Giovani italiani al lavoro: piu’ precari che disoccupati

I numeri reali dell’occupazione giovanile in Italia nell’editoriale di Maurizio Sorcioni.  Più del quaranta per cento del lavoro attivato in Italia lo scorso anno riguarda giovani under 34, ma si è trattato di rapporti di lavoro il più delle volte a termine. La frammentazione dei rapporti di lavoro è la regola per i giovani italiani. Un fenomeno che potrebbe essere attenuato dall’impatto del contratto a tutele crescenti.

E’ stato recentemente pubblicato dal Ministero del lavoro  il Rapporto nazionale sulle comunicazioni obbligatorie giunto ormai alla sua quinta edizione.  La stampa lo ha letteralmente snobbato, considerandolo di scarso interesse mediatico  per il fatto che i dati sono riferiti al 2014 e quindi precedenti alle innovazioni introdotte dal Jobs Act. L’attenzione mediatica, infatti, è sempre più attenta alla dimensione congiunturale delle fenomenologie del mercato del lavoro (usata in chiave politica) e sempre meno ai fenomeni strutturali e di lunga durata che invece dovrebbero rappresentare la principale chiave di lettura per cogliere le trasformazioni profonde del nostro mercato del lavoro.

Eppure il Rapporto –  a saperlo leggere – è una vera miniera di informazioni non fosse altro perché per la prima volta vengono  riportati i dati relativi al lavoro somministrato, alle trasformazioni da contratto a tempo determinato a indeterminato ed anche i tirocini intesi non come contratti ma come esperienze di lavoro. Una delle chiavi di lettura più interessanti riguarda il tema generazionale. Come è noto le comunicazioni obbligatorie descrivono la domanda di lavoro dipendente e parasubordinato. Se all’analisi  si applica la lente generazionale,  oltre al “peso” che le diverse classi di età assumono nei flussi di ingresso e di uscita,   è anche possibile descrivere quali forme lavoro le imprese riservano ai giovani, consentendoci quindi   di valutare  se gli strumenti per sostenere  i processi di transizione siano più o meno efficaci. Certo,  il prossimo anno – con i dati 2015 –  potremo verosimilmente verificare se e come le riforme introdotte  abbiano favorito l’ingresso dei giovani nel marcato del lavoro ma oggi, in attesa dello “scoop”, ci accontenteremo di analizzare come le imprese, nell’anno trascorso, abbiano  utilizzato le giovani generazioni per sostenere l’insieme dei diversi processi produttivi.

Nel 2014  sono stati attivati circa 1,3 milioni di rapporti di lavoro riservati ai giovani fino a 24 anni, una quota pari al 13% del totale. Complessivamente i giovani interessati da almeno una attivazione sono stati circa 853 mila con una rapporto di 1,6 attivazioni per lavoratore. Nella classe di età successiva  (tra 25 ed i 34 anni)  le attivazioni hanno raggiunto quota 2,8 milioni in aumento rispetto al 2013 dell’1,7% ed hanno interessato 1,57 milioni di giovani con una rapporto pari ad 1,7 attivazioni per lavoratore.

In sostanza su circa 10  milioni di rapporti di lavoro attivati nel 2014 ben  4,2 milioni sono riservati a lavoratori under 34 (42%), dato che indica non solo che  il sistema produttivo non possa prescindere dal contributo delle  giovani generazioni ma anche che queste  non sono poi così distanti dal mercato come spesso ci si sente ripetere. Ma a fronte di un peso così  rilevante  è la qualità dei rapporti di lavoro l’elemento di estrema debolezza della domanda di lavoro espressa dalle imprese italiane.

Infatti, tra i giovani fino a 24 anni solo 14 % viene attivato con un contratto a tempo indeterminato,  mentre nel 68% dei casi si tratta di contratti a tempo determinato (61%) o di collaborazione (7%). Ma il dato più eclatante riguarda l’apprendistato utilizzato solo nel 17% dei casi, dato evidentemente anomalo considerando che per questa classe di età tale fattispecie contrattuale  dovrebbe rappresentare il principale strumento di transizione al lavoro. Nella classe di età successiva (25-34 anni) la quota di contratti a tempo indeterminato sale al 20% ma cresce anche il ricorso al tempo determinato ed alle collaborazioni che rappresentano il 70% delle attivazioni (per la classe di età) mentre all’apprendistato è riservato al 5,8% rapporti di lavoro  a conferma di un ricorso episodico alle forme di contratto a causa mista anche per i giovani over 25. La quasi totalità del lavoro giovanile è, quindi, “a termine” e se per gli under 24 tale modalità potrebbe essere giustificabile dall’esigenza di “fare esperienza”, per la fascia di età tra i 25 ed i 34 anni il dato è anomalo.  Ma anche ammettendo che la domanda di lavoro sia “naturalmente” frammentata  l’elemento patologico sta nel fatto che la quasi totalità dei rapporti di lavoro a termine riservati ai giovani non si traduce in alcun processo di transizione verso le forme di lavoro standard.

Complessivamente nel 2014 sono stati trasformati da tempo determinato a indeterminato 269 mila contratti il 16,2% in meno rispetto al 2013. Considerando le due classi di età giovanili  le trasformazioni che hanno interessato i giovani  fino a 24 anni sono state in tutto circa 25 mila su un totale di 827 mila contratti a tempo determinato ossia il  3% mentre,  mentre per la classe di età tra i 25 ed i 34 anni  la quota sale al 5%. In altre parole, come in un processo di distillazione, la grande massa di lavoro svolto dalle giovani generazioni – indispensabile al funzionamento delle imprese – non si traduce quasi mai in posizioni standard anche quando l’esperienza professionale è ormai consolidata.

