IL NUOVO ACCORDO SUI TIROCINI

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Quale prospettiva per i tirocini dopo l’intesa tra Stato e Regioni. Il commento di Stefano Zanaboni

Il rinnovo dell’Accordo Stato-Regioni in materia di Tirocini, siglato il 25 maggio 2017, rappresenta l’occasione per fare il punto su uno strumento che, per quanto controverso, sta comunque rappresentando una concreta modalità di avvicinamento dei giovani – e non solo – al mondo del lavoro.

Il recente accordo definisce, soprattutto per i tirocini extracurriculari (quelli cioè maggiormente passibili di indebito utilizzo da parte delle imprese), una normativa leggermente più stringente e vincolante: normativa tesa da un lato a qualificare lo strumento del tirocinio e, d’altro lato, a frenarne gli abusi nell’utilizzo. Abusi rappresentati sostanzialmente dall’utilizzo della modalità Tirocinio come “copertura” per prestazioni che dovrebbero invece essere remunerate dall’azienda con un vero e proprio contratto di lavoro.

Pur condividendo la finalità dell’operazione e pur non trovando quasi nulla da eccepire sulle singole misure e contro-misure adottate (per la cui analisi si rimanda alla lettura del testo integrale allegato) ancora una volta i decisori istituzionali mi pare abbiano perso un’occasione per favorire un effettivo salto di qualità del sistema nazionale dei servizi al lavoro.

L’approccio infatti che sottende all’Accordo del 25 maggio è, come sempre, di tipo burocratico ed amministrativo: vincoli al numero di tirocini che ogni operatore di un soggetto promotore può gestire contemporaneamente; nuova modulistica per la definizione degli obiettivi formativi del tirocinio; nuovi vincoli numerici per le aziende ospitanti.

In tutto questo qualcosa non torna, anche facendo lo sforzo di restare all’interno della logica burocratica che sottende l’accordo. Manca infatti la chiarezza su cosa sia, o su cosa debba essere, lo strumento “tirocinio”. Le possibilità sono due: o il Tirocinio è uno strumento a sé stante, con una finalità propedeutica e formativa nei confronti dell’utente oppure il Tirocinio è una fase del percorso di accompagnamento dell’utente al lavoro (chiaro che stiamo esaminando il caso – di gran lunga maggioritario – dei tirocini rivolti ad un’utenza, giovane o meno giovane, in cerca di occupazione e non appartenente a categorie speciali).

Se il Tirocinio è uno strumento “a sé stante” allora quello che non torna è il ruolo del soggetto promotore. Se infatti la finalità del Tirocinio è formativa il focus deve essere posto non solo sulla promozione del tirocinio, ma sulla sua gestione. In questo caso al soggetto promotore deve essere richiesto un monitoraggio costante e qualitativo del periodo di tirocinio e non solo una schematica definizione degli obiettivi in sede di formalizzazione della pratica di avvio. Il soggetto promotore deve diventare un vero e proprio soggetto gestore che, in parallelo con il soggetto ospitante, si fa garante dell’esito formativo dell’intervento. E in tal senso deve essere remunerato: non con una fee per la semplice organizzazione dell’attività, ma con una remunerazione a processo per la gestione della stessa (e in tal senso avrebbe un perché il nuovo vincolo imposto dall’accordo sul numero massimo di tirocini che un operatore del soggetto accreditato può gestire contemporaneamente).

Se invece il Tirocinio è una fase del più articolato percorso che accompagna una persona al lavoro allora l’enfasi deve essere posta non tanto e non solo sulla formalizzazione degli obiettivi formativi e sulla più o meno scientifica certificazione finale delle competenze acquisite, ma sul risultato del tirocinio in termini occupazionali. Il ruolo del soggetto promotore deve diventare quello di soggetto coinvolto nell’esito occupazionale, sia nella fase di individuazione di un’idonea azienda ospitante sia nella fase di realizzazione del tirocinio stesso, tanto in termini di supporto ed aiuto al tirocinante nel suo inserimento nell’organizzazione, sia in termini consulenziali nei confronti dell’impresa in relazione alle più consone e vantaggiose modalità di stabilizzazione del rapporto di lavoro (e in tal senso acquisirebbe un perché il riconoscimento, tanto auspicato e ora previsto dalla Bozza della Fase 2 di Garanzia, in termini di premialità, per il Promotore, della trasformazione in rapporto di lavoro del tirocinio stesso).

