Lavoro e Titolo V : una riforma necessaria

A meno di due mesi dall’avvio della Garanzia giovani le nostre istituzioni scoprono, con colpevole ritardo, come il modello necessario per far funzionare la garanzia giovani e le politiche attive interviene fortemente sugli aspetti delle competenze e dei poteri sul lavoro e sulla formazione definiti dalla riforma del Titolo V come legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Incombe il rischio della maionese impazzita.

Con le riforme del Titolo V e del decentramento amministrativo, circa tredici anni fa, lo Stato italiano ha attribuito alle regioni buona parte delle competenze e delle responsabilità in materia di lavoro e formazione, definendo il ruolo dello Stato nell’ambito della legislazione concorrente, limitandolo agli interventi sui rapporti di lavoro, sui sistemi informativi e di natura sussidiaria. Le risorse europee sono state attribuite in via quasi esclusiva alle regioni ( decine di miliardi). Questa scelta è stata fatta solo dall’Italia: nel resto d’Europa le politiche attive sono bilanciate tra programmi nazionali e regionali ed i servizi per l’impiego sono nazionali ( in alcuni casi comunali ) .

Il risultato di questo sistema è documentato dai rapporti ufficiali della Commissione Europea : solo in 4 regioni su 20 in Italia abbiamo un mercato del lavoro che migliora il dato economico ed il solo territorio che ha buone performances sul mercato del lavoro sono le province autonome di Trento e Bolzano. La maggioranza delle regioni italiane nella valutazione ufficiale di efficienza del mercato del lavoro sono collocate in fondo alla classifica. L’inefficienza dei sistemi regionali del lavoro italiani è una delle cause della disoccupazione nonché dell’inadeguato impegno dei fondi europei. Alcuni sistemi nel Centro Nord sono nella media europea, ma nel complesso, a legislazione vigente, il modello regionale determina :

1)   Una totale disomogeneità nella qualità dei servizi ;

2)   Una diversità delle regole di funzionamento del mercato del lavoro

3)   Sistemi di accreditamento delle agenzie private totalmente diversi che non creano regole di funzionamento per un mercato che sia nazionale ed ostacolano gli investimenti delle agenzie;

4)   Regole diverse nella remunerazione dei servizi;

5)   Sistemi formativi privi di strumenti unitari per l’analisi dei fabbisogni delle imprese e per la programmazione dell’offerta formativa,

6)   Barriere tra i territori, con regole diverse rispetto alle forme contrattuali, persino per tirocini ed apprendistato, che creano problemi alle imprese.

Buona parte delle pronunce della Corte Costituzionale sono oggi sulla legislazione concorrente e sul Titolo V. Si tratta di un tema importante anche per via dell’attribuzione di risorse: le regioni sono oggi le principali centrali d’appalto e di assegnazione delle risorse pubbliche per il lavoro e lo sviluppo.

E’ ormai evidente come l’Italia abbia bisogno di un sistema nazionale del lavoro che funzioni e che sia omogeneo, come in ogni paese europeo, anche perché mentre i mercati del lavoro sono nazionali e locali, il livello della programmazione delle politiche attive del lavoro è sostanzialmente regionale. Questa discrasia, su cui di solito si interviene solo per le regioni del Mezzogiorno, costituisce una delle cause del malfunzionamento del mercato del lavoro italiano. Con colpevole ritardo, se ne inizia a parlare, come al solito, non perché qualcuno legga i resoconti e le verifiche dei risultati di questo sistema, ma perché il superamento delle province e l’avvio della Garanzia giovani pone la questione del futuro dei servizi per l’impiego e dei presupposti per realizzare azioni di sistema nazionali.

 

Rispetto a questi temi ed a questi problemi da affrontare,  in occasione dei tavoli di riforma dei servizi per l’impiego e dello Youth guarantee, i rappresentanti delle regioni hanno proposto in realtà di rafforzare ulteriormente le loro competenze attraverso :

la regionalizzazione delle azioni di sistema nazionali, come la stessa Garanzia giovani;

la creazione di agenzie regionali, come strumenti di gestione dei servizi per il lavoro e di regolazione delle politiche attive;

l’assorbimento dei centri per l’impiego provinciali nelle agenzie regionali.

La stessa Garanzia giovani , pur essendo un programma con fondi nazionali, avrà un sistema di intervento che permetterà alle regioni di decidere il modello di funzionamento, stabilendo anche quali soggetti pubblici o privati vengano remunerati per il servizio. In questo modo ad esempio una agenzia privata che potrà in base alle regole operare in una regione, potrebbe non essere autorizzata ad operare nella regione confinante.

