COSA ACCADE ALLA RIFORMA DELLE POLITICHE ATTIVE?

Dopo l’approvazione del decreto di riforma delle politiche attive e dei servizi per l’impiego si è aperto uno scenario dall’esito ancora incerto, con interventi da definire e le regioni in ordine sparso. Nell’attesa che con la riforma del Titolo V ci sia una maggiore chiarezza e mentre milioni di disoccupati sono chiamati a recarsi ai centri per l’impiego per partecipare alle misure previste per chi cerca lavoro. Cosa può accadere.

In queste settimane è entrata in vigore la riforma delle politiche attive e dei servizi per l’impiego, quantomeno sulla carta. Si tratta di un provvedimento che stabilisce alcuni diritti e vincoli, esigibili ed obbligatori da subito, che tuttavia necessitano per essere effettivi di un sistema di servizi in buona parte ancora da costruire, sia per le sue caratteristiche che per le risorse a disposizione. Questo snodo deve essere affrontato e gestito dalla funzione della nuova agenzia nazionale delle politiche attive Anpal, quantomeno per quanto riguarda gli strumenti di attivazione al lavoro, ma alcune questioni sembra che in questa fase non siano ancora ben definite. Andiamo con ordine.

I diritti. Con il decreto n.150 del 2015 si stabilisce il principio che tutti coloro che si trovano in disoccupazione e che per questo sono titolari delle indennità naspi ed asdi, le due forme di trattamento a cui hanno oggi diritto i disoccupati, devono obbligatoriamente recarsi ad un centro per l’impiego ed essere presi in carico per l’avviamento ad attività di reimpiego, anche attraverso la formazione. Si tratta del principio di condizionalità , per il quale ogni trattamento di sostegno al reddito deve essere collegato ad una ricerca attiva del lavoro. I lavoratori in naspi ed asdi sono oggi in Italia più di un milione.

A questa decisione se ne collega un’altra: anche coloro che godono di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro, per intenderci i cassa integrati, devono recarsi ad un centro per l’impiego per essere presi in carico, in quanto anche loro devono essere coinvolti in misure di rafforzamento della loro occupabilità o di lavori di pubblica utilità. Anche questo è sacrosanto, risponde a pratiche europee diffuse da tempo. Si tratta anche in questo caso di almeno un milione di persone.

Abbiamo poi i giovani inoccupati ed i giovani che non studiano e non lavorano. Più di seicentomila si sono registrati a Garanzia giovani e la metà di questi deve essere ancora coinvolta in attività. Grazie all’intento del Ministro del lavoro questo programma prosegue ed è destinato a coinvolgere nei prossimi anni una buona parte dei giovani inoccupati italiani, che sono a loro volta circa due milioni. Abbiamo infine i disoccupati di lunga durata, a cui è terminato ogni tipo di ammortizzatore, e per i quali l’Unione Europea ci sollecita ulteriori interventi di presa in carico. Anche in questo caso è necessaria l’iscrizione e la presa in carico di un centro per l’impiego. Alla sfida di chi sostiene, come il Movimento Cinquestelle ed a quanto pare anche il presidente dell’Inps, che chi non ha lavoro debba avere necessariamente un reddito minimo, quindi il pesce, il Governo risponde che in primo luogo dovrebbe avere strumenti di attivazione al lavoro, quindi la canna da pesca. Opinione condivisibile.

Questo è proprio il punto. Perché l’encomiabile proposito del Governo non è solo un intento, ma è diventato da qualche settimana una garanzia per milioni di italiani senza lavoro : un diritto a cui corrisponde un dovere. Necessariamente.

Per attivare al lavoro le persone serve però un sistema di servizi adeguato. Il sistema di servizi italiano è stato affidato alle province ed oggi alle regioni. Per anni è stato il sistema meno sostenuto d’Europa: i centri pubblici avevano poche risorse e personale inadeguato mentre i privati non avevano particolari convenienze all’inserimento al lavoro che non fosse con contratto di somministrazione. Per questo motivo il Ministero del lavoro predisporrà un piano di rafforzamento dei servizi per l’impiego e promuove l’assegno di ricollocazione, che remunera chi trova lavoro ad un disoccupato. Misure sacrosante.

Tuttavia in questi mesi alle regioni è data la possibilità di continuare a far svolgere le attività di presa in carico dei disoccupati senza nessun tipo di cambiamento rispetto al passato e con solo le risorse destinate a pagare i dipendenti attuali. Solo l’approvazione della norma del Titolo V che dovrebbe riportare le politiche attive alla competenza esclusiva dello Stato dovrebbe poi permettere di avere un sistema nazionale di riferimento. Quello che stride tuttavia è un dato : nei prossimi mesi dovrebbe affievolirsi l’effetto sul mercato del lavoro degli incentivi dello scorso anno, mentre aumenta la domanda di persone che vanno prese in carico ed avviate al lavoro che sono titolari di questa garanzia. Parliamo di milioni di persone. Come facciamo a farlo con settemila operatori pubblici, venti sistemi diversi, regioni con scarsa capacità di pagamento delle prestazioni ( l’abbiamo visto con Garanzia giovani e si teme possa accadere anche con la ricollocazione) ed agenzie per il lavoro poco presenti al Sud ? Un sistema a due tempi, prima i diritti e poi gli strumenti per esigerli, in questo caso non può funzionare.

Speriamo che la presa in carico non si trasformi in qualcosa d’altro.