Eppure il ruolo delle giovani generazioni nel mercato del lavoro è confermato anche dai dati sulla somministrazione dove invece i giovani rappresentano la quota prevalente. Nel 2014 sono stati attivati 1,38 milioni di rapporti di lavoro in somministrazione (missioni) pari al 12% di tutte le attivazioni (UNILAV ed USOM) con una crescita rispetto al 2013 di poco inferiore al 13%. Come è noto l’andamento della somministrazione svolge un ruolo di anticipazione rispetto alla domanda di lavoro (le imprese nell’incertezza utilizzano la somministrazione per rispondere alla ripresa della domanda di beni e servizi) ed è interessante osservare   che, sempre nel 2014, il 52% dei rapporti in somministrazione  è riservato a giovani al di sotto dei 34 anni (19% fino a 24 anni e 32% tra i 25 ed i 34anni) con una crescita per entrambe le classi di età  del 9% rispetto al 2013. Tale dinamica conferma che il mercato del lavoro del nostro paese non può prescindere dal ruolo propulsivo rappresentato dalla componente giovanile ma, parallelamente, non sembra in grado di valorizzarla opportunamente, affidandole quel ruolo propulsivo che le compete. E non deve stupire il fatto che siano proprio le agenzie di somministrazione a valorizzare il ruolo delle giovani generazioni nei processi produttivi poiché, spesso, sono proprio quest’ultime a presidiare i comparti più innovativi.

Un ultima notazione meritano i tirocini extracurriculari tracciati dalle comunicazioni obbligatorie e classificati non come rapporti ma come esperienze di lavoro. Nel 2014 sono stati realizzati 188 mila tirocini (riservati a 175 mila  giovani under 34) di cui  il 75% nei servizi (commercio 20%, alberghi e ristoranti 10% e Servizi alle imprese 22%) ed il 19% nel manifatturiero. Rispetto al 2013 l’aumento è stato di circa il 10%  ma poiché anche nell’anno precedente si era registrata una crescita analoga, è interessante chiedersi – ad esempio – se si tratti di una progressione “naturale” o se la crescita dell’ultimo anno  sia stata indotta dal massiccio ricorso al tirocinio nell’ambito del programma Garanzia Giovani. Al fine di valutare l’effetto del Programma sulla diffusione dei tirocini extracurriculari è utile confrontare il prima ed il dopo ossia il secondo semestre del 2014 con  lo stesso periodo del 2013 (Garanzia Giovani è partito  nel Maggio del 2014). Il dato che emerge dal confronto  è che l’incremento è stato pari a circa 9 mila tirocini concentrati quasi tutti nel IV trimestre del 2014 a conferma del fatto che il Programma europeo ha contribuito in forma del tutto marginale a sviluppare tale strumento di transizione dei giovani verso il mercato del lavoro, nonostante gli incentivi ed il ruolo degli operatori pubblici e privati impegnati nel programma.

Appare dunque evidente che, a fronte di una dimensione quantitativamente consistente della domanda di lavoro riservata ai giovani, l’investimento di lungo periodo da parte delle  imprese sugli under 34  sia assolutamente marginale come confermano i dati sulle trasformazioni e  sull’apprendistato (certamente penalizzato da una normativa regionale che allontana le imprese da tale fattispecie contrattuale) ed è assai difficile sostenere che la causa di tali comportamenti sia  attribuibile  alla  distanza dei giovani dal mercato del lavoro. Si tratta evidentemente di uno stereotipo  culturale se si pensa che  nel 2014 ben 2,4 milioni di under 34 hanno sottoscritto  circa 4,2 milioni di contratti di lavoro con le imprese italiane. E’ semmai verosimile l’esatto contrario e cioè che la mancata valorizzazione dipenda dall’incapacità di un sistema produttivo molecolare come quello italiano  di rinunciare ai vantaggi generati non tanto dalla flessibilità ma dalla frammentazione del lavoro che trova nelle giovani generazioni una disponibilità, indotta dalla crisi, ad accettare qualsiasi forma di lavoro.   Viene anche da chiedersi se le politiche attive per le giovani generazioni,  cui spetta il compito di favorire e  consolidare i  processi di transizione, siano efficaci (e non si tratta solo dei servizi per il lavoro)  e se  la perdita di attrattività dell’apprendistato (il vero anello mancante)  sia la causa o l’effetto di processi di transizione così frammentati ed inconsistenti soprattutto per i più giovani. Del resto  anche l’esperienza della Garanzia Giovani mostra tutti  limiti di politiche attive rivolte alle giovani generazioni, laddove il Programma pur puntando sui tirocini come  principale canale  di  avviamento al lavoro non è riuscito a svolgere quella funzione di volano della domanda  che ci si aspettava.

Sarà interessante osservare – a consuntivo del prossimo anno – quale effetto avrà avuto il Jobs Act sui processi di transizione professionale delle giovani generazioni grazie al combinato disposto degli incentivi alle assunzioni e dell’introduzione delle tutele crescenti (che dovrebbero favorire, ad esempio, le  trasformazioni da tempo determinato a indeterminato). E se l’adozione  del modello duale per l’apprendistato dovrebbe finalmente restituire a tale strumento un funzione propulsiva nei processi di transizione professionale, la riqualificazione della rete dei servizi dovrebbe favorire un maggior accesso dei giovani alle politiche attive. Resta sullo sfondo, però, un problema culturale, forse irrisolto, che spinge le imprese ad utilizzare la forza lavoro giovanile come “fattore” funzionale alla riduzione dei costi del lavoro piuttosto che come agente dei processi di innovazione produttiva ed agire sui modelli culturali sarà, forse, la sfida più difficile.

 

Maurizio Sorcioni