Due proposte per creare lavoro da subito

Intervista a Stefano Zanaboni, Presidente di Workopp spa, agenzia di intermediazione del lavoro 

  1. Per una Repubblica fondata sul lavoro”, nel tuo libro edito da Novecento media, cerchi di ricordarci che il contenuto del primo articolo della nostra Costituzione non è un mero auspicio, ma una dichiarazione di intenti. In questi anni di crisi occupazionale stiamo quindi in contraddizione con la Carta Costituzionale ? Cosa è successo ?

Non siamo in contraddizione con gli Articoli 1 e 4 della Costituzione perché siamo in crisi occupazionale. Abbiamo tradito la Costituzione perché dopo la Delega alle Regioni ed alle Province delle competenze in materia di Lavoro lo Stato, nella sua espressione centrale di Governo, non ha fatto nulla per garantire a chiunque ne avesse bisogno tutte le opportunità possibili per l’accesso al lavoro. E soprattutto non ha garantito – neppure sulla carta – la stessa tipologia e qualità di servizi a tutti i cittadini, permettendo il consolidarsi di differenze tra Regione e Regione in palese disprezzo dell’uguaglianza tra i cittadini stessi prevista dalla Costituzione.

Oggi tutto questo, in piena crisi, si nota molto di più e in modo molto più drammatico. Ovvio che nessun Governo, nessuno Stato e nessuna Regione possano garantire a tutti un posto di lavoro. Dobbiamo però creare le condizioni perché, con parità di trattamento in ogni luogo d’Italia, ad ogni cittadino vengano garantiti tutti i servizi possibili per avere l’opportunità di trovarsi un posto di lavoro. Legale e regolare. E’ una battaglia di civiltà, per la dignità di ogni residente in questo Paese. Dignità individuale che si fonda anche sul proprio lavoro e sulla possibilità di avere un reddito onesto e dignitoso.

  1. La prima regola per creare lavoro è far incontrare la domanda e l’offerta del lavoro che c’è. Questa è la tua prima proposta. A costo zero. Cosa è mancato e cosa serve ?

Esatto. Un conto è creare lavoro ed un conto è mettere in contatto chi cerca lavoro con le opportunità disponibili. Creare lavoro presuppone investimenti, una politica industriale, una politica economica.

I servizi per il lavoro non creano lavoro. Però possono mettere in contatto chi cerca lavoro con le imprese che cercano personale. Questo lo si può fare e lo si può fare senza aumentare la spesa dello Stato nel settore, ma semplicemente destinandola in modo più oculato e introducendo meccanismi che generano risorse.

Allo stato attuale credo manchino sostanzialmente due cose per far funzionare l’incontro domanda-offerta: una stretta ed organica collaborazione tra il Pubblico – che deve mantenere un ruolo centrale e fondamentale – e gli operatori privati e, in secondo luogo, un dispositivo uniforme su scala nazionale che renda conveniente ad ogni operatore privato attivarsi per trovare lavoro anche alle persone che hanno profili professionali di per sé poