Il rapporto Idos Cna sull’imprenditoria immigrata in Italia

imprenditore immigrato interno

I dati demografici ci mostrano un fenomeno interessante : la sostenibilità dell’invecchiamento della popolazione italiana e del calo numerico delle giovani generazioni si può reggere solo attraverso la contestuale maggiore presenza di immigrati.

Entro il 2030 per mantenere la stessa popolazione in termini assoluti ed incrementare la popolazione attiva ed occupata la presenza di immigrati dovrà in termini assoluti passare dall’attuale 7 per cento della popolazione ad almeno il 15 per cento e quindi più che raddoppiare. Per questi motivi la questione delle politiche per la regolazione dell’immigrazione e per l’integrazione ha bisogno di regole condivise tra gli Stati europei e di tenere lontani questi temi sensibili dai facili populismi, dalle ideologie e dalle facilonerie. In ogni caso, se consideriamo le dinamiche demografiche , la storia mostra come quando un popolo raggiunga migliori condizioni di benessere, tende a scegliere occupazioni meno faticose e a fare meno figli e di conseguenza i “ figli del boom” per mantenere le condizioni di vita ereditate dai laboriosi genitori preparano e formano la domanda di immigrati : lavoratori più disponibili e che determinano un avanzo economico.

I tedeschi lo sanno bene: dai calabresi ai turchi fino ai prossimi arrivi dei siriani , la grande crescita economica della Germania di questi cinquant’anni si deve all’ingresso della forza lavoro degli immigrati. Qualcuno parla del rischio di nuova schiavitù: certamente ci sono stati episodi controversi, ma ben pochi immigrati in Germania hanno deciso di abbandonare quel paese per tornare in Italia od in Turchia, dove il più delle volte avrebbero incontrato condizioni di vita e di lavoro peggiori di quelle acquisite. Il tema dell’immigrazione riguarda l’economia ed il lavoro e non tanto la percentuale, piuttosto bassa ed inferiore alle centomila unità, dei rifugiati o dei profughi. La regolazione riguarda quindi soprattutto l’immigrazione economica e quindi il tema delle politiche, delle quote e dei controlli. Il tema della lotta all’irregolarità si collega all’imprenditoria, in cui l’irregolare è spesso uno che svolge attività abusive e senza sicurezza.

Va considerato come la percentuale di immigrati regolari presenti in una nazione sia spesso direttamente proporzionale al tasso di occupazione ed alle condizioni di benessere: più è maggiore il lavoro più è alta la presenza in percentuale di immigrati. E’ una questione di domanda ed offerta, non solo di migliori opportunità, ma di reciproci vantaggi.

Si va quindi dal Nord Europa, con un alta presenza di immigrati ed un alto tasso di occupazione, per passare alla Germania ed al Regno Unito, con un dato dell’immigrazione e dell’occupazione medio alto, per scendere alla Francia, che ha condizioni molto diverse all’interno del paese, fino alla Spagna ed all’Italia, con difficoltà occupazionali e meno immigrati della media europea, per finire ai paesi come la Grecia, il Portogallo e l’Europa dell’Est, visti quasi esclusivamente come paesi di transito e con meno occupati e quindi immigrati ed in cui la presenza di rifugiati si deve soprattutto alla gestione dell’ emergenza degli sbarchi e del passaggio verso altri paesi. Secondo alcuni studi, a fronte dell’andamento demografico presente nei paesi dell’Europa occidentale, per mantenere questo livello di reddito, consumi, gettito fiscale e previdenziale servirebbero da subito in Europa almeno 40 milioni di lavoratori in più. Serve mettere al lavoro gli europei disoccupati ed aprirsi agli immigrati con le competenze adatte, come hanno deciso di fare i tedeschi e dopo di loro, gli svedesi, gli austriaci e le altre nazioni europee lungimiranti.

Il caso italiano è più complesso. I nostri dati di fondo sono ancora più preoccupanti di quelli tedeschi, per via dell’andamento demografico. L’Italia vive un doppio squilibrio , che con la crisi si è aggravato :

  1. Una presenza di popolazione non più in età di lavoro che cresce, mentre cala quella in età da lavoro ( 15-64 anni)

  2. Un tasso di occupazione della popolazione in età di lavoro ( popolazione attiva) molto più basso della media europea ( 57 per cento)

Si tratta di una combinazione esplosiva, che motiva la difficoltà italiana di gestire in termini sociali e politici un drastico aumento della presenza di immigrati e che spiega anche la ragione per cui gli immigrati in Italia siano presenti soprattutto in alcune regioni più ricche e siano complessivamente ben sotto la media degli immigrati presenti in paesi europei con migliori prospettive occupazionali. Il dato italiano dell’occupazione è poi aggravato da due ulteriori fenomeni : la disoccupazione giovanile e meridionale e la presenza tra i disoccupati e gli inoccupati italiani di un alto numero di persone non immediatamente occupabili o perché privi di una adeguata competenza o perché senza esperienza.

Come osserva il rapporto Idos CNA , crescono nel 2014 le imprese condotte da lavoratori immigrati e superano la soglia del mezzo milione di unità (525mila). Incidono mediamente per l’8,7% sul totale delle imprese registrate nelle Camere di Commercio e per il 10,1% al Centro-Nord, dove si concentrano per oltre i due terzi. In 6 casi su 10 operano nel commercio e nell’edilizia, ma forte è la crescita anche nel comparto “noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese” (3.500 imprese in più nel 2014) e in quello ristorativo-alberghiero (2.900 in più). Facendo riferimento all’insieme delle cariche ricoperte nell’ambito delle imprese individuali, marocchini, cinesi e romeni si confermano i gruppi più rappresentati, ma sono i bangladesi a distinguersi per l’incremento maggiore. Al saldo positivo degli immigrati come lavoratori dipendenti corrisponde quindi anche il saldo positivo degli immigrati come lavoratori autonomi: mentre il dato delle imprese italiane è stato tra il 2009 ed il 2014 negativo, il saldo delle imprese avviate da immigrati in Italia è stato positivo, con una crescita complessiva del sette per cento, che porta nel 2015 le imprese guidate da immigrati con sede in Italia al nove per cento sul totale delle imprese. Non sono dati impressionanti, per chi conosce il fenomeno, ma mostrano come anche in Italia , in modo meno impetuoso, esista la stessa tendenza che si incontra nelle economie europee più forti. La conseguenza è il saldo positivo determinato dalla presenza degli immigrati : che pagano più tasse di quanto spendano e soprattutto versano all’INPS molto più di quanto incassano ( l’INPS versa agli immigrati meno dello 0, 3 per cento rispetto al totale della spesa !). Nel 2014 le tasse pagate dai lavoratori immigrati in Italia hanno superato gli otto miliardi di euro e l’apporto positivo rispetto al PIL italiano vale almeno lo 0,6 per cento. Anche in Italia l’apporto degli immigrati all’economia ed al fisco è quindi di molto superiore a quanto ricevono in termini di prestazioni sociali o sanitarie. Inoltre la maggiore propensione degli immigrati all’imprenditoria si collega anche alla loro tenacia: in percentuale in questi mesi calano le cessazioni di imprese in percentuale in Italia, ma il dato delle imprese cessate da parte di imprenditori immigrati è ancora inferiore ( _ 9.5 % il calo delle cessazioni degli immigrati contro il 6.5 % del calo delle cessazioni degli italiani. ).

Questi fenomeni, insieme alla minore disponibilità dei giovani italiani a compiere lavori manuali ( confermata da tutte le rilevazioni statistiche) rispetto agli immigrati, rende interessante la presenza di opportunità per i lavoratori immigrati anche in Italia. I dati confermano quindi che anche in un paese che con la crisi ha avuto gravi problemi occupazionali come l’Italia la presenza di immigrati sia utile all’economia ed al lavoro: dal 2008 al 2014 abbiamo avuto circa ottocentomila italiani in meno sul mercato del lavoro, ma nello stesso periodo la presenza di immigrati regolari nelle aziende italiane è aumentata di seicentomila unità. Il dato contestuale sul lavoro autonomo è ancora più interessante, con una crescita del 40 per cento.

In Italia il tasso di occupazione degli immigrati è superiore a quello degli italiani, non certo perché tolgano il lavoro agli italiani ( fenomeno molto ridotto), ma per la maggiore disponibilità e la presenza di competenze spesso manuali e tecniche che i giovani italiani hanno preferito in questi anni spesso abbandonare. Molto interessante è la presenza degli immigrati nelle imprese artigiane e come imprenditori artigiani in settori, dal tessile all’edilizia, dal marmo alla metallurgia, tipici del Made in Italy.

Sempre più spesso, inoltre, anche i migranti avviano forme d’impresa più complesse e strutturate sotto l’aspetto societario: se è vero, infatti, che in 8 casi su 10 le attività da loro controllate sono costituite come imprese individuali, a crescere in termini relativi sono soprattutto le società di capitali (+14,5% sul 2013), che alla fine del 2014 coprono oltre un decimo del totale (10,8%). Molti imprenditori immigrati provengono da paesi, come la Cina, in forte crescita ed altri da paesi del Mediterraneo, come l’Albania ed il Marocco che stanno vivendo una fase di ripresa e di apertura di nuove imprese. In generale molte etnie dell’imprenditoria immigrata italiana appartengono a paesi che hanno storiche relazioni commerciali con l’Italia ed in fase di sviluppo. E’ quindi possibile pensare alla costruzione di “ ponti” tra le imprese etniche italiane e le nazioni di provenienza degli imprenditori. Si tratta di una linea di esportazione che gode di alcuni vantaggi da valorizzare per il Made in Italy. Allo stesso modo nell’imprenditore immigrato è possibile vedere un interessante interlocutore, formato ed intraprendente, per sostenere il passaggio generazionale di impresa, che riguarda soprattutto i mestieri artigiani.