 54,5% e sarà pari a 33,5 milioni. L’indice di dipendenza degli anziani di conseguenza passerà dal 30,9% al 59,4%. Sono dati di enorme significato, per chiunque sia impegnato nel costruire le condizioni per il futuro del nostro Paese e dei nostri figli su basi chiare e solide.

Dobbiamo per questo motivo mettere la politica per la gestione del flusso migratorio e per la valorizzazione della presenza degli immigrati al centro della prospettiva di sviluppo del paese, anche e forse ancora a maggior ragione in una fase storica in cui esiste una rinnovata difficolta’ nel percepire la presenza dei migranti come una risorsa. I politici che ignorano questi fenomeni non stanno considerando il bene ed il futuro del nostro paese.

Si può calcolare che già 1 milione e 150mila cittadini italiani siano di origine straniera, nonostante la mancata approvazione della legge sullo Ius soli.  Se continuerà il trend riscontrato negli ultimi anni già entro pochi anni almeno 7 milioni di cittadini italiani residenti nel Paese saranno di origine straniera e influiranno per oltre il 12% sul totale. Le collettività maggiormente protagoniste sono, da un lato, quelle di più antico insediamento in Italia: l’albanese (20,4% del totale) e la marocchina (18,4%). I membri di queste collettività sono stati i maggiori protagonisti dei flussi d’ingresso e dell’inserimento nel mercato occupazionale già negli anni ’90.

I nuovi ingressi regolari, le nuove nascite e i richiedenti asilo hanno portato la popolazione straniera residente sul territorio nazionale a superare i 5 milioni di persone.  Secondo la ricerca Idos si stima che il numero totale di presenze regolari oggi si ponga vicino a 5.500.000 unità.

 

GLI IMMIGRATI SONO GIOVANI

Un altro elemento caratteristico della presenza immigrata in Italia è l’età: si tratta infatti di una popolazione relativamente giovane, più della popolazione italiana, composta per oltre il 20% di minori e per il 40% di persone al di sotto dei 29 anni, mentre le classi mediane (30-44 anni) costituiscono oltre un terzo del totale. Soltanto poco più di un quarto, infine, si colloca tra le classi di età più anziane: il 23% tra i 45 e i 64 anni e appena il 3,3% oltre i 65 anni. Le donne sono meno presenti tra i minori e maggiormente presenti tra le classi di età più alta (4,1% contro il 2,5% dei maschi nel gruppo degli ultra 65enni e 26% contro 19,6% nel gruppo dei 45-64enni).

 

GLI IMMIGRATI BILANCIANO IL TRASFERIMENTO ALL’ESTERO DEGLI ITALIANI

Fa da contraltare alla presenza di immigrati stranieri in Italia il fenomeno dell’aumento degli italiani all’estero. Per effetto di questa nuova emigrazione, gli italiani registrati come residenti all’estero ammontano oggi a 5.200.000 secondo le anagrafi consolari. Si tratta di una nuova emigrazione che in parte è figlia della crisi, ma che in parte risponde ad un mercato del lavoro che sui profili più alti è sempre più internazionale.

I due fenomeni vanno letti insieme ma non in contrapposizione o come causa ed effetto dello stesso fenomeno, in quanto negli ultimi mesi nell’economia italiana sono aumentati i posti vacanti che le imprese non riescono a coprire per via di un sistema formativo spesso inadeguato. La nuova emigrazione degli italiani non è figlia della nuova immigrazione in Italia: sono fenomeni del tutto distinti.

