QUALE SFIDA PER IL LAVORO IN ITALIA

Oltre la demagogia delle proposte politiche, una prospettiva credibile per far crescere l’occupazione di qualità: il lavoro di cittadinanza ed il reddito di attivazione

I NUMERI DEL LAVORO E LA DISINFORMAZIONE MEDIATICA

Negli ultimi vent’anni il numero degli occupati è cresciuto in tutto il mondo ed in particolare nei paese più avanzati aderenti all’area OCSE. La rivoluzione informatica di inizio secolo ha in parte rallentato la crescita occupazionale, che è comunque proseguita fino al sopraggiungere della crisi del 2008. Gli occupati del 2007 erano molti di più, nei paesi OCSE, rispetto a quelli di dieci anni prima. Chi parlava negli anni Novanta di “fine del lavoro” si è quindi dovuto ricredere. Anche l’Italia ha avuto nel 2007 un record di occupati ed un contestuale calo del tasso di disoccupazione. Tuttavia le mancate riforme ed il mantenimento della disconnessione tra formazione, mercato del lavoro ed innovazione ha determinato anche in quel periodo in Italia una minore crescita dell’occupazione rispetto all’andamento del PIL, soprattutto se confrontata la crescita occupazionale avvenuta nello stesso periodo nei paesi del Nord Europa, fortemente impegnati in investimenti di welfare per il lavoro.

Dal 2008 i paesi più avanzati sono stati colpiti da una lunga fase di crisi. Eppure nonostante la crisi l’occupazione continua a crescere nel mondo e nei paesi Ocse, anche se in modo più limitato e molto diverso tra le nazioni. La media dei paesi OCSE e dei paesi europei sia a 28 che a 17 membri vede oggi un numero di occupati comunque superiore, anche se di poco, a quello di dieci anni fa, nonostante gli effetti della crisi sul sistema produttivo. Questo non vale ancora per paesi come l’Italia, in cui il tasso di occupazione nel 2016 (considerando la fascia 20-64 anni) è di poco al di sotto di quello del 2007, anche se è di gran lunga superiore a quello di venti anni prima (61,6 per cento del 2016 contro il 56,8 del 1996). Il recupero dell’occupazione in Italia è avvenuto fondamentalmente nel periodo 2015-2016, con circa 650mila occupati in più.

Se la media OCSE ed UE vede negli ultimi venticinque anni una continua crescita dell’occupazione, alcune nazioni, come la Germania, il Regno Unito, l’Austria e la Svezia, si trovano oggi su record assoluti di popolazione al lavoro nella loro storia. Si trovano quindi destituite di ogni fondamento le teorie sociologiche (più che economiche) che ipotizzano per il futuro inevitabili situazioni di disoccupazione generalizzata ed estesa per larghe fasce della popolazione. Tutti i paesi avanzati che hanno attuato forti investimenti in politiche del lavoro e di promozione delle competenze e che hanno realizzato efficaci infrastrutture di governo del mercato del lavoro si trovano ormai fuori da questo rischio. Si tratta peraltro della maggior parte dei paesi dell’area OCSE. Va inoltre segnalato come i paesi che hanno ottenuto i maggiori risultati occupazionali sono i paesi che hanno maggiormente investito in innovazione digitale, considerata da alcuni invece come una delle responsabili della diminuzione dei posti di lavoro. Questo dato smentisce l’altro luogo comunque che vuole che l’innovazione digitale sia sempre e comunque un fattore che distrugge posti di lavoro. In realtà i sistemi che hanno promosso e formato forti competenze digitali hanno consentito la creazione di posti di lavoro proprio attraverso le tecnologie digitali in numero superiore rispetto ai posti di lavoro che l’introduzione dell’innovazione tecnologica ha distrutto. Sono invece i paesi dotati di minori competenze ed investimenti nelle tecnologie e nel digitale che ne subiscono di più gli effetti come perdita di opportunità occupazionali.

