SMART WORKING: COME CAMBIA IL MODELLO DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

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Buona parte delle imprese e dei lavoratori fanno i conti con dinamiche di organizzazione aziendale assolutamente fluide, non più esclusivamente regolate dalla presenza fisica sul luogo di lavoro ma sul raggiungimento del risultato assegnato.

Il mercato del lavoro italiano ravvisa la necessità di interventi giuridici tesi a regolare, in un quadro di ampia flessibilità, tutti i rapporti di lavoro che, a vario titolo, vengono stipulati tenendo conto della necessità di “agilità” degli stessi come richiesta da datori di lavoro e lavoratori.

Quindi non più solo liberi professionisti, ma lavoratori in senso ampio, al di là del rapporto giuridicamente stipulato, che prestano la loro opera anche al di fuori dei locali aziendali, senza la necessità di una presenza costante e con modalità di coordinamento e di controllo sostanzialmente diverse.

Attualmente è in discussione in Parlamento il Disegno di Legge 2233, collegato lavoro alla Legge di Stabilità 2016, che prevede misure di sostegno in favore del lavoro autonomo e misure per favorire l’articolazione flessibile della prestazione di lavoro subordinato in relazione al tempo e al luogo di svolgimento. Il DDL, nella seconda parte dedicata al lavoro agile, può essere letto come un’evoluzione del Telelavoro regolato dalla contrattazione collettiva.

Il testo del provvedimento prevede la stipula di accordi di lavoro agile tra lavoratori subordinati, sia a tempo determinato che indeterminato, e datori di lavoro per prestazioni rese fuori dai luoghi di lavoro con l’obiettivo di permettere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e di aumentare la produttività, avvalendosi di strumenti tecnologici.

Il quadro che emerge è quello di una cornice flessibile all’interno della quale permangono due elementi di diritto ineludibili quali la parità di trattamento economico e normativo e l’applicazione delle norme sulla salute e sicurezza del lavoro applicate anche alle prestazioni rese fuori dai luoghi di lavoro.

Affianco al primo è stato presentato un secondo testo, il DDL 2229, a firma di Maurizio Sacconi che ha l’obiettivo di integrare il testo del Governo così da fornire ai lavoratori, ai datori di lavoro e agli attori del sistema di relazioni industriali regole standard entro le quali stipulare accordi verificati caso per caso, tali da disciplinare le variabili esigenze della produzione, degli stili di vita e delle nuove organizzazioni del lavoro. La cornice di riferimento, in questo caso, si applica non solo ai lavoratori subordinati, ma a tutte le forme di lavoro, anche autonomo, per progetti o a risultato.

La proposta del DDL 2229 tende, quindi, ad interessare una fascia di lavoratori medio – alta, rivolgendosi, prevalentemente a coloro che hanno sottoscritto un contratto di lavoro di almeno un anno, che percepiscono almeno 30,000 euro lordi l’anno e che rispondono ad almeno una delle seguenti caratteristiche:

  • inserimento in modo continuativo in modelli organizzativi di lavoro agile definiti e disciplinati dai contratti collettivi di secondo livello
  • certificazione del contratto su base volontaria
  • inserimento in modo continuativo in distretti industriali e della conoscenza, cluster, poli tecnologici, incubatori certificati di imprese, start up innovative, reti di imprese o imprese qualificate
  • impegno in modo continuativo in lavori di ricerca, progettazione e sviluppo per aziende, committenti o datori di lavoro privati.

Rispetto al testo del Governo, il DDL Sacconi propone alcuni elementi innovativi di grande interesse riservati  ai “lavori di ricerca” con la previsione, in caso di cessazione del rapporto, del diritto alla fruizione dell’assegno di ricollocazione, oltre alla costituzione di una anagrafe informatica contenente i dati dei ricercatori assunti da datori di lavoro privati con finalità di monitoraggio e vigilanza, interoperabile con il sistema informativo unitario (Dlgs. 150/2015, art. 13) e completata dalla definizione di una scheda anagrafico professionale ad hoc per i ricercatori.

Il DDL, inoltre colma due evidenti mancanze rispetto al testo governativo che riguardano il rischio di emarginazione e di connessione continua dei lavorati agili, introducendo all’art.  3 il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro e all’art.5 il diritto all’apprendimento continuo e alla certificazione delle competenze per tutti i lavorati agili richiesta su base volontaria e finanziata per i servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze dal datore di lavoro o committente anche con il concorso dei fondi interprofessionali.

Claudia Bianchini