 

UN POTENZIALE NON ESPRESSO: GLI IMMIGRATI HANNO UNA SCOLARIZZAZIONE SUPERIORE AL LAVORO SVOLTO

La lettura della analisi Idos offre un altro forte elemento di riflessione: ad oggi gli occupati stranieri rappresentano più del dieci per cento del totale dei lavoratori regolari italiani ed il 9 per cento degli imprenditori, ma ancora sono concentrati soprattutto nel terziario e nei lavori manuali dequalificati.  In alcuni comparti del terziario l’incidenza degli stranieri sul totale è inferiore al 2% (pubblica amministrazione, credito e assicurazioni, istruzione), mentre in altri settori supera anche di molto il valore medio del 10,5%: la loro incidenza invece sale al 16,1% nelle costruzioni, al 18,3% negli alberghi e ristorazione e tocca il picco del 74,7% nei servizi domestici. Quanto al livello di qualifica professionale, più di un terzo degli occupati stranieri svolge professioni non qualificate, una quota quasi uguale mansioni manuali operaie, mentre solo 7 su 100 esercitano una professione qualificata. Tutti valori che non mutano di molto al variare degli anni di permanenza in Italia e dell’anzianità lavorativa.  Gli stranieri risultano per il 40 per cento dei casi sovraistruiti, hanno un titolo di studio superiore alla mansione svolta per una quota quasi doppia rispetto a quella degli italiani: sono, infatti, più di un milione gli stranieri il cui livello d’istruzione è più elevato di quanto richiesto dal lavoro che svolgono.  Sono giovani ed istruiti, spesso più della media degli italiani, ma vengono in genere impiegati per attività di basso profilo, a differenza di quanto capita agli immigrati in altri paesi come la Germania.

Sulla base di queste premesse e della presenza di una domanda di lavoro non qualificato in Italia si colgono le ragioni degli alti tassi di occupazione per alcuni gruppi come filippini (81,3%), cinesi (73,1%), moldavi (67,5%), ucraini (66,1%), mentre sono invece elevati i tassi di disoccupazione per marocchini (25,4%), pakistani (24,5%), tunisini (23,5%) e albanesi (20,2%). Per quel che riguarda i settori di inserimento, agricoltura e costruzioni si rivelano quelli maggiormente attrattivi, con una forte presenza di immigrati provenienti da paesi terzi rispetto all’Ue, nei quali essi rappresentano quasi il 10% del totale degli occupati e con valori assoluti pari rispettivamente a circa 84.000 e poco meno di 134.000 lavoratori. Ma il settore in cui la presenza di immigrati non Ue è maggiore è quello dei servizi, che comprende i servizi domestici, dove sono presenti oltre 900.000 lavoratori.

L’IMPATTO POSITIVO E NECESSARIO PER L’ITALIA

Il risultato di questi dati e di questo fenomeno determina un bilancio previdenziale e finanziario positivo per l’Italia e che nessun politico od amministratore che sia avveduto può ignorare. Nel 2016 gli immigrati hanno versato più di dieci miliardi di euro alla previdenza pubblica italiana, di cui sono fruitori solo marginali, Confrontando le spese pubbliche sostenute per gli immigrati  e gli introiti da loro assicurati all’erari , risulta, come si evince dal rapporto , un beneficio per l’Italia così articolato: 6 miliardi di gettito fiscale e 11  miliardi di contributi previdenziali, contro 4 miliardi di spesa per sanità, 3,5 miliardi per scuola, 2,0 miliardi per giustizia e 3,1 miliardi per trasferimenti economici diretti. Il vantaggio dato dalla presenza degli immigrati per l’Italia è di almeno tre miliardi di euro.

Imprenditori immigrati e nuova imprenditoria: in questo quadro resta costante e confermata anche quest’anno la spinta degli immigrati alla creazione di nuove attività economiche presenti sul mercato. Resta forte la spinta degli immigrati all’avvio di nuove attività: cresce, di anno in anno, il numero delle nuove imprese iscritte nei registri camerali pari a quasi un quinto di tutte le iscrizioni registrate nell’anno. Si attesta all’11 %, invece, l’impatto delle aziende degli immigrati sulle cancellazioni. Insomma la propensione degli immigrati è sempre più quella di aprire attività e non di chiuderle e la dimensione di riferimento è quella della ditta individuale, ma non manca la propensione verso l’avvio di società. Conta anche l’appartenenza etnica, che influenza il settore di riferimento per i neoimprenditori immigrati. In un terzo dei casi le imprese individuali operano come di imprese artigiane. Guardando ai dati sui responsabili di imprese individuali, si conferma il protagonismo di marocchini (14,9%), cinesi (11,1%) e romeni (10,8%),