Persino il dato del costo del lavoro, nei paesi a forte innovazione ed investimento in competenze, costituisce un elemento che non frena la creazione di occupazione, in quanto la qualità dei processi produttivi ed il valore aggiunto in termini di produttività riescono a compensare il maggior costo del lavoro. Questa situazione e questi fenomeni permettono di distinguere oggi le maggiori economie avanzate tra:

  1. Paesi che hanno un tasso di occupazione e di disoccupazione migliore rispetto a prima della crisi del 2008;
  2. Paesi che hanno un tasso di occupazione e di disoccupazione peggiore rispetto a prima dell’inizio della crisi o che hanno recuperato il numero degli occupati (tasso di occupazione), ma restano ancora in ritardo rispetto alle persone in cerca di impiego (tasso di disoccupazione).

L’Italia è inoltre caratterizzata da un circolo vizioso, fatto di una offerta di lavoro in parte povera di skills e da una domanda di lavoro di bassa qualità, che a sua volta rende poco remunerativo l’investimento in istruzione e formazione. E’ evidente che la qualificazione della domanda e dell’offerta di lavoro sono tra loro collegate e che è necessario sostenere questa relazione.

Questi fenomeni ci permettono di capire bene cosa distingue i paesi che hanno migliorato la situazione occupazionale nonostante la crisi e che si trovano oggi ad avere una percentuale di popolazione al lavoro su cifre record. Si tratta di paesi, soprattutto i paesi aderenti all’Unione Europea, che condividono delle scelte di fondo, fatte proprio durante gli anni della crisi o poco prima e che hanno consentito loro di attuare una strategia in grado, se non di giungere alla piena occupazione, di realizzare la condizione per il “lavoro di cittadinanza”.

Queste le scelte di fondo dei paesi europei che hanno incrementato l’occupazione, la produttività e la competitività:

  1. Aumento dell’investimento nello sviluppo umano;
  2. Centralità dell’alternanza scuola lavoro e del rapporto tra investimento in competenze e fabbisogni professionali del sistema produttivo;
  3. Promozione delle competenze digitali;
  4. Investimento in politiche attive per il lavoro;
  5. Riequilibrio della spesa tra incentivi ed interventi di attivazione (meno bonus più politiche attive, più risorse per la remunerazione dei servizi e meno sconti alle imprese);
  6. Emersione del lavoro informale attraverso forme contrattuali specifiche;
  7. Forte investimento nei servizi per l’impiego;
  8. Formazione finanziata solo se con ricaduta occupazionale;
  9. Remunerazione dei servizi per il lavoro a risultato occupazionale.

Questi interventi si sono resi possibili in ragione di alcuni interventi necessari, che rendono efficaci le scelte per lo sviluppo umano:

  • Condizionalità obbligatoria tra politiche attive e passive;
  • Politiche attive più centrate sulla ricollocazione che sul binomio tradizionale formazione del disoccupato ed incentivo all’assunzione per l’impresa;
  • Accreditamento dei servizi per il lavoro privati a livello nazionale;
  • Azioni di sistema nazionali per le politiche attive e ruolo dell’Agenzia nazionale per la promozione ed il coordinamento delle politiche.

Il paese che ha raggiunto i migliori risultati occupazionali dell’ultimo ventennio, la Germania, grazie all’attuazione delle riforme Hartz del 2005 ed il relativo piano di investimenti mirato, ha seguito in modo molto attento queste indicazioni, che costituiscono peraltro da almeno un ventennio precise raccomandazioni della Commissione Europea.

In ogni caso, nel confronto tra i paesi che hanno migliorato contestualmente il dato della competitività e dell’occupazione gli indicatori della Commissione Europea mostrano come tutte le nazioni che hanno seguito questa prospettiva hanno aumentato sia il dato occupazionale che la capacità competitiva.

Nel periodo della crisi tra il 2008 ed il 2014, secondo il rapporto ufficiale europeo sulla capacità competitiva, tutte le regioni italiane hanno invece perso sia in competitività che in efficienza del mercato del lavoro (il calo drastico riguarda soprattutto il Centro Nord e riguarda anche regioni come la Toscana e la Lombardia). Non è un caso che gli unici territori che hanno migliorato la capacità competitiva sono le due Province autonome di Trento e Bolzano, le uniche che in virtù dell’autonomia hanno nel periodo mantenuto adeguati investimenti in competenze, formazione legata alla occupazione, servizi per il lavoro e condizionalità tra politiche attive e passive.

