UNA RIFORMA CON IL FRENO A MANO

Il commento di Stefano Zanaboni, Presidente dell’agenzia per il lavoro Work Experience, al decreto di riforma delle politiche attive e dei servizi per il lavoro

Probabilmente per verificare i reali effetti e l’effettivo impatto di quanto disposto dal Decreto Legislativo “Recante disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive” ai sensi dell’Art 1 Comma 3 della Legge 10 Dicembre 2014 n.183 serviranno diversi mesi, forse anche un qualche anno.

Certamente ad un prima lettura è difficile non avvertire un certo disorientamento. Da un lato infatti si trovano – all’interno di un testo molto lungo e prolisso – decisioni particolareggiate fino al minimo dettaglio, d’altro lato, su questioni anche particolarmente rilevanti, l’articolato predisposto dal Governo sorvola o rimanda o si limita a qualche indicazione di massima per lasciare poi ad altri livelli istituzionali le decisioni in materia.

A voler esprimere un giudizio ingeneroso, un giudizio cioè che non consideri quanto davvero è difficile ed ardimentoso por mano a questo settore, districarsi nella giungla delle competenze istituzionali, sopravvivere a contrapposizioni ideologiche o a resistenze dell’apparato burocratico si finirebbe con il liquidare il tutto affermando che con tale Dispositivo il Governo si è limitato al riordino di un po’ di poltrone e di uffici romani (con la dettagliatissima normativa per l’avvio dell’Agenzia Nazionale) ed ha lasciato che nel Paese continuassero a coesistere – come in tutti questi anni passati – tanti sistemi di Servizi al lavoro e di Politiche Attive quante sono le Regioni.

In realtà non è il caso di essere così ingenerosi. Dietro e in parte anche dentro ai 35 articoli ed ai bel 173 commi in cui si articola il dispositivo si intravede lo sforzo di portare a sintesi almeno alcuni punti fermi di quello che potrebbe essere un sistema nazionale dei servizi al lavoro. Si intravede il tentativo di definire modalità di intervento “a processo” che permettano alle persone in cerca di occupazione di essere assistite e sostenute nelle varie fasi della ricerca di un lavoro; si intravede la volontà di inserire modalità di integrazione tra il sistema dei CPI e quello degli operatori privati, prevedendo una remunerazione prevalentemente a risultato sia di questi ultimi che dei CPI stessi; si intravede la volontà di impostare un sistema all’interno del quale il cittadino possa liberamente scegliere a quale operatore rivolgersi per usufruire dei servizi di supporto cui gli darà diritto il livello di profilazione in cui sarà inserito.

Tutte queste ed altre cose si intravedono. Ma si vede anche molto chiaramente che alla fine il Governo ha deciso di “rimandare la resa dei conti”. Rimane competenza delle Regioni stabilire i propri sistemi di accreditamento degli operatori privati; rimane competenza delle Regioni stabilire chi e in che termini deve operare la presa in carico e la profilazione degli utenti; rimane competenza delle Regioni determinare se ed in che modo coinvolgere nei servizi gli operatori privati. Rimane sostanzialmente in capo ad ogni Regione decidere quale sistema dei servizi al lavoro avere nel proprio territorio. Sostanzialmente come ora.

E’ come se – almeno questa è l’impressione, la prima quantomeno – il Governo avesse predisposto gli eserciti (l’ANPAL), fissato qualche paletto (le norme sulla condizionalità, la definizione di “offerta congrua”, l’introduzione dell’Assegno di ricollocazione) e poi deciso di aspettare per il confronto con le Regioni di poter utilizzare “l’arma letale” della riforma del Titolo V.

Ma se questa impressione è, anche solo parzialmente, corretta allora il dato vero ed in parte anche un poco sconfortante è che in tutto questo lavorio degli ultimi mesi, in tutti gli incontri svolti per giungere alla definizione del testo di questo decreto, in tutto il confronto tra tecnici, esperti e dirigenti che ha avuto luogo per la predisposizione di tale dispositivo risalta in modo eclatante l’assenza della Politica.

E’ mancata e manca nel testo del Decreto la Politica. Manca cioè un disegno ed un indirizzo chiaro sulle scelte che devono sottendere alla riforma (o riordino) di un sistema. E questo è il risultato inevitabile di un confronto tra Governo e Regioni che è stato affidato ai tecnici senza affrontare preliminarmente ed in modo approfondito con le Regioni i nodi politici che sottendono alle scelte. Senza svolgere quel ruolo di mediazione, di conciliazione tra visioni del mondo (in questo caso tra visioni del mondo del lavoro) che, unico, può portare gli amministratori (siano questi regionali o nazionali) a trovare una mediazione tra le proprie convinzioni e le convinzioni altrui per l’assunzione di scelte che abbiano come obiettivo il massimo del beneficio possibile per i cittadini. E’ mancata la capacità o la volontà politica di creare quelle aree di sovrapposizione tra insiemi di credenze che sono la base della convivenza democratica e che non possono non costituire le fondamenta di una Nazione unica ed unitaria sia pur articolata su basi regionali a forte autonomia, quale è appunto il nostro Paese.

Non è possibile pensare di mettere mano al riordino del sistema dei servizi al lavoro in Italia e relegare ad un confronto tra tecnici la possibilità di conciliare due impostazioni così differenti quale quelle consolidatesi negli ultimi anni tra, per esempio, un sistema come quello Lombardo – fondato sulla centralità e la libertà di scelta del cittadino, su un forte coinvolgimento del sistema privato ed una sua remunerazione prevalentemente a risultato – ed un sistema come quello dell’Emilia Romagna basato sulla centralità del servizio, sull’indispensabilità del ruolo del Pubblico a tutela del cittadino, su un ridotto coinvolgimento dei privati, comunque realizzato su base “concessoria” e remunerato a processo.

Oppure – ma credo sarebbe un errore – tutto questo è molto chiaro al Governo ma si è preferito non fare la fatica politica di trovare una mediazione difficile (ma possibile!) adesso, per risolvere tra qualche anno con la riforma del Titolo V la questione, dando il potere a chi di volta in volta governerà dal Centro di imporre la propria visione politica a tutte le Regioni.

In allegato

Il decreto legislativo di riforma delle politiche attive