LA QUALIFICAZIONE DELLA PRESENZA DELL’IMPRENDITORIA IMMIGRATA

In ogni caso nell’evoluzione del fenomeno dell’imprenditoria immigrata al fenomeno del consolidamento della presenza di imprenditori di origine straniera si affianca la presenza di molti casi di successo che rappresentano una nuova imprenditoria capace di coniugare eccellenza, innovazione e responsabilità sociale.  Questo avviene sia nell’ambito dell’artigianato di qualità che nei servizi. Va peraltro apprezzato come molti nuovi artigiani italiani siano figli di immigrati od immigrati di nuova generazione che dopo aver appreso in Italia il mestiere hanno deciso di continuare a svolgerlo proprio in Italia e si sono legati alla nostra cultura e tradizione, come “nuovi italiani”.

Il mondo del lavoro autonomo, della ditta individuale in particolare, ma non è così diverso il fenomeno della società di persona, ci fa capire che questi imprenditori e lavoratori autonomi  sono più collegati al tessuto delle imprese italiane di quanto si creda, tant’è che crescono le imprese e le ditte individuali nei settori in cui crescono le imprese e le ditte individuali degli italiani e diminuiscono in questi anni le imprese e le ditte individuali,  e anche le società più strutturate, in quei settori in cui c’è crisi anche per gli italiani.

Fenomeno molto interessante dal punto di vista economico e sociale e fortemente inclusivo perché in un paese come l’Italia è la capacità di riconoscere nell’altro una competenza l’elemento più inclusivo nel tessuto sociale e delle comunità territoriali.

 

DIVENTARE ITALIANO ATTRAVERSO IL LAVORO

Tutti questi fattori sono interessanti perché l’elemento inclusivo del lavoro autonomo ci dimostra come resista nel nostro paese una percentuale di imprenditori che credono in questo paese perché scegliere di fare l’imprenditore in Italia vuol dire scegliere di diventare italiano. La scelta di diventare imprenditore in un paese come l’Italia in cui fare impresa è complicato significa anche da parte degli stranieri ritenere che in Italia ci siano dei bacini di competenza ancora particolarmente interessanti, come l’artigianato artistico, l’agroalimentare, il ferro, il settore meccanico, la moda, dei presidi di qualità in termini di competenze. In questo senso il settore della impresa artigiana è molto significativo. A dimostrazione di tutto ciò è il fatto che ci sia una tendenza, nonostante la crisi, in molte di queste imprese a passare dalla ditta individuale alla società di persone, a stabilizzarsi, ad assumere.

LA SPINTA AGGREGATIVA E LA RAPPRESENTANZA

Questa riflessione porta a segnalare anche un altro fenomeno: se io credo in una attività di impresa, questo comporta anche il fatto che credo nel paese in cui la faccio, nonostante tutte le difficoltà che posso incontrare, ed allora voglio conoscere gente come me e voglio aderire ad organizzazioni che tutelano il mio lavoro. Negli ultimi sei anni abbiamo una forte aumento dell’adesione degli imprenditori stranieri alle organizzazioni d’impresa e, parallelamente, alle organizzazioni sindacali. Diminuisce l’iscrizione degli italiani e aumenta l’iscrizione dei lavoratori stranieri, sia dipendenti che autonomi. Dato interessante e tra l’altro fondamentale perché il rischio dell’abusivismo, il rischio dell’irregolarità e del lavoro informale è assolutamente presente ma è evidente che se un immigrato decide di diventare un imprenditore e di iscriversi ad una organizzazione d’impresa è perché si considera fino in fondo imprenditore, non svolge questo lavoro in attesa di altro. Questo è un elemento importante per almeno due motivi: c’è una richiesta di consulenza e di assistenza e c’è una richiesta di rappresentanza. Il tema della rappresentanza ha poi anche a che fare con il tema dell’identità. Questo fenomeno è importante perché ci porta a riconoscere che la rete etnica di riferimento non risolve tutti i problemi, neanche quelle fortissime che risolvono tantissimi problemi come quella cinese, che è talmente bene organizzata che ha supplito anche all’assenza di strutture pubbliche e finanziarie di riferimento. La richiesta di rappresentanza associativa è un’ulteriore conferma di una richiesta di appartenenza che giunge dagli imprenditori immigrati. E’ possibile osservare come queste realtà esprimono una domanda forte in termini di servizi, di rapporto con il sistema creditizio e con la Pubblica Amministrazione, ed in termini di rappresentanza. Questo porta ad una interessante “propensione associativa” che va valutata per gli effetti che determina sia sul tessuto imprenditoriale italiano che sulla evoluzione della rappresentanza del lavoro.

