I TIROCINI EXTRACURRICULARI: POLITICA ATTIVA O SFRUTTAMENTO DI LAVORO?

claudia bianchini interno

Un commento di Claudia Bianchini sull’utilizzo del tirocinio extracurriculare e sui rischi che ne derivano.

L’istituto dei tirocini, operativo fin dal 1998 in seguito all’applicazione della cosiddetta legge Treu (L 196/1997, DLgs. 142/1998) è stato di volta in volta, indicato come una delle migliori politiche attive applicabili oppure tacciato come mero escamotage per evadere la costituzione di rapporti di lavoro veri e propri.

A partire dal 2011 si è avviato, anche nel nostro paese,  un processo di revisione dell’istituto del tirocinio extracurriculare, in seguito alla risoluzione del Parlamento europeo del 6 luglio 2010 sulla “Promozione dell’accesso dei giovani al mercato del lavoro, rafforzamento dello statuto dei tirocinanti e degli apprendisti” che invitava gli Stati membri ad affrontare ed eliminare lo sfruttamento dei giovani da parte dei datori di lavoro che sembrano utilizzare con maggiore frequenza l’apprendistato e il tirocinio per sostituire l’impiego regolare ed esortava gli Stati membri a elaborare accordi in materia di tirocini accompagnati da aiuti di carattere economico;

La Regione Toscana, per prima, ha proceduto al riassetto dei tirocini con la pubblicazione della Carta dei tirocini di qualità, che definiva un quadro giuridico chiaro e soprattutto, l’obbligo per i datori di lavoro alla corresponsione di un rimborso spese dedicato al tirocinante.

Con la pubblicazione delle Linee guida in materia di tirocini,  approvate dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome, nella riunione del 24 gennaio 2013 avvenuto in seguito alle indicazioni contenute nella Legge Fornero (L. 92/2012), i tirocini sono divenuti uno strumento fondamentale, mirato alla promozione dell’occupabilità, con un impianto giuridico omogeneo in tutto il paese, fermo restando la competenza di ogni Regione rispetto agli interventi di dettaglio.

Le Linee guida hanno individuato tre tipologie di tirocinio:

  • formativi e di orientamento, finalizzati ad agevolare le scelte professionali e la occupabilità dei giovani nella fase di transizione dalla scuola al lavoro
  • di inserimento e reinserimento al lavoro, svolti a favore dei disoccupati, compresi i lavoratori in mobilità, e degli inoccupati
  • in favore di disabili (ai sensi dell’art.1, L. 68/1999), soggetti svantaggiati (ai sensi della L. 381/1991) e richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale

Il Programma Garanzia Giovani, avviato a maggio 2014, ha visto un utilizzo considerevole dei tirocini, rivolti ai giovani NEET, in alcuni casi indubbiamente spropositato rispetto alle percentuali di risultato delle altre misure dello stesso programma.

I motivi del successo di tale istituto sono molteplici, tra i quali: la possibilità di sperimentare le conoscenze e competenze di un lavoratore prima di un’assunzione vera e propria, e per il lavoratore di entrare in contatto con un’azienda e dimostrare il proprio valore; i costi nettamente inferiori ad una assunzione;, nessuno degli obblighi giuridici legati all’assunzione, se non la stipula di una copertura assicurativa e il rispetto delle norme sulla sicurezza dei lavoratori; la possibilità di interrompere il tirocinio per qualunque motivo sia da parte del datore di lavoro che del lavoratore.

Il tirocinio rimane, comunque, un importante strumento di formazione e work experience, per cui è necessaria la definizione, e il rispetto, di un piano formativo dettagliato.

L’aspetto interessante,se valutato come politica attiva del lavoro, è come il tirocinio possa agire positivamente sul livello di attivazione e di occupabilità dei soggetti disoccupati, senza dimenticare l’importanza che riveste per l’area della disabilità e dello svantaggio.

In molti casi il passaggio da un buon percorso di tirocinio rappresenta il trampolino di lancio per approdare a nuove esperienze di lavoro, non solo in virtù delle competenze acquisite, particolarmente importanti per i giovani, ma anche per la ricaduta positiva su alcuni aspetti psicologici legati allo stato di  disoccupazione, come l’autostima e la percezione di sé, in questo caso soprattutto nei disoccupati adulti.

Purtroppo, rispetto alla popolazione adulta sono maggiori le resistenze all’avvio di un tirocinio di inserimento e reinserimento, motivate, in parte, dalla produzione di un reddito assolutamente scarso (l’obbligo nazionale prevede almeno 300 euro lorde mensili di rimborso spese) e da un retaggio culturale che vede il tirocinio come esclusivamente rivolto a target giovani (fino a 30 anni).

In realtà il tirocinio ha una sua valenza, in quanto politica attiva del lavoro, anche rispetto ai disoccupati adulti, pensiamo a tutti coloro che sono rimasti esclusi dal mercato del lavoro a causa di competenze obsolete e che hanno bisogno di rimettersi in gioco; con il vantaggio, per le imprese, di avere a disposizione, un bagaglio di competenze comunque spendibili, soprattutto tra quelle cosiddette trasversali.

Certamente il rischio di applicazione distorta dell’istituto è sempre presente e l’eccessivo utilizzo di fondi di finanziamento atti a sgravare in tutto o in parte le imprese anche dall’esiguo costo dei rimborsi mensili (soprattutto in attuazione della misura del programma di Garanzia Giovani) hanno prodotto in questi anni alcune devianze da parte di aziende e soggetti promotori  particolarmente spregiudicati.

Sarebbe, però, sufficiente un monitoraggio puntuale rispetto ai flussi delle Comunicazioni Obbligatorie(i tirocini extracurriculari devono essere comunicati con le stesse modalità dei rapporti di lavoro) e una soglia obbligatoria di trasformazioni in rapporti di lavoro (magari sul modello delle percentuali applicate ai contratti di apprendistato) per ovviare, almeno in parte, all’utilizzo sconsiderato di uno strumento che rimane comunque valido sia per le imprese che per i disoccupati.

Claudia Bianchini