L’IMPRENDITORIA IMMIGRATA IN ITALIA

index CNA INTERNO

Il nuovo rapporto di analisi di un fenomeno consolidato che ha ripreso a crescere

Per il terzo anno consecutivo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS fotografa e analizza il mondo dell’imprenditorialità immigrata in Italia per evidenziarne le specificità, coglierne le linee di evoluzione e, quindi, contribuire a delineare le strategie di intervento più adeguate a valorizzarne l’apporto. L’iniziativa imprenditoriale degli immigrati in Italia, infatti, continua a crescere, evidenziandosi sempre più non solo sul piano quantitativo, ma anche per la sua capacità di reazione alla crisi. I lavoratori migranti mostrano così di sapersi adattare alle trasformazioni che attraversano l’economia e il mondo del lavoro non solo in termini restrittivi, di “rifugio” dal persistente ristagno dell’occupazione dipendente, ma anche di riorganizzazione efficace e costruttiva. Alla base dell’iniziativa, la consolidata collaborazione di Idos con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, che rappresenta anche molti imprenditori di origine straniera e tramite il Patronato Epasa assiste numerosi cittadini immigrati, e con MoneyGram, azienda che al protagonismo nel mondo del money transfer associa una lungimirante attenzione agli imprenditori immigrati, segnalandone dal 2009 le eccellenze tramite il MoneyGram Award. Anche quest’anno, il volume si presenta in un’edizione bilingue, italiano e inglese, così da essere più accessibile non solo al mondo dell’immigrazione (a partire dalla fitta rete associativa cui spesso si rivolgono i migranti imprenditori o aspiranti tali), ma anche – e per certi versi soprattutto – a studiosi, operatori del terzo settore e decisori pubblici interessati alla promozione di studi comparativi e allo scambio di analisi e buone prassi in chiave comunitaria. Proprio in quest’ottica, e con una specifica attenzione all’universo della piccola e media imprenditoria (determinante nel quadro delle attività autonomo-imprenditoriali avviate dai migranti), il volume ha rappresentato una prima occasione di confronto sul tema specifico dell’imprenditorialità immigrata di diversi rappresentanti dell’Associazione europea per l’artigianato e la piccola e media impresa (Ueapme), che hanno delineato, seppur sinteticamente, il profilo assunto dal fenomeno nei Paesi di riferimento (Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Spagna e Grecia). Allo stesso tempo, si delinea il quadro degli interventi messi in campo per attrarre e trattenere imprenditori innovativi dall’estero, le cd. start-up visa policies e si tira un primo bilancio dell’esperienza italiana, avviata nel 2012 con il Decreto Crescita 2.0 (o Italian Start-up Act) e meglio definita tramite il programma Start-up Visa e Startup Hub, entrambi introdotti nel 2014. Specifica attenzione, inoltre, viene dedicata alle rilevanti possibilità di sviluppo che gli imprenditori di origine straniera rappresentano in termini di internazionalizzazione del Sistema Paese. Le loro reti di contatti e la puntuale conoscenza dei sistemi culturali e burocratico-amministrativi di riferimento, infatti, costituiscono informazioni privilegiate che, unite all’esperienza imprenditoriale, li pongono in una posizione particolarmente favorevole per la creazione o il consolidamento di reti commerciali e di impresa a carattere transnazionale (nonché di efficaci strategie di co-sviluppo che coinvolgano parimenti i Paesi di origine). Sullo sfondo della dimensione comunitaria, delineata in termini omogenei grazie ai dati degli archivi di Eurostat e arricchita dalla collaborazione con Ueapme, si sviluppa quindi il corpo centrale del volume, che focalizza la fotografia più aggiornata dell’iniziativa imprenditoriale degli immigrati in Italia, a partire dai dati raccolti nel Registro delle imprese e presentata fin nel dettaglio delle singole regioni e dei gruppi nazionali più rappresentati nel settore.

Nelle prolungate difficoltà che segnano lo scenario corrente, caratterizzato in Europa dal susseguirsi di cicli di espansione e di contrazione, la presenza immigrata continua a rappresentare un volano per l’imprenditoria, evidenziandosi come un fattore in controtendenza e in grado di favorire percorsi di stabilizzazione. Cresce la rilevanza numerica e qualitativa del fenomeno e, sulla scia di quanto già sottolineato nel 2013 dalla Commissione Europea con l’Action Plan Imprenditoria 2020, si consolida la consapevolezza dell’importanza di politiche e strategie adeguate a sostenerne il progressivo sviluppo (da specifici interventi formativi a misure in grado di facilitare il rapporto con le burocrazie nazionali o l’accesso al credito). L ’espansione dell’imprenditorialità immigrata, infatti, continua a realizzarsi nonostante gli ostacoli più numerosi e complessi che i lavoratori immigrati devono affrontare soprattutto in termini di accesso alle informazioni necessarie e di capacità di far fronte ai requisiti economici e amministrativi previsti dalle procedure, che spesso presuppongono strutturati percorsi di inserimento. Un recente studio dell’Ocse stima che nei Paesi a sviluppo avanzato e nell’Ue l’incidenza media degli autonomi tocchi il 13,1% tra i lavoratori immigrati che hanno maturato almeno 10 anni di residenza (lungo soggiornanti), mentre si ferma al 9,4% tra gli arrivi più recenti (Ocse, 2015). Il valore medio del 12,0%, in ogni caso, resta generalmente più elevato che tra gli autoctoni, soprattutto nell’Europa centrale e nel Regno Unito. L ’indagine campionaria sulle forze lavoro di Eurostat, che fornisce dati omogenei e comparabili sulla situazione occupazionale negli Stati membri, pur escludendo il settore agricolo, attesta a fine 2015 quasi 2,1 milioni di lavoratori autonomi stranieri, il 52,6% in più rispetto a dieci anni prima (+53,7% in Italia). Tra questi, pari al 6,3% di tutti i lavoratori autonomi attivi nell’Ue a 28 (quasi 33 milioni), prevalgono mediamente i comunitari (52,7%) e i 25-49enni (71,9%). In Italia, al contrario, sono i non comunitari a rappresentare la netta maggioranza (69,9%) e la prevalenza dei giovani (o relativamente tali) è ulteriormente accentuata (80,2%). Si riduce, però, la quota di quelli che hanno dei lavoratori alle dipendenze (15,8% su una media del 25,7%): un elemento che conferma la forte dimensione individuale del quadro italiano e, allo stesso tempo, indica ampie possibilità di sviluppo.

Nell’attuale congiuntura di crisi, l’accentuata vitalità imprenditoriale dei lavoratori immigrati ha contribuito in modo rilevante ad attenuare il progressivo assottigliamento della base imprenditoriale del Paese, affermandosi come una componente strutturale del tessuto di impresa nazionale. Nelle grandi aree urbane, e da lì gradualmente anche nei contesti più periferici, l’imprenditorialità immigrata ha saputo rispondere, con grande flessibilità, alla domanda di servizi e prodotti specifici (e variabili) o alle esigenze di segmenti di mercato a basso potere d’acquisto (entrambi solo in parte riconducibili ai bisogni peculiari delle collettività immigrate), e in molti contesti – soprattutto laddove è andata a compensare le difficoltà di ricambio generazionale in settori poco attrattivi o a rispondere alla crescente domanda di lavoro autonomo e piccole imprese legata a sistemi di produzione sempre più frammentati – ha svolto un ruolo rilevante per la salvaguardia complessiva dell’economia locale. Sono più di 550mila le aziende a guida immigrata in Italia alla fine del 2015, il 9,1% del totale, e producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva. E se nell’ultimo quinquennio (2011-2015) il numero delle imprese registrate in Italia ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%, nello stesso periodo le imprese a guida immigrata sono cresciute di oltre il 21% (+97mila), a fronte di una netta diminuzione delle aziende condotte da autoctoni (-2,6%, 149mila), temperata solo dal progressivo aumento delle società di capitale (+10,1%). Le imprese immigrate, invece hanno fatto segnare andamenti positivi per tutte le forme giuridiche, con incrementi particolarmente sostenuti delle stesse società di capitale (+44,2% e +10,8% solo nell’ultimo anno): un promettente segnale di consolidamento delle struttura di impresa nazionale, favorito – a riprova di tutta l’importanza dell’indirizzo normativo – dall’introduzione della cd. “società a responsabilità limitata semplificata” (D.L. 1/2012). Resta fermo, in ogni caso, il netto protagonismo delle ditte individuali: un tratto caratteristico del tessuto imprenditoriale italiano, che si accentua nel caso delle attività guidate da immigrati, tra le quali arrivano a coprire 8 casi su 10(79,9% vs il 50,9% delle imprese guidate da nati in Italia). È pari all’11,4%, invece, il peso delle società di capitale, un valore in continua lieve crescita, ma ancora distante da quello calcolato all’interno della compagine autoctona (26,8%). Ne consegue che sono condotte da lavoratori immigrati quasi un settimo delle ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale (4,1%). Sono ancora relativamente poche, d’altra parte, le esperienze che si caratterizzano fin da subito per una preponderante vocazione innovativa e ad alto valore tecnologico. A fine 2015, su 5.143 start-up iscritte nell’apposita sezione del Registro delle imprese, sono 112 quelle con una compagine societaria a prevalenza immigrata, il 2,1% del totale, e 629 quelle con almeno un componente immigrato (12,2%). Positivo, ma ancora poco incisivo, anche l’andamento dei programmi Start-up Visa e Start-up Hub, che prevedono procedure semplificate per il rilascio di visti o la conversione di permessi di soggiorno specificatamente legati all’avvio di una start-up innovativa: 61 le richieste di visto inoltrate fino al 2015 (di cui 40 giudicate positivamente) e appena 5 candidature avanzate per la conversione del permesso (tutte accettate).

IN ALLEGATO: SLIDES DI PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO