UN RIFERIMENTO PER I NUOVI SERVIZI PER L’IMPIEGO: I FOCUS DI ATTENZIONE

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C’è un tema di cui si fa fatica a parlare nella riorganizzazione in atto dei servizi per l’impiego, che tuttavia condiziona molte delle decisioni assunte: “cosa fare per salvaguardare i centri per l’impiego ?”. L’intervento di Sergio Bevilacqua.

Su questo quesito si confrontano approcci molto diversi fra le regioni (vedi il post http://www.workmag.it/2016/06/le-regioni-rosse-che-non-attuano-il-jobs-act/ ) e nel confronto fra regioni e Ministero.

Molto scarsa è l’attenzione nei confronti di un’operazione che invece andrebbe fatta: una valutazione dell’efficacia di questi servizi. Eppure sarebbe interessante farlo perché emergerebbero molte sorprese dal momento che abbiamo dati scoraggianti in alcune regioni del paese e picchi di efficienza in alcuni CpI del Nord e in alcune regioni come il Friuli che ha dati di inserimento lavorativo particolarmente significativi. Cosa funziona in quei centri?

Non lo sapremo mai perché non prevale un atteggiamento orientato ad utilizzare la valutazione come strumento di conoscenza. Bensì come clava da rotare nei momenti della negoziazione politica. E’ un vecchio vizio del nostro paese da cui dobbiamo evolverci se ci interessa sviluppare i nostri servizi e quindi anche il nostro PIL.

Circa l’impostazione della riforma in atto che intende promuovere un sistema che operando in regime di concorrenza sia focalizzato sull’aumento dei livelli di occupazione  ritengo sia importante entrare nel merito per evitare il rischio di enunciati astratti.

Inoltre disponiamo di alcune esperienze a livello nazionale che vale la pena esaminare attentamente per capire cosa funziona e cosa no. Prende in considerazione il modello lombardo che ha introdotto alcuni elementi molto significativi: copresenza di enti pubblici e privati (enti accreditati al sistema regionale del lavoro), utilizzo dei voucher individuali per remunerare la prestazione (definiti dote lavoro), importo dei voucher differenziato sulle diverse esigenze dell’utente (intensità di aiuto), premio all’ente che colloca le persone (premialità).

Come per tutti i modelli può essere utile indagare cosa funziona e cosa invece si presta ad interpretazioni che non sono coerenti con le finalità del modello. Atteggiamento che aiuta a ridimensionare i toni accesi del confronto tra fautori della centralità dei centri per l’impiego pubblici e fautori delle privatizzazioni.

Nella gestione dei voucher può succedere che alcuni enti accreditati accettino utenti che hanno già un’azienda interessata all’assunzione  oppure accettino utenti facilmente “ricollocabili”  o può emergere che tendano a scoraggiare o più semplicemente ad “abbandonare” gli utenti con caratteristiche più difficili (over 45, bassa scolarità, bassa professionalità, disoccupati di lunga durata).

Di fronte ad un approccio di questo tipo è il caso di chiedersi se gli utenti con un’azienda interessata all’assunzione non avrebbero trovato lavoro autonomamente senza impegnare le risorse della dote. Mentre l’esito del caso dell’utente “abbandonato” dall’ente è simile a quello di molti CpI che prendono in carico tutti gli utenti anche quelli con situazioni più difficili senza però trovare soluzioni efficaci, lasciandoli quindi “nel fondo del data base” destinati all’oblio.

Rimane peraltro aperto il tema del rapporto tra orientamento e collocazione lavorativa. L’efficacia dell’orientamento aumenta se integrato con servizi che promuovono il collocamento. In questa logica è più funzionale una soluzione che riconosce ad entrambi pari dignità. Mentre il rischio che si corre è un approccio adempitivo nei confronti dell’orientamento (remunerato dal voucher) ben sapendo che il servizio determinante è quello di scouting e matching fra domanda e offerta, perché genera redditività per l’ente. Ma ancora una volta non è stato risolto il problema. Perché la sopravvalutazione del servizio di incontro tra domanda e offerta dovuta alla premialità, fa sì che le persone ricollocate nel mercato del lavoro non avranno acquisito un’autonomia progettuale e quindi potrebbero ritrovarsi in futuro in situazioni analoghe. Manca quindi una soluzione efficace all’integrazione fra i servizi di orientamento e quelli di placement.

Forse si potrebbe pensare ad un approccio nuovo in cui la regione non entri nel merito dei servizi come avviene ora prevedendo caratteristiche specifiche, orario e relativo valore. Approccio che poi prevede una gestione indistinta dei servi da parte di enti che provengono dalla formazione professionale o delle agenzie di intermediazione.

In una logica di sviluppo della qualità dei servizi potrebbe risultare più efficace definire le caratteristiche delle diverse fasi del processo di presa in carico dell’utenza: accoglienza, valutazione, occupabilità, occupazione. Prevedendo che per ogni fase del processo se ne facciano carico agenzie con caratteristiche diverse:

  • accoglienza e valutazione della situazione e dei bisogno dell’utente: è utile che venga gestita da chi ha gli strumenti per approfondire la conoscenza dell’utente e non da operatori che si scoraggiano perché l’utente non risponde nel merito dimostrando così di non considerare che l’utente possa essere disorientato proprio perché senza lavoro (vedi il posthttps://slosrl.wordpress.com/2015/07/24/una-bussola-per-i-nuovi-servizi-per-limpiego-una-proposta-di-metodo/)
  • occupabilità: allo stesso modo dovrebbe essere gestito da chi ha gli strumenti professionali per supportare l’utente ad elaborare un progetto professionale personalizzato
  • occupazione: dovrebbe esser gestita da chi ha un forte orientamento all’azienda ed è quindi in grado di intercettarne le esigenze valutando le caratteristiche dei profili richiesti

Ognuna di queste fasi dovrebbe avere un valore economico minimo non remunerato, come avviene ora, in relazione all’occupazione dell’utente. L’integrazione con lo scouting aziendale e l’incontro fra domanda e offerta di lavoro potrebbe essere garantita dall’obbligo di integrazione fra le diverse agenzie che gestiscono le diverse fasi di presa in carico.

Il finanziamento dei servizi potrebbe avere quindi una quota minima di garanzia delle spese e una quota legata all’esito occupazionale . Misura questa che incentiverebbe l’integrazione in rete fra gli enti accreditati. E’ utile tenere presente che le reti sono già operative nel caso dell’inserimento lavorativo delle persone disabili (dote lavoro disabili) e forse è il caso di favorire la contaminazione tra i servizi per l’impiego rivolti ai disabili e quelli rivolti ai disoccupati ordinari. Inoltre il modello che prevede il pagamento di una quota minima (a processo) e una in base al risultato è già operativo in alcuni bandi regionali (reti di partenariato).

Come ben si vede nel momento in cui si entra nel merito dei modelli si orienta l’attenzione sui contenuti e sulla reale qualità delle soluzioni individuate lasciando sullo sfondo i confronti accesi che inducono a logiche “referendarie” pro o contro un modello.

Inoltre è importante in una fase come questa in cui si stanno definendo le caratteristiche della “seconda gamba” del Jobs Act garantire un approccio rigoroso, orientato alla valutazione, evitando scorciatoie che non aiutano il dibattito in corso sulla riorganizzazione dei servizi per il lavoro.

Sergio Bevilacqua