L’innovazione tecnologica ed il digitale

tecnologia digitale interno

Chi non fa innovazione finisce con il subirla

L’attuale fase economica nei paesi più avanzati è dominata dall’accesso alla conoscenza e dalla progettazione e costruzione di tecnologie e strumenti che lo consentono. Le tecnologie per l’informazione e la comunicazione ( ICT) sono una componente fondamentale del rapporto tra economia e società ed ogni paese industrializzato è allo stesso tempo produttore e consumatore di beni tecnologici.  Il forte sviluppo delle tecnologie negli ultimi anni e l’introduzione della strumentazione digitale sia nella vita quotidiana che nel sistema economico ha riportato in discussione il tema della sostituzione del lavoro umano con la tecnologia, fino a paventare scenari drammatici, che vedono più del quaranta per cento delle attuali professioni e mansioni sostituite dall’automazione e dai computer entro i prossimi vent’anni. Lo scenario apocalittico della “fine del lavoro” accompagna ogni passaggio fin dagli albori della storia del lavoro e dell’attività umana. Le speranze di miglioramento dei servizi e della qualità della vita introdotte dall’innovazione si sono sempre accompagnate con i timori della sostituzione del lavoro umano determinata dall’introduzione delle nuove scoperte nel sistema sociale ed economico e soprattutto nelle attività produttive. La precedente previsione di una crisi globale del lavoro risale a circa vent’anni fa, con l’avvio della rivoluzione informatica e di internet, che portò alcuni studiosi a teorizzare il drastico calo dell’occupazione nei paesi più avanzati. In realtà questo non è avvenuto: negli ultimi vent’anni in tutti i paesi Ocse l’occupazione è aumentata (se si confronta il dato del 1997 questo è accaduto anche all’Italia). Il rallentamento della crescita occupazionale che si è verificato negli ultimi otto anni riguarda una crisi iniziata per le conseguenze di una problematica mondiale di natura finanziaria, più che per l’introduzione delle tecnologie. Assistiamo quindi a quello che potrebbe sembrare un paradosso per chi paventa scenari catastrofici: negli ultimi anni i paesi dell’area Ocse che hanno maggiormente aumentato gli occupati sono proprio quelli, come i paesi Scandinavi e la Germania, che hanno aumentato gli investimenti in tecnologia, mentre il dato occupazionale è rimasto un problema in paesi come l’Italia e la Grecia che hanno ridotto al minimo gli investimenti in innovazione. Non c’è nulla di paradossale. E’ la conseguenza di un fenomeno evidente, quanto poco considerato nelle sue conseguenze sul mercato del lavoro: l’economia della conoscenza comporta innovazione e richiede tecnologie altrimenti non si creano posti di lavoro di qualità. Le difficoltà occupazionali derivano dai ritardi nell’economia della conoscenza e nello sviluppo del capitale umano, più che dalle conseguenze dell’introduzione di strumenti tecnologici innovativi per la produzione. Il problema dell’effetto sostitutivo delle tecnologie riguarda soprattutto chi non investe in innovazione: in questo caso il lavoro che viene meno non determina nuove attività. Rispetto quindi agli scenari che vengono presentati appare opportuno e realistico affrontare il tema delle conseguenze dell’innovazione sul lavoro dal punto di vista complessivo, valutando in primo luogo come i paesi che hanno saputo investire sull’innovazione ne hanno avuto benefici in termini di creazione di occupazione aggiuntiva ed il numero di posti di lavoro creati dall’innovazione è superiore alle attività che sono state sostituite dalle tecnologie. Vale anche la pena considerare come questo fenomeno di sostituzione, laddove si è determinato, ha creato la sostituzione di lavoro ripetitivo e manuale (automatizzato grazie alle nuove tecnologie) con lavoro aggiuntivo di natura progettuale e di contenuto. In questo caso il “cosa si fa ” è cambiato insieme al “ come si fa”. Va quindi affrontato il tema dell’impatto delle tecnologie sul lavoro nel modo che appare più corretto: come una delle ricadute del processo di innovazione presente nell’economia della conoscenza. Da questo punto di vista la situazione è particolarmente chiara e confermata dai fenomeni che sono stati letti e valutati negli ultimi anni dagli osservatori economici e che si possono sintetizzare nella formula: chi non fa innovazione finisce prima o poi per subirla.

La situazione italiana

Il tema dell’innovazione e della capacità di promuoverla è determinante. Gli indicatori che misurano la capacità di innovazione, come l’indice di competitività regionale della Commissione Europea RCI, distinguono tra innovazione ed innovazione tecnologica. Si tratta di una distinzione fondamentale: riguarda la capacità complessiva di generare e progettare il cambiamento e quella più specifica di utilizzare strumenti tecnologici in affiancamento ai processi di innovazione. Si tratta di due indicatori che in generale si accompagnano e si autodeterminano. Da questo punto di vista va quindi osservato come l’introduzione di innovazione tecnologica e digitale in un sistema economico non sia un processo spontaneo, ma un fenomeno indotto dalle scelte di innovazione nelle politiche economiche, sociali, del lavoro e del welfare. In questo senso l’Italia ha durante il periodo 2008-2014 limitato gli investimenti in ricerca ed innovazione e non ha sostenuto in maniera adeguata l’introduzione di tecnologie digitali ed informatiche nell’economia, nella società e nella pubblica amministrazione. Anche grazie alle riforme degli ultimi anni si segnala una limitata ripresa della domanda di innovazione, sia nel settore pubblico che privato che tuttavia:

  • resta sotto la media europea;
  • varia in modo sensibile tra regione e regione.

