LAVORO: NIENTE POLITICA SENZA POLITICHE

In questi anni di governi ballerini ed instabili il problema del lavoro si è aggravato. Mettere in chiaro ciò che manca e cosa serve diventa oggi fondamentale per poter impegnare bene le scarse risorse a disposizione e per non ripetere gli errori fatti negli anni in cui, poichè l’occupazione cresceva, non abbiamo affrontato quelle contraddizioni irrisolte nel funzionamento del mercato del lavoro, che poi la crisi ha fatto esplodere. 

I dati di monitoraggio ci dicono come il tentativo di riforma del lavoro della legge Fornero in parte non abbia funzionato ed in parte sia rimasto incompiuto. Il nuovo decreto del governo riprova ad avviare alcuni degli interventi che sono necessari per sostenere una ripresa occupazionale che manca ormai da ben tre anni. Gli snodi da affrontare sono chiari da tempo. Il governo Letta sembra, dalla lettura del decreto, che conosca questi nodi e che quantomeno sia impegnato a scioglierli. Proviamo a vederli e capire le intenzioni dell’esecutivo.

Niente politica senza politiche. L’iniziativa politica del governo ed una strategia di intervento per il sostegno allo sviluppo non possono esplicitarsi ne tantomeno funzionare se le politiche sul territorio non funzionano. Per politiche si intende il sistema di strumenti, iniziative, servizi su cui si appoggiano gli interventi, le scelte che dipendono dalle decisioni della politica, attraverso le istituzioni, nazionali e locali. In Italia in questi anni la politica è stata particolarmente debole anche perché sono mancate le politiche. In particolare sono mancate le politiche del lavoro. Sia come quantità di risorse che per quanto riguarda la qualità. Abbiamo speso per sostenere il lavoro e la formazione molto meno rispetto a quanto è stato fatto negli altri paesi europei ed in particolare abbiamo investito meno rispetto alla “attivazione” delle persone sul mercato del lavoro. Si tratta di cifre di tre o quattro volte inferiori rispetto alla media della spesa di paesi come la Germania e la Francia. I risultati non sono arrivati, soprattutto in alcune regioni. Inoltre la capacità di spesa degli ingenti fondi europei è risultata inadeguata nella maggior parte dei sistemi regionali del lavoro italiani: tante risorse per il lavoro spese poco e male, per via di un sistema di servizi del tutto incapace a sostenere l’attivazione delle persone e di erogare servizi alle imprese. Perché si possa parlare di una nuova politica del lavoro , serve ripartire dalle politiche. In ogni caso, una spesa intorno all’1,5 del PIL per affrontare il principale problema degli italiani sembra davvero poco.

Niente politiche senza servizi

Con grave e colpevole ritardo, le nostre istituzioni cominciano a capire come le politiche per attivare le persone sul mercato del lavoro non possano funzionare se non si appoggiano su un adeguato sistema di servizi per il lavoro. L’Italia ha un sistema di servizi per il lavoro in condizioni pessime. Abbiamo circa venti diversi sistemi regionali, con più di cento diramazioni provinciali, che non comunicano tra loro. Abbiamo diversi modelli di servizio che non aiutano la collaborazione tra i servizi pubblici e privati. Abbiamo tante isolate buone esperienze che non creano una cultura comune. Non abbiamo livelli essenziali delle prestazioni garantite dovunque ai cittadini ed abbiamo invece una eccessiva burocrazia che impegna i servizi pubblici anche a dare servizi a chi il lavoro in realtà non lo cerca o non lo vuole trovare. Soprattutto nei servizi per il lavoro abbiamo investito poco. Una miseria rispetto al resto d’Europa: dieci volte meno della Francia e della Germania. Il decreto del governo istituisce una “ struttura di missione” che deve affrontare rapidamente questi problemi: perché non ci sono politiche attive per i giovani ed i disoccupati senza servizi che funzionano. In ogni caso, una spesa dello 0,02 per cento rispetto al PIL per erogare servizi per il lavoro costituisce uno schiaffo a chi è disoccupato.

Niente servizi senza responsabilità e risultati

Tutto quanto è stato fatto in questi anni per il lavoro e per contrastare la disoccupazione in Italia vive un paradosso: è misurabile, ma non viene misurato, è valutabile, ma non si valuta. Abbiamo un ente pubblico, l’Istat, che monitora dati ed effetti delle politiche, ed un altro, l’Isfol, che verifica l’impatto degli incentivi, dei contratti e dei servizi. Non mancano i dati dei centri studi, delle regioni e degli enti locali. La legge Fornero introduceva finalmente il criterio del monitoraggio e della verifica periodica dei risultati. Il Ministro del Lavoro ed il sottosegretario competente sono stati rispettivamente presidente dell’ISTAT e dell’ISFOL. Qualcosa per coerenza dovrebbe cambiare.

Mancano però ancora le regole: se verifico che uno strumento non funziona lo devo cambiare, così come se ho i dati che valutano l’impatto delle politiche, questo deve servire per farle funzionare. E’ una regola di fondo. Come tutte le regole di funzionamento nel nostro complicato e sciagurato paese a volte si preferisce non seguirle: per evitare di compromettere chi dalle regole che non funzionano ci ricava dei vantaggi o delle rendite. Se valutassimo l’impatto ed il funzionamento dei sistemi regionali del lavoro probabilmente avremmo dubbi rispetto alla quasi completa attribuzione alle regioni di tutte le risorse e dei poteri di intervento sul lavoro. Se valutassimo l’impatto ed il funzionamento degli incentivi al lavoro ed alle imprese probabilmente avremmo dubbi su quanto ci convenga davvero spendere e dare alle imprese per sostenere le assunzioni. Su questo anche il maxi incentivo introdotto dal nuovo decreto sul lavoro lascia non pochi dubbi. Senza le valutazioni non ha senso attribuire le responsabilità. Senza le responsabilità non arrivano i risultati. Ed infatti i risultati non arrivano. In ogni caso, un sincero augurio di buon lavoro alla struttura di missione del governo per le politiche del lavoro.

PER SAPERNE DI PIU’

 LA RACCOMANDAZIONE EUROPEA SUI SERVIZI PER IL LAVORO

 IL PACCHETTO LAVORO DEL GOVERNO