QUALCHE VALUTAZIONE SULL’AVVIO DELL’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

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L’impatto dell’assegno di ricollocazione sull’attività degli operatori accreditati

A solo poche settimane dall’avvio della sperimentazione sull’Assegno di Ricollocazione per i percettori di NASPI è sicuramente presto per trarre delle conclusioni. Però alcune prime valutazioni è possibile farle ed è probabilmente opportuno iniziare un confronto – tra i vari operatori pubblici e privati, ANPAL ed il Ministero, le Regioni e, obbligatoriamente, anche le organizzazioni sindacali – per arrivare nei prossimi mesi a definire le modalità di gestione dell’Assegno di Ricollocazione “a regime”.

Una prima considerazione va necessariamente operata in merito alla scarsissima adesione dei lavoratori alla misura: il numero, regione per regione, degli aventi diritto che hanno effettivamente richiesto l’Assegno è incredibilmente basso.

Diverse le motivazioni: in parte una scarsa conoscenza dello strumento; soprattutto un “gran terrore” della condizionalità (e della possibilità di vedersi sospendere o revocare la NASPI a fronte del rifiuto di offerte congrue di lavoro); infine, ma non per importanza, i “consigli” ricevuti da più parti per aderire all’Assegno non subito ma solo nelle ultime settimane di NASPI.

Proprio su quest’ultimo punto sarebbe necessario intervenire da subito: non ha alcun senso permettere ad una persona di prenotare l’Assegno di Ricollocazione quando oramai è al termine del proprio periodo di NASPI. In tal modo si ottengono unicamente tre effetti, tutti negativi:

  • Il lavoratore che è lontano dal lavoro da molti mesi (a volte anche da un paio di anni) è molto più difficilmente ricollocabile di un lavoratore disoccupato da soli 4 o 5 mesi
  • La ricollocazione di un lavoratore che è agli ultimi o all’ultimo mese di NASPI non comporta alcun risparmio per le casse pubbliche (anzi, paradossalmente, considerando il premio all’ApL è forte il rischio che il risultato per le finanze pubbliche sia non un risparmio ma un costo aggiuntivo)
  • E’ alto il rischio che un lavoratore che utilizza tutti i suoi mesi di NASPI stia nel frattempo lavorando in modo irregolare.

Per risolvere tale problema sarebbe sufficiente definire un periodo entro il quale il lavoratore può esercitare il proprio diritto di richiedere l’Assegno di Ricollocazione (per esempio, dopo 4 mesi di NASPI e non oltre il 6° mese).

In secondo luogo occorre ribadire le perplessità già suscitate dalla misura al suo apparire: le modalità previste di erogazione del servizio, l’esito della profilazione in termini di remunerazione dei successi e la focalizzazione sostanzialmente totale sulla remunerazione a risultato comportano un altissimo rischio di “creaming di fatto” da parte delle Agenzie (nelle 3 ore di orientamento si valuta su chi “vale la pena” impegnarsi e su chi invece “non conviene investire tempo e lavoro”). Ovvio che tale approccio – fosse anche solo per motivi di costo complessivo della misura – non è modificabile.

Sarebbe però possibile introdurre alcuni strumenti di rinforzo che da un lato potrebbero aiutare le Agenzie ed i CPI a lavorare anche sui profili più deboli e con più necessità di assistenza e, d’altro lato, potrebbero contestualmente allargare la rete degli operatori che, in modo diretto od indiretto, “si fanno carico” dell’esito occupazionale del percorso.

In particolare lo strumento che maggiormente potrebbe risultare funzionale è quello della formazione. Formazione breve, mirata, decisa dall’operatore dei servizi al lavoro che ha in carico la persona al termine del bilancio di competenze e funzionale all’obiettivo professionale stabilito e concordato con l’utente. Formazione remunerata in buona parte in base all’effettivo esito occupazionale del percorso.

Le risorse potrebbero essere trovate, agevolmente, all’interno dei POR delle singole Regioni, replicando il modello intelligentemente sperimentato da ANPAL e Regione Lazio per dotare della possibilità di formazione gli ex lavoratori di ALMAVIVA cui è stato dato accesso – ad integrazione dei 30 mila della sperimentazione nazionale – all’Assegno di Ricollocazione.

Sarebbe questa anche una modalità per coinvolgere maggiormente le Regioni sulla Misura. Ad oggi infatti tante Regioni (cui peraltro fanno riferimento i CPI) vivono la Misura come qualche cosa di estraneo o, addirittura, come una indebita interferenza centrale nella propria autonomia. Ed anche questo sicuramente un fattore che incide sulla scarsa “popolarità” che sta incontrando una Misura che, invece, è di fondamentale importanza per dare corpo alla riforma del lavoro introdotta dal Job Act.

Manca infine nel percorso AdR la possibilità per il lavoratore di scegliere l’opzione “lavoro autonomo o creazione di impresa”. Sinceramente ne sfugge la motivazione.

Anche in questo caso la soluzione da adottare è molto semplice: al termine delle prime 3 ore di orientamento specialistico (possibilmente lasciando all’operatore che ha in carico l’utente ed all’utente stesso almeno 15-20 giorni di tempo per decidere) l’utente può scegliere quale percorso intraprendere. E’ onere dell’ApL strutturare un percorso di assistenza alla creazione di impresa o all’avvio di un’attività autonoma ed il successo potrà essere premiato esattamente come fosse una ricollocazione a tempo indeterminato.