Tuttavia va in ogni caso segnalato come proprio i territori italiani che hanno maggiormente sostenuto l’introduzione nei sistemi produttivi di tecnologie digitali sono quelli che, dopo una iniziale difficoltà occupazionale, stanno avendo già nel medio periodo un impatto positivo in termini di incremento occupazionale Non a caso Lazio, Lombardia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna sono le regioni che più hanno sostenuto l’innovazione in questi anni e sono anche le uniche quattro regioni che hanno aumentato l’occupazione recuperando quanto è stato perso dal 2009 per conseguenza della crisi. In ogni caso rispetto all’adeguamento al processo di innovazione l’Italia resta in ritardo e la diversità tra i territori aumenta i fattori di disuguaglianza. L’Italia deve in primo luogo fare i conti con una sua diffidenza culturale di fondo con l’innovazione e con la tendenza degli italiani, anche degli imprenditori, a preferire il risparmio all’innovazione. Alcuni esempi della sorte dei grandi innovatori italiani. Guglielmo Marconi, figlio di una ricca donna irlandese, deve all’aiuto della madre ed alle sue entrature a Londra il sostegno per la promozione dei primi brevetti, del tutto ignorati in Italia. Dopo la morte di Adriano Olivetti Mediobanca e Fiat acquisiscono la Olivetti, decidendo di vendere alla concorrente Helwett Packard i geniali brevetti dell’ingegner Perotto dei primi personal computer al mondo (tra cui il Programma 101 usato dalla Nasa per lo sbarco sulla luna) in quanto “il settore elettronico è un neo da estirpare” (dichiarazione dell’amministratore delegato della Fiat Valletta). Più recente va segnalata l’emblematica vicenda di Massimo Marchiori ricercatore che, in assenza di raccomandazione, non ottiene posto nell’università italiana e decide di trasferirsi negli Stati Uniti, entra al Mit di Boston e crea dopo pochi mesi il sistema Hyper Search, il motore di ricerca alla base di Google. In ogni caso la creazione di occupazione negli ultimi anni è determinata dal rapporto tra investimenti in capitale umano e tecnologia, in grado di sostenere il necessario aumento della produttività. In questi anni l’Italia non riesce a recuperare il grave ritardo che si è determinato durante gli anni dalle crisi e restano del tutto inadeguati gli investimenti sia pubblici che privati in ricerca ed innovazione. Va segnalato tuttavia come siano proprio le aziende, di solito di media grande dimensione, che investono in innovazione e capitale umano e che hanno una forte vocazione all’export ed alla specializzazione quelle che in Italia sono tornate a creare occupazione di qualità. Lo snodo quindi perché la tecnologia comporti una opportunità e non un rischio è che diventi uno strumento a disposizione delle risorse umane più competenti, nell’obiettivo di fare innovazione, migliorare la produttività e sostenere la competitività. E’ uno schema di gioco piuttosto chiaro e funzionante, che tuttavia appare presente solo in alcuni settori produttivi e diffuso in modo non omogeneo sul territorio nazionale. In ogni caso la filiera dell’innovazione evidenzia un differenziale di spesa che va colmato, per evitare che si determini una perdita di posti di lavoro obsoleti non accompagnata dalla creazione di posti di lavoro di qualità: in ricerca ed innovazione l’Italia spende come investimento pubblico circa l’1,3 per cento del Pil, meno della metà della Germania. Se mettiamo in fila la spesa (o meglio l’investimento) negli altri settori di innovazione del capitale umano (dall’Università alle politiche attive per il lavoro, dalla formazione continua al digitale nella PA) l’Italia è costantemente sotto la media e diventa chiaro come oggi rischi di rimanere indietro sulla prospettiva del cambiamento e quindi di subirne gli effetti negativi, quanto meno nella componente più debole del mercato del lavoro. Il dato emblematico riguarda le imprese, soprattutto le piccole aziende che costituiscono il cuore del lavoro italiano, e che investono in ricerca ed innovazione molto poco (lo 0,70 per cento del PIL contro l’1,45 delle imprese francesi ed l’1,90 delle imprese tedesche). Si tratta di un errore strategico: solo l’innovazione tecnologica e di processo può permettere alle nostre piccole imprese di definire sistemi di rete ed investimenti in grado di sostenere la competizione con imprese di maggiori dimensioni. In ogni caso se l’Italia non accelera e non completa il percorso di innovazione e di riforme a livello nazionale per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il mercato del lavoro, il welfare, il sistema contrattuale, il sostegno alla ricerca ed alle attività produttive, la promozione dei servizi alle imprese la conseguenza è che il paese rischia di limitare la produttività e la capacità di creare valore aggiunto e quindi di “subire” le conseguenze della tecnologia più che di coglierne le opportunità. Il forte calo dei brevetti avvenuto negli ultimi anni è preoccupante, il numero dei nostri brevetti è oggi del tutto inadeguato rispetto alla capacità produttiva italiana ed è la conseguenza di quel calo di capacità innovativa che può far prevalere i fattori di rischio rispetto a quelli della creazione di opportunità.