 

L’altra proposta in campo, sostenuta da esperti, esponenti di partito e del sindacato, è invece quella di  costituire un’Agenzia Nazionale per l’Occupazione  che, al tempo stesso, si faccia carico di prerogative oggi nelle mani delle Regioni e Province e della funzione di stretto raccordo con l’erogazione delle prestazioni a sostegno del reddito (nella sua componente attivata in caso di cessazione del rapporto di lavoro) oggi gestita dall’INPS.  Si tratterebbe di un ente pubblico nazionale che ha proprio personale, budget e autonomia sul modello degli attuali enti pubblici non economici (Enti previdenziali) e che , come questi, ha un’articolazione nazionale e uffici territoriali. A questo ente andrebbero assegnate tutte le funzioni relative ai servizi per l’impiego (ora delle province), il governo dei processi formativi a ridosso del reimpiego e dell’inoccupazione , il ruolo di autorità di gestione del Fondo Sociale Europeo, il raccordo stretto con le politiche passive. L’organizzazione di questa agenzia nazionale, ispirata soprattutto all’analoga agenzia tedesca, prevede una struttura nazionale, che opera attraverso sedi regionali ed eroga interventi attraverso la rete degli attuali centri per l’impiego, adeguatamente rafforzata e razionalizzata.

 

Va poi segnalato il punto di vista delle province, che per ora continuano  gestire i servizi per l’impiego pubblici e di alcuni rappresentanti delle future città metropolitane. Si tratta di livelli istituzionali prossimi al territorio e che rischiano di non avere in futuro nessuna voce in capitolo nella erogazione dei servizi necessari a sostenere l’attivazione dei loro cittadini e disoccupati al lavoro. Una situazione davvero paradossale.  Questa proposta sui centri per l’impiego chiede :

l’attribuzione, per via del principio di prossimità, delle competenze relative ai servizi pubblici per l’impiego alle aree metropolitane e, laddove non è prevista l’area metropolitana, il mantenimento delle competenze attuali al nuovo ente di area vasta chiamato a sostituire la provincia;

la definizione di un rigoroso sistema di  definizione di livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per l’impiego, a cui collegare la strategia di rafforzamento dei servizi, che preveda per i centri per l’impiego una funzione di vero e proprio presidio sul territorio ( con servizi più innovativi quali: coordinamento dell’azione degli ispettori del lavoro a risanare la legalità territoriale,  coordinamento sui flussi in uscita dalle scuole e delle università, governance sui privati incaricati di realizzare servizi di accompagnamento al lavoro). Questo dovrà avvenire in collegamento con la necessaria implementazione del coordinamento in materia tra Stato e regioni e l’attuazione di quanto previsto e finanziato dai Fondi strutturali.

In questa proposta presentata al governo si prevede che in una seconda fase, corrispondente all’entrata in vigore in via definitiva dell’Aspi e del diritto-dovere alla condizionalità tra sussidio ed intervento di politica attiva,  le scelte complessive del riordino istituzionale dovranno di conseguenza rivedere il quadro della legislazione concorrente del Titolo V ed intervenire finalmente in modo complessivo, chiaro e definitivo sulla governance del lavoro in Italia.

 

Molte sono in ogni caso le questioni che restano in sospeso e che mostrano come anche questa volta la politica italiana arrivi debole ed in ritardo e come le decisioni si prendano da noi per via dell’emergenza e come conseguenza non di una strategia, ma magari come rimbalzo, a volte neanche previsto in partenza, di altre decisioni prese, come la soppressione delle province. La prossima conversione il legge del disegno di legge Del Rio sul riordino istituzionale, la discussione sulle funzioni residue dell’area vasta, il vociferare sul Job Act e l’ipotesi di intervento del segretario del PD sul Titolo V sono le componenti di una maionese che potrebbe impazzire. Eppure tutti coloro che conoscono e studiano le cause del cattivo funzionamento del welfare italiano concordano sulla necessità di impostare una seria verifica dell’assetto istituzionale delle funzioni e dei poteri di chi interviene sul lavoro, sulla formazione e sullo sviluppo, iniziando dalle regioni. Si tratta di riforme che devono riguardare gli interessi dei cittadini ed il funzionamento del paese, non il risiko dei poteri e degli interessi del momento. E che quindi dovrebbero avere un solo presupposto: valutare cosa funziona e cosa non funziona. E decidere di conseguenza.

Per saperne di più

Scarica il documento del Ministero del lavoro sui centri per l’impiego