Uno, nessuno, centomila modelli per le politiche del lavoro

La riforma dei Servizi pubblici per l’impiego e delle politiche attive del lavoro è in questo momento in una fase di “stallo”. L’iter legislativo è tutt’altro che semplice: le riflessioni sul tema di Francesco Giubileo.

Un intreccio di norme che va  dal provvedimento Delrio (legge n. 56/2014), alla riforma costituzionale del Titolo V (ddl A.C. 2613) fino alla delega prevista dal Jobs Act (legge n.183/2014). Sotto molti aspetti il Jobs Act ripercorre le Riforme Hartz (“Servizi moderni al mercato del lavoro”) realizzata in Germania, nei primi anni 2000, volte alla costituzione di una Agenzia Federale del lavoro, un percorso che ha richiesto almeno dieci anni e decide di miliardi di euro per la sua concreta applicazione.

Attualmente il modello delle politiche del lavoro è suddiviso ancora per competenze istituzionali, come compartimenti stagni che vede il governo definire gli obiettivi generali, quasi sempre disattesi. La progettazione delle politiche attive del lavoro spetta alle Regioni, in questi anni per effetto dell’applicazione del Titolo V della Costituzione si sono creati letteralmente 20 modelli diversi, dove ad eccezione del Trentino, in nessun altro contesto è stata realizzata la valutazione d’impatto di queste politiche. Infine la gestione dei servizi pubblici per l’impiego è declinato in prevalenza alle province, dove si presenta una fortissima polarizzazione tra buone pratiche e strutture inefficienti (Riquadro 1).

Riquadro 1 – Allocazione della governance dei servizi pubblici per l’impiego e presenza Agenzia Regionale

 

Regione di riferimento Allocazione della governance Presenza Agenzia regionale
Abruzzo Province No
Basilicata Province No
Calabria Province Agenzia Calabria Lavoro
Campania Province Arlas
Emilia Romagna Province No
Friuli Agenzia regionale (in realizzazione) Agenzia regionale (in realizzazione)
Lazio Città Metropolitana e Nuove Province No (sopressa 2011)
Liguria Province Arsel
Lombardia Province Arilf
Marche Province Armal (Sopressa 2005)
Molise Province / Regione Agenzia lavoro molise
Piemonte Province Agenzia Piemonte Lavoro
PA Trento Province che fanno capo ad Agenzia regionale Agenzia del lavoro
PA Bolzano Province No
Puglia Province No
Sardegna Regione, Province, Circoscrizioni (Scica) Agenzia Sardegna Lavoro
Sicilia Regione No
Toscana Regione Prevista (in attesa 183)
Umbria Regione Agenzia (DDL 1814/2914)
Val d’Aosta Regione No (Sopressa 1989)
Veneto Province Agenzia Veneto Lavoro

 

Fonte: Nostre elaborazioni su diverse fonti delle singole Regioni o del Ministero del lavoroRiquadro 1 – Allocazione della governance dei servizi pubblici per l’impiego e presenza Agenzia Regionale

 

Il quadro si delinea ancora più complesso perché va aggiunta la competenza dell’INPS in termini di politiche passive, oltre al fatto che all’interno del modello descritto esercitano vari ruoli Agenzie nazionali/ regionali e in certi casi anche consorzi a livello locale.

 

Super-carrozzone statale vs Agenzie regionali inutili

 

Il primo punto critico della riforma, che in buona parte è anche la causa del ritardo, riguarda la programmazione delle politiche attive, ovvero decidere chi deve programmare e realizzare tali politiche.

Da una parte si punta ad una Agenzia nazionale di impostazione fortemente statale, che riassorba completamente le deleghe in capo alle regione, tornando ad un modello presente in Italia prima della riforma Bassanini. A ciò si aggiunge che in questa struttura confluirebbero il personale presente in ItaliaLavoro e Isfol, nei Centri per l’impiego provinciali e non si esclude anche eventuali “esuberi” della pubblica amministrazione. In altre parole, la struttura rischia di trasformarsi in un carrozzone,una sorta di  ammortizzatore sociale per i dipendenti della PA scartati da altre amministrazioni.

A questo aggiungo, l’assurda idea che le politiche del lavoro in Val Camonica o in provincia di Reggio Calabria siano decise, pianificate e realizzate dallo stesso dirigente a Roma, il che comporta il rischio di creare decine di programmi standardizzati eliminando quel poco di buono che è stato realizzato in alcune regioni (vedi Lombardia, Toscana, Trentino).

L’alternativa a questo modello, suggerito da alcune regione, è quello di costituire delle Agenzie regionali del lavoro (o riformare quelle esistenti) che realizzino la programmazione, senza modificare la normativa vigente, in compartecipazione con l’eventuale Agenzia nazionale. Questa visione è peggiore del super-carrozzone statale, perché si creerebbero 20 carrozzoni para-pubblici, con rischi di lottizzazioni di dimensione estreme, dove nei fatti non cambia nulla rispetto all’attuale situazione e forse si riesce persino a peggiorarla. Inoltre, questa seconda soluzione regionale pone tre questioni tutt’altro che irrilevanti: primo crea Agenzie regionali che diventerebbero dei cloni del Dipartimento Lavoro presso la Regione, uno dei due è di troppo; si dimentica che in passato alcune Agenzie regionali (come in Val D’Aosta  e Lazio) sono state soppresse perché considerati enti inutili; infine, la cosa più sconcertante è l’incapacità di alcune regioni di ammettere che il problema di inefficienza e scarsa governance esiste e va affrontato.

 

Soluzione pragmatica

 

La fase di programmazione sarebbe opportuno lasciarla ancora alle Regioni, che  tuttavia perderebbero il loro potere legislativo, questa sembra anche l’intenzioni del governo (in alternativa non avrebbe senso la modifica del Titolo V della Costituzione). In tal senso, cambierebbe il rapporto tra Stato e Regioni, nel quale l’Agenzia Nazionale per l’occupazione coordinerebbe ed eventualmente sostituirebbe le Regioni inadempienti o incapaci di realizzare gli obiettivi concordati.

Mentre risulta più complessa la riorganizzazione dei Servizi pubblici per l’impiego (PES), dato che non ci sono soldi e sia chiaro non arriveranno, nella legge delega del governo (legge n.183/2014) si dovrebbero creare sinergie tra gli uffici territoriali dell’Inps, Centri per l’impiego e Camere di Commercio, nei fatti tali sinergie si tradurranno nella costituzione di uno “Sportello unico del lavoro” (visione “utopica” che richiederà anni per applicarla).

Tali sportelli seguendo le indicazioni provenenti dalla stessa Agenzia nazionale (che ne dovrebbe assumere il diretto controllo), in linea con gli altri paesi, erogherà tutte le attività di carattere amministrativo, assicurando la corretta  applicazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e delegando (verificandone i risultati) i servizi specializzati ai fornitori privati (profit e non-profit). Tale delega si svilupperà a seconda della progettazione delle politiche attive definite dalle regioni.

Inevitabile la razionalizzazione delle risorse impiegate, non solo nei CPI (orma sono quattro gatti, distribuiti in modo non omogeneo sul territorio) ma anche nelle altre due istituzioni (intervenendo soprattutto nell’organico stabile e non solo attraverso il mancato rinnovo dei lavoratori atipici), questo per far fronte al radicale cambiamento del concetto stesso di servizi pubblici per l’impiego, dove sono sempre più necessari finanziamenti per piattaforme informatiche online volte all’incontro domanda e offerta di lavoro o per  favorire la mobilità occupazionale a livello globale.