Servizi pubblici e privati: una riforma da rivedere

La valutazione di Gianni Bocchieri, direttore politiche del lavoro e formazione della Regione Lombardia, sul possibile impatto delle misure di riforma dei servizi per l’impiego approvate dal Governo

Al di là di ogni giudizio di merito, lo schema di decreto delegato di riordino dei servizi per l’impiego e delle politiche attive del lavoro propone un modello di organizzazione del mercato del lavoro basato sulla definizione di livelli essenziali delle prestazioni (LEP), sulla centralità dei nuovi centri per l’impiego, sulla gestione amministrativa della condizionalità.

Per quanto riguarda l’individuazione  dei LEP, la dichiarata scelta del Governo è di includervi anche l’obbligo per le Regioni di disporre di loro articolazioni territoriali aperte al pubblico, denominati ancora Centri Pubblici per l’Impiego (CPI). Questa scelta connota il modello stesso di mercato del lavoro che si vuole realizzare, perché nasce dall’idea che il diritto costituzionale di accesso al lavoro possa essere garantito solo attraverso uffici pubblici statali. Si tratta della stessa idea con cui si è giustificato il monopolio pubblico del collocamento dalla Legge Fanfani del 1949 ai provvedimenti di Treu del 1997 e che per quasi cinquanta anni ha impedito il coinvolgimento di servizi all’impiego privati nell’intermediazione tra domanda ed offerta di lavoro e nella somministrazione di lavoro. Inoltre, il livello di dettaglio dei LEP presuppone la costruzione di un mercato del lavoro molto efficiente, efficace e capace di erogare servizi di base e specialistici di assistenza intensiva ai disoccupati per il loro inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro. Per questo dettaglio, è evidente che il Governo ha voluto ambiziosamente introdurre i LEP come massimo comune denominatore di quanto  già realizzato nelle poche esperienze regionali.

Per quanto riguarda la conseguente centralità dei CPI, la scelta governativa sembra quella di configurarli come la porta di accesso al mercato del lavoro ed alle politiche attive ovvero come una sorta di “accettazione” burocratica ed amministrativa per il successivo smistamento nei vari “reparti specialistici”. Infatti, dopo l’elencazione dei servizi minimi che devono essere garantiti su tutto il territorio,  lo schema di decreto prevede che le regioni possano coinvolgere i servizi privati all’impiego accreditati nella loro erogazione con meccanismi di quasi-mercato, fermo restando l’attribuzione esclusiva ai CPI di alcune funzioni fondamentali ed obbligatorie. In particolare, ai CPI sono affidate le attività di stesura del patto di servizio personalizzato, di rilascio dell’assegno di ricollocazione e la gestione della condizionalità. Oscillando tra la necessità di mantenere centrali i CPI e di coinvolgere gli operatori privati nell’erogazione dei servizi specialistici, intorno a queste tre funzioni burocratiche ed amministrative, viene costruito un percorso operativo farraginoso, ridondante e spesso incoerente. Infatti, è previsto che il disoccupato può registrarsi telematicamente nel sistema informativo per dichiarare la sua immediata disponibilità al lavoro e deve essere convocato dal CPI per la sottoscrizione del patto personalizzato di servizio, entro trenta o sessanta giorni dalla registrazione, a secondo che sia percettore o meno di indennità di disoccupazione. Nel caso in cui non sia convocato entro questi termini, potrà richiedere all’Agenzia Nazionale per il Lavoro e le Politiche Attive le credenziali personalizzate per l’accesso alla procedura di profilazione e per il rilascio dell’assegno di ricollocazione dallo stesso parte CPI che non l’ha convocato per la sottoscrizione del patto personalizzato di servizio. Il CPI resta il dominus dell’intero processo anche nel caso in cui il disoccupato scelga di utilizzare il suo assegno di ricollocazione presso un operatore privato accreditato per i servizi al lavoro, che dovrà darne comunicazione allo stesso CPI per l’aggiornamento del patto personalizzato di servizio e dovrà segnalare gli inadempimenti dei disoccupati che possano dare luogo all’applicazione della condizionalità.

Per quanto riguarda proprio la gestione della condizionalità, si può dire che essa rappresenta la più grande occasione mancata dallo schema di decreto delegato, per spostare l’asse dalle politiche passive alle politiche attive. In particolare, si rifiuta di introdurre una condizionalità unica attraverso cui stabilire che il disoccupato perde qualunque indennità di sostegno al reddito e lo stesso status di disoccupazione nel caso in cui rifiuti di partecipare ad un percorso di politica attiva. Inoltre, si affida la gestione della condizionalità ai dipendenti dei CPI, che dovranno sollecitare e controllare il disoccupato per la sua attività di ricerca attiva di lavoro, e sanzionarlo nel caso di inadempimento. In altre parole, l’inserimento o il reinserimento lavorativo del disoccupato non viene affidato ai servizi al lavoro più prossimi rispetto alla domanda di lavoro ovvero alle imprese, come possono essere le agenzie per il lavoro anche autorizzate all’attività di somministrazione di lavoro. Ma si ritiene possa dipendere dalla capacità del dipendete del CPI di far adottare al disoccupato comportamenti attivi e virtuosi, con la duplice minaccia della perdita della decadenza dalla politica passiva per lo stesso disoccupato e della sanzione disciplinare e della responsabilità per danno erariale per lo stesso dipendente del CPI.

Sul complessivo disegno governativo di riordino dei servizi all’impiego e alle politiche attive del lavoro, pesa la scarsità delle risorse economiche. Da questo punto di vista, emerge ancora più drammaticamente come la scelta di definire così ambiziosi livelli essenziali delle prestazioni rischi di renderli impraticabili. Se anche il non dichiarato scopo del modello fosse quello di giustificare il trasferimento ed il mantenimento in capo alle regioni dei dipendenti delle soppresse province, per la fornitura dei LEP previsto dallo schema del decreto occorrerebbe procedere con nuove assunzioni di dipendenti pubblici. Peraltro, in linea teorica, questo modello potrebbe finire con l’avvantaggiare proprio i servizi al lavoro privati, che non dovrebbero fare le attività burocratiche ed amministrative e potrebbero concentrarsi nella fornitura dei servizi specialistici che sarebbero pagati prevalentemente per i risultati che possono raggiungere più facilmente dei CPI proprio in virtù della loro prossimità con le imprese.

In allegato:

STIMA DEL COSTO DELLA RIFORMA