E’ questa seconda chiave di lettura che maggiormente ci convince. Una chiave di interpretazione purtroppo ostacolata dalla non ancora avvenuta accettazione integrale, da parte di tutte le Regioni, del fatto – che già avrebbe dovuto essere assodato con l’avvio di Garanzia, non si fosse disatteso allora l’accordo stipulato con la Commissione – che l’accompagnamento al lavoro delle persone è un processo per fasi e non un insieme di Misure non comunicanti tra loro.

L’accompagnamento al lavoro è un percorso che parte dal CPI ed arriva al posto di lavoro, e che si concretizza schematicamente nella fase di orientamento preliminare e informativo, nella presa in carico e nella stipula del patto di servizio, nell’orientamento specialistico se necessario, nelle azioni di scouting e di accompagnamento e infine nell’inserimento lavorativo. All’interno di tale percorso possono essere attivati – se funzionali all’obiettivo – strumenti quali la formazione (che integra un possibile gap di competenze tecniche rispetto all’obiettivo professionale) o, appunto, il tirocinio (che integra un possibile gap esperienziale rispetto al lavoro o risponde ad una necessità di apprendimento pratico on the job manifestata dall’impresa potenzialmente interessata ad inserire nella propria organizzazione l’utente).

Infine, inutile negare l’evidenza, spesso il tirocinio rappresenta anche una modalità utilizzata dalle imprese per “sperimentare” la risorsa direttamente sul luogo di lavoro, per verificarne le competenze trasversali e le attitudini anche comportamentali. Ed anche questo spiega il tasso di trasformazione dei tirocini di Garanzia in veri e propri contratti di lavoro. Tasso che, sia pur con percentuali diverse nei vari territori, è comunque significativo e testimonia la positività di uno strumento che ha certamente un’immagine, nella pubblica opinione, molto più negativa di quanto effettivamente meriterebbe.

Se quindi – per concludere – il Tirocinio non è uno strumento a sé stante, ma una fase del percorso di accompagnamento al lavoro, normarne la realizzazione e impedirne gli abusi dovrebbe prevedere un approccio orientato al risultato e non invece di tipo burocratico.

Per esempio, sarebbe importante stabilire che per tutte le persone in cerca di occupazione, e non appartenenti a categorie protette, il Tirocinio è attivabile solo ed esclusivamente se la persona è inserita all’interno di un percorso formale di Politica Attiva del Lavoro. (Cosa che peraltro “costringerebbe” le Regioni in ritardo nel fornire un servizio effettivo di accompagnamento al lavoro a chi ha più di 30 anni e non è percettore di Naspi, e ad organizzarsi velocemente in tal senso).

Per esempio, fermi restando gli attuali vincoli numerici stabiliti dal nuovo Accordo per quanto concerne il numero di tirocinanti che ogni azienda può ospitare, si potrebbe prevedere una riduzione automatica di tali numeri, fino al loro azzeramento per periodi temporali anche significativi, in caso di mancata trasformazione del tirocinio in contratto di lavoro e, del pari, un loro automatico elevamento in caso di trasformazione del tirocinio in contratto di lavoro.

Per esempio, si potrebbe vietare di ospitare nuovi tirocinanti a tutte le aziende che nell’ambito del tirocinio precedente abbiamo richiesto la proroga del tirocinio stesso: se l’utente andava bene al punto di volerlo in tirocinio per un periodo ulteriore non si capisce infatti perché, una volta che il periodo non è più prorogabile, lo si lascia a casa anziché assumerlo e lo si sostituisce con un nuovo tirocinante.

Per esempio, infine, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre la durata dei tirocini e non quello di ampliarla. E’ giusta al riguardo la considerazione espressa recentemente dal dott. Tiraboschi sul Corriere della Sera: “perché un’azienda dovrebbe assumere un giovane quando può tenerselo a lavorare, a volte anche per un anno, riconoscendogli una ridicola indennità mensile?”. Se il tirocinio è una fase del percorso di accompagnamento – e assolve in tal senso alle finalità prima espresse – una durata di due mesi (prorogabile a quattro per giustificati e documentati motivi) può essere più che sufficiente. Sufficiente anche a scoraggiare chi continua a vedere nel Tirocinio un modo per pagare molto meno e in modo comunque legale persone che dovrebbe essere veri e propri lavoratori dipendenti.

In allegato

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