COME EVITARE IL FLOP DELL’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Nel corso dei mesi scorsi più volte sulla stampa nazionale è stato affrontato il tema dell’Assegno di Ricollocazione e del presunto fallimento della relativa sperimentazione avviata da ANPAL.

La sperimentazione sarebbe considerata un fallimento in quanto, ad oggi, non più di un risicato 20% dei 30.000 lavoratori in NASPI potenzialmente interessati avrebbe aderito all’iniziativa.

Si è anche in più sedi operato un confronto tra la “sperimentazione pura” dell’AdR e la sperimentazione operata da ANPAL – con l’ampliamento del numero complessivo dei destinatari potenziali – di concerto con Regione Lazio e rivolta esclusivamente agli ex dipendenti di ALMAVIVA (circa 3.OOO lavoratori). Al riguardo si è in più sedi sottolineato il fatto che in questo caso l’adesione dei lavoratori è stata considerevolmente superiore rispetto a quella riscontrata nella sperimentazione nazionale e si è, di conseguenza, avanzata l’ipotesi che in futuro proprio su questa traccia debba orientarsi l’Assegno di Ricollocazione a regime. In sostanza rivolgendolo ai lavoratori provenienti da crisi occupazionali di grandi imprese, dopo un adeguato periodo di concertazione con le parti sociali e con un diretto coinvolgimento della Regione territorialmente competente.

Quest’ultima proposta può anche contenere alcuni elementi condivisibili. In primo luogo è però necessario operare un’analisi seria del perché ad oggi i risultati in termini di coinvolgimento dei lavoratori sulla sperimentazione nazionale siano così oggettivamente al di sotto delle aspettative.

Occorre innanzitutto considerare che in Italia, a differenza di quanto avviene in altri paesi, l’adesione all’Assegno di ricollocazione è facoltativa e non obbligatoria: il lavoratore può quindi decidere se restare fermo e fruire di tutte le mensilità di NASPI cui ha diritto oppure attivarsi per la ricerca di un lavoro.

A questo si aggiunga il fatto che il lavoratore non ha un limite temporale entro cui può accedere all’AdR: volendo può aspettare fino al suo ultimo giorno di NASPI e poi richiedere l’assegno. E sicuramente questo succederà: tanti lavoratori (al riguardo anche molto mal consigliati!) aspetteranno l’ultimo mese di NASPI per accedere al servizio. Facendosi del male, in quanto la difficoltà di trovare lavoro cresce in modo direttamente proporzionale ai mesi di disoccupazione e creando, nei fatti, anche un danno alle finanze pubbliche (l’eventuale ricollocazione a quel punto sarà infatti per lo Stato un costo che si aggiungerà a tutta la NASPI e non più un risparmio sulla NASPI da erogare).

Indiscutibilmente tra i fattori che stanno rendendo poco soddisfacente la sperimentazione è da considerare anche il coinvolgimento, scarso o nullo, delle Regioni e la storica ritrosia delle organizzazioni dei lavoratori verso le Politiche Attive del Lavoro: la combinazione di questi due fattori fa sì che tra i lavoratori ci sia poca o nulla conoscenza dello strumento, ci sia diffidenza rispetto allo strumento stesso (in particolare verso lo spettro della “condizionalità” collegata alla cd “offerta congrua”), ci sia diffidenza nei confronti degli operatori privati.

In effetti nel caso laziale di Almaviva sono probabilmente entrati in campo alcuni fattori che hanno reso più facile l’adesione da parte dei lavoratori al programma:

  • Il coinvolgimento della Regione ha permesso di integrare il programma con risorse regionali destinate alla formazione (da erogarsi nel corso dei mesi di vigenza dell’AdR e direttamente collegata al progetto professionale individuale nonché ulteriori risorse destinate a chi è interessato a intraprendere una ricollocazione verso il lavoro autonomo (cosa incredibilmente assente nell’AdR nazionale);
  • Gli operatori privati cui i lavoratori hanno potuto rivolgersi sono gli stessi già attivi da alcuni anni nell’ambito dei Contratti di Ricollocazione promossi dalla Regione e questo ha fatto conoscere lo strumento e i servizi e ha abbassato la soglia di diffidenza verso il privato che “si occupa di lavoro”;
  • La fase preliminare di concertazione con le parti sociali ha fatto sì che non ci fosse una manifesta e diffusa diffidenza dei lavoratori verso il progetto;
  • E, soprattutto, ai lavoratori è stato imposto di scegliere o meno di aderire al progetto entro un tempo dato.

Da queste prime, “frettolose”, considerazioni credo si possano estrapolare alcune indicazioni che potrebbero permettere di portare a regime l’AdR nazionale con alcuni elementi in grado di renderlo uno strumento effettivamente utilizzato e utile:

  • Prevedere un tempo massimo entro il quale il lavoratore può decidere di richiedere l’AdR (per esempio: dopo il 4° mese di NASPI e non oltre il 6° mese)
  • Prevedere un coinvolgimento delle Regioni per integrare, come nel caso laziale, le attività previste all’interno dell’AdR con risorse POR che finanzino, quando l’agenzia che ha in carico il lavoratore ne riscontra la necessità, formazione tecnica finalizzata
  • Prevedere la possibilità di ricollocazione tramite percorsi di accompagnamento alla creazione di impresa o al lavoro autonomo
  • Istituire un fondo “grandi crisi”, da utilizzarsi di concerto tra ANPAL e le Regioni di volta in volta territorialmente competenti, per affrontare in modo più articolato, con un maggior coinvolgimento delle parti sociali, crisi aziendali o di comparto di considerevoli dimensioni, adottando per ogni caso specifico eventuali misure integrative ad hoc rispetto allo schema standard di funzionamento dell’AdR.

Su questi temi Work Magazine vorrebbe aprire con gli operatori, con gli esperti del settore e con i propri lettori un dibattito tecnico, ospitando e pubblicando sul Mag i contributi che vorrete inviarci, che supporti e, nei limiti del possibile, orienti le decisioni che ANPAL, Ministero e Regioni prenderanno al termine della sperimentazione.

Stefano Zanaboni