SERVIZI PER IL LAVORO: COME REMUNERARE SENZA DISCRIMINARE

Come evitare che un sistema fondamentale per far funzionare i servizi per il lavoro e per collocare i disoccupati serva solo a scegliere i migliori sul mercato del lavoro e non aiuti i più deboli. Una proposta concreta per le regioni e l’Anpal.

In una intervista apparsa ad agosto sul settimanale l’Espresso (N. 32) la dott.ssa Chiusole, direttrice dell’Agenzia per il Lavoro della Provincia di Trento, pone in modo competente e non ideologico un’obiezione alla logica della remunerazione a risultato dei servizi al lavoro.

In estrema sintesi il concetto espresso dalla dott.ssa Chiusole è questo: remunerare a risultato (cioè a successo occupazionale raggiunto) gli operatori dei servizi al lavoro determina la concreta possibilità che questi effettuino, di fatto, una selezione dei disoccupati di cui farsi carico, offrendo i propri servizi solo a coloro che risultato “collocabili” e non occupandosi dei casi più difficili e, in realtà, più bisognosi di sostegno.

Questo fenomeno, noto come “creaming”, benché sia esplicitamente vietato dalle normative vigenti (dal D.Lgs 276 alle norme regionali sull’accreditamento), è purtroppo – per fortuna non in modo diffusissimo – riscontrabile effettivamente nelle aree in cui le Regioni hanno impostato con la logica della remunerazione a risultato il proprio sistema di servizi al lavoro (sia che ciò riguardi i soli operatori privati come in Lazio, sia che coinvolga anche gli operatori pubblici come in Lombardia).

Occorre peraltro dire che laddove i sistemi remunerano gli operatori esclusivamente “a processo” per le ore di servizio erogate (o dove, comunque, la remunerazione a processo consente agli operatori un ritorno economico sufficiente a coprire le spese di erogazione del servizio) spesso i risultati in termini di esiti occupazionali sono particolarmente scarsi. Ovvio che anche in questo caso, spesso, la differenza la fa la disponibilità di risorse a disposizione della specifica Pubblica Amministrazione (e da questo punto di vista la pur efficiente Provincia di Trento può difficilmente essere paragonata al resto d’Italia).

Ritengo che sia in ogni caso di gran lunga da preferirsi un sistema orientato a remunerare, se non esclusivamente comunque in modo fortemente marcato, il risultato e non le ore di servizio erogate. Remunerare il processo infatti rischia di ricreare nel tempo – così come è successo con il sistema formativo finanziato dal Fondo Sociale Europeo – un sistema concentrato sul “rendicontare e giustificare” la spesa anziché sull’efficacia delle azioni realizzate e sul raggiungimento degli obiettivi.

Peraltro un sistema orientato al risultato seleziona la platea degli operatori, permettendo di “resistere” all’interno del settore solo a quei soggetti che sono in grado di offrire servizi di qualità e di raggiungere effettivi risultati occupazionali.

Sarebbe semplice dire che, per risolvere il dubbio espresso dalla dott.ssa Chiusole all’Espresso, potrebbe risultare sufficiente far applicare la legge. Le Regioni ed i loro uffici preposti a livello territoriale dovrebbero esercitare sugli operatori privati un’azione di controllo – anche recependo istanze e denunce da parte degli utenti – e prevedere forti sanzioni, dalla sospensione alla revoca dell’accreditamento, per quegli operatori che attuano azioni di discriminazione nella scelta degli utenti da prendere in carico.

Ma come spesso accade le cose semplici rischiano di diventare semplicistiche. Non può infatti il solo sistema di controlli e sanzioni consentire di evitare un fenomeno oggettivamente grave. Chi certifica che la denuncia formulata da un utente sia vera? Dopo quanti casi applicare la sanzione? Ha diritto l’operatore a fare ricorso? Si rischierebbe probabilmente di produrre carta e burocrazia senza raggiungere il risultato sperato.

Un sistema di servizi al lavoro quale quello presente in Inghilterra, dove l’utente è preso in carico dal servizio pubblico e solo dopo un congruo periodo di tempo (anche due anni) in cui non si riesce a collocarlo al lavoro viene inviato, dotato di voucher con remunerazione a risultato, ai servizi privati, risolverebbe completamente la questione. Ma pensare nel nostro Paese di avere – in tempi ragionevoli – un sistema di servizi pubblici per l’impiego quantitativamente e qualitativamente in grado (in modo uniforme sul territorio nazionale) di gestire per due anni i disoccupati producendo esisti occupazionali è totalmente irrealistico.

Forse quindi la soluzione potrebbe derivare dall’insieme di due o tre azioni, strumenti e modalità di comportamento già immediatamente attivabili:

–          una necessaria e ben fatta profilazione di tutti gli utenti da parte dei Centri per l’Impiego che definisca quanto più oggettivamente possibile il livello di difficoltà occupazionale della persona (modulando di conseguenza servizi e livello della remunerazione)

–          la possibilità che uno degli esiti della profilazione sia “la non necessità di servizi di sostegno” da parte della persona in cerca di occupazione

–          il dotare la persona in cerca di occupazione di un voucher (di remunerazione a risultato per gli operatori) solo dopo un periodo di tempo, non superiore ai 4 mesi, in cui la persona stessa rimane in carico al CPI (così come per esempio prevede il D.Lgs 150 per i disoccupati beneficiari di NASPI)

–          rendere obbligatorio (e non facoltativo) per i percettori di indennità di disoccupazione l’utilizzo dell’Assegno di ricollocazione.

Ovvio che questi piccoli accorgimenti – peraltro o già in essere o già previsti nei diversi dispositivi – assumerebbero tutt’altra valenza ed efficacia se coniugati nell’ambito di un sistema in cui si riscontri una chiara e funzionale divisione dei ruoli tra i vari soggetti coinvolti.

E’ infatti evidente che non è equo immaginare un sistema nell’ambito del quale chi effettua la profilazione dell’utente (“brutalizzando”: chi decide quanto potenzialmente vale quell’utente da un punto di vista economico) prenda poi direttamente parte al mercato cui quell’utente può rivolgersi per spendere il proprio voucher o il proprio assegno di ricollocazione.

Giustamente i Centri per l’Impiego rivendicano il diritto a non essere relegati ad un ruolo puramente burocratico (peraltro effettuare bene la profilazione ed il primo orientamento richiede competenze e professionalità tutt’altro che semplicemente burocratiche).

Mantenere per un certo periodo (i 4 mesi ipotizzati poc’anzi) l’utente in carico al CPI, prima di dotarlo di voucher spendibile presso i privati, permetterebbe:

–          ai CPI di mettere in campo le proprie competenze cercando di realizzare il matching tra il singolo utente e le imprese potenzialmente interessate al suo profilo

–          alla PA sovraordinata di misurare i livelli di efficienza e di qualità di ogni singolo CPI

–          di non inviare agli operatori privati utenti facilmente collocabili, producendo un’ottimizzazione della spesa pubblica

–          di evitare fenomeni di creaming (purtroppo succede e succederebbe in misura maggiore nel momento in cui venisse effettivamente avviato un sistema di verifica del loro operato) da parte dei CPI stessi

Laddove poi si verificasse che in un dato territorio i risultati di matching nel periodo dei 4 mesi fossero particolarmente scarsi (rispetto ad indici di riferimento stabiliti a priori) potrebbe essere sospeso o ridotto il periodo dei 4 mesi di assegnazione dell’utente al CPI, inviando direttamente la persona in cerca di occupazione al sistema degli operatori privati, remunerati a risultato.

Stefano Zanaboni