In ogni caso l’Italia nel periodo tra il 2008 ed il 2014 ha investito rispetto all’alta formazione un dieci per cento in meno rispetto alla media europea, rispetto all’innovazione ed alla ricerca un venti per cento in meno, rispetto alle politiche attive un venticinque per cento in meno e rispetto ai servizi per l’impiego il sessanta per cento in meno. L’Italia, in questo periodo, non ha collegato obbligatoriamente politiche attive e passive e non ha remunerato il risultato occupazionale dei servizi per il lavoro. Solo con le riforme del Jobs Act si è iniziato ad introdurre gli strumenti e gli interventi sul modello europeo, ma non sono state ancora abbandonate fino in fondo quelle scelte che si sono rivelate inefficaci. Realizzare quindi le condizioni per il “lavoro di cittadinanza” significa portare tutto il paese nelle condizioni di rendere esigibile e reali le riforme avviate, puntando su una formazione utile al lavoro, sull’orientamento dei giovani, sul reimpiego dei disoccupati, sull’attivazione delle persone in difficoltà. Il percorso da compiere è chiaro ed è tracciato sulla base delle riforme già avviate e delle migliori esperienze europee.

 

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Il recupero occupazionale italiano avvenuto tra il 2015 ed il 2016 rende evidente come l’aumento della domanda da parte delle imprese riesce a trovare una parziale risposta soprattutto nella disponibilità al lavoro di persone con competenza ed esperienza, ma rende anche del tutto evidente come dieci anni di mancati investimenti in competenze professionali adatte al sistema produttivo ed adeguati servizi di incontro tra domanda ed offerta di lavoro rendano ancora difficile la capacità di assorbire la disponibilità al lavoro delle giovani generazioni, soprattutto al Sud. Lo storico ritardo italiano negli investimenti per lo sviluppo umano e per l’innovazione determina la conseguenza che è più difficile tradurre in un adeguato impatto in termini di maggiore occupazione e produttività l’aumento della domanda delle imprese. Non è un caso che in questo biennio è aumentata la percentuale di profili professionali di difficile reperibilità: i sistemi regionali del mercato del lavoro non hanno funzionato ed è mancata una efficace regia nazionale. Gli interventi di riforma derivati dalle deleghe del Jobs Act ed in particolare i decreti legislativi di riforma degli ammortizzatori sociali e del mercato del lavoro introducono finalmente in Italia i criteri di fondo del funzionamento dei sistemi europei del lavoro. Nel periodo 2016-2017, nonostante l’avvio dell’Anpal, restano però ancora non affrontati alcuni nodi di fondo del governo del mercato del lavoro.

Gli interventi collegati alle riforme del mercato del lavoro e gli stessi incentivi promossi per il sostegno alle assunzioni dei giovani rischiano tuttavia di non avere una conseguente ricaduta occupazionale in presenza di alcuni fattori di difficoltà che, nonostante quanto richiesto dal decreto legislativo n. 150 del 2015 di riforma del mercato del lavoro e dagli altri interventi di riforma, restano ancora presenti e condizionano l’esito stesso delle riforme, limitando l’impatto occupazionale di una auspicata ripresa produttiva. Tra queste difficoltà vale la pena di considerare queste evidenti anomalie rispetto al quadro presente nel paesi europei più avanzati:

  1. Mantenimento di una governance di concorrenza e non di collaborazione tra Stato e regioni sulle politiche attive;
  2. Assenza di un quadro di azioni di sistema nazionale che permetta al Governo, attraverso l’ANPAL, di sostenere la riforma dei servizi per l’impiego e di promuovere le misure di supporto ai tre assi per le diverse condizioni del “lavoro di cittadinanza” (giovani, disoccupati e persone in condizione di povertà);
  3. Un finanziamento degli interventi destinati allo sviluppo umano che dipende sostanzialmente dalla capacità di impegno e di spesa regionale, in quanto più dell’ottanta per cento delle risorse destinate dall’Unione Europea per lo sviluppo umano e l’innovazione (FSE E FESR) sono state attribuite dal Governo Italiano alle regioni (a differenza di quanto accade nel resto d’Europa);
  4. Presenza di regole diverse tra le regioni per l’accreditamento dei servizi per il lavoro;
  5. Presenza tra le regioni italiane di un sistema di attivazione al lavoro basato ancora in buona parte sul tradizionale binomio della formazione finanziata (senza obbligo di ricaduta occupazionale) e bonus contributivi alle imprese;
  6. Scarsa adesione dei sistemi regionali alla logica della ricollocazione e della remunerazione a risultato occupazionale dei servizi pubblici e privati per l’impiego;
  7. Possibilità di mantenere percorsi di formazione finanziata senza connessione con i fabbisogni professionali delle imprese rilevati e con la verifica della ricaduta occupazionale.

Rispetto ai criteri che hanno consentito alle riforme di essere efficaci in altri paesi resta grave la mancanza di dotazione infrastrutturale nei centri per l’impiego (il cui personale è in Italia circa otto volte inferiore a quanto presente nella media dei paesi UE, in particolare nel confronto con Francia e Germania). L’assenza di servizi in grado di realizzare una compiuta azione di orientamento, affiancamento al disoccupato e promozione della sua candidatura verso le imprese ostacola:

  1. L’obbligo di collegare le politiche passive (indennità NASPI) e le misure di attivazione al lavoro;
  2. La presenza di un sistema in grado di promuovere la ricollocazione;
  3. La presenza di un sistema in grado di garantire i percorsi di attivazione per le persone in condizione di povertà richiesti dal Reddito di inclusione.

Poiché le persone in condizione di accedere alla Naspi ed al Rei sono circa due milioni, a cui si aggiungono gli inoccupati ed i disoccupati di lunga durata, appare importante un cambio di passo e di paradigmi di fondo per poter garantire misure di attivazione al lavoro.

Se osserviamo peraltro la spesa per politiche del lavoro in Italia durante gli ultimi dieci anni vediamo come siano prevalenti i trasferimenti per politiche passive (passati dagli 11 miliardi di euro del 2007 ai 24 miliardi di euro del 2015) e come buona parte delle politiche attive si riconduca agli incentivi alle assunzioni (una spesa in costante crescita, che arriva nel 2015/2016 a superare i 15 miliardi di euro). La mancata connessione obbligatoria tra percorsi di formazione, attivazione ed incentivazione all’assunzione determina, secondo molti osservatori statistici, come conseguenza che l’incentivo all’assunzione costituisce più una modalità di abbattimento del cuneo fiscale per le imprese piuttosto che una misura di sostegno all’occupazione di lavoratori in difficoltà occupazionale. Alcune analisi mostrano infatti come buona parte dei lavoratori assunti con l’utilizzo di sgravi e bonus sarebbero in ogni caso stati assunti dall’impresa. In questo modo l’incentivo all’occupazione diventa sostanzialmente un mero incentivo all’impresa, il cui impatto occupazionale non è del tutto quantificabile e comunque appare inferiore rispetto al costo. In ogni caso una promozione dell’occupazione basata solo sul ruolo dello sgravio contributivo e non mirata a selezionare ed inserire il candidato più adatto per il posto vacante nell’impresa può determinare effetti distorsivi di varia natura, che vanno governati e ricondotti all’obiettivo del sostegno all’occupazione aggiuntiva. E’ quindi necessario collegare la formazione del disoccupato e l’incentivazione all’ assunzione all’asse centrale del percorso di reimpiego e di attivazione.

E’ del tutto evidente come si renda necessario un intervento di riforma in grado di consentire la piena efficacia di quanto previsto dalle stesse disposizioni del Jobs Act per PASSARE DAL FINANZIAMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE AL SOSTEGNO ALL’OCCUPAZIONE. Si tratta peraltro di realizzare in questo modo la precondizione perché sia possibile attuare la strategia del lavoro di cittadinanza ed evitare percorsi di un nuovo e costoso assistenzialismo che il nostro paese ha già conosciuto e praticato nei periodi in cui all’aumento del debito pubblico corrispondeva addirittura una diminuzione dell’occupazione.