In tutte le realtà della rappresentanza in Italia la componente degli immigrati in questi anni è cresciuta, perché nel contempo è cresciuta una domanda chiara in termini di servizi e di rappresentanza. Grazie alla componente immigrata la funzione di assistenza, consulenza e rappresentanza degli interessi svolta dalle organizzazioni assume un significato pieno di rappresentanza sociale ed un ruolo di soggetto di integrazione. La scelta degli imprenditori immigrati che chiedono una adesione associativa è una scelta chiara della loro volontà di divenire italiani.  Operare in Italia come piccolo imprenditore o come lavoratore in proprio significa in primo luogo decidere di entrare a far parte della nostra comunità nazionale, perché chi fa impresa decide di investire e di credere in un territorio.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA IMMIGRATA ED IMPRENDITRICE

Fare impresa, da immigrato e per di più donna unifica in fondo tre situazioni e condizioni non certo semplici. Per capire il quadro della mobilità e dell’inclusione sociale in Italia attraverso il lavoro dobbiamo conoscere anche il fenomeno delle donne immigrate.

Secondo le recenti analisi sul fenomeno dell’impresa immigrata considerate nei rapporti IDOS possiamo riscontrare come:

  • La componente femminile tra i titolari di impresa straniera è cresciuta negli ultimi anni più della componente maschile;
  • Tra il 2008 ed il 2016 la crescita degli imprenditori immigrati è stata consistente, del 55 per cento per gli imprenditori stranieri uomini e ben del 66 per cento delle imprese donne .

Una comunità importante in cui le donne imprenditrici sono molto numerose in percentuale è la comunità cinese, nella quale le donne rappresentano ben il 46,1 per cento sul totale. Sono il commercio ed i servizi alle imprese i settori in cui la componente femminile è prevalente, ma anche il settore manifatturiero (per esempio nel tessile). Sono quasi 130mila le imprese immigrate a conduzione femminile presenti in Italia, il 24 per cento sul totale. La crescita della componente femminile mostra la vitalità dell’imprenditoria immigrata e la sua capacità inclusiva.

IL VALORE DELLA LEGALITÀ

Se la disoccupazione esclude ed il lavoro include, non ogni lavoro può avere questa funzione e svolgere questo compito al meglio. Il lavoro che include è in primo luogo quello legale e sicuro.  E’ il lavoro che si accompagna alla dignità dell’uomo il primo lavoro che integra in una società. Non è nel lavoro nero e nelle condizioni di sfruttamento, tanto presenti nella condizione immigrata, che possiamo individuare le condizioni necessarie all’inclusione. E per questo è necessario essere consapevoli di come il lavoro irregolare, il lavoro sommerso, il lavoro che evade il fisco crei una grave concorrenza al ribasso e che l’utilizzo per questi fini di manodopera disponibile anche immigrata vada perseguito.  Proprio per questo lo sforzo di mettersi in regola avvenuto in questi anni da parte di milioni di microimprenditori immigrati è a dir poco encomiabile, perché è avvenuto durante una difficile fase di crisi ed avviene in un paese che ha regole difficili, complicate ed in cui troppe persone ed attività operano ancora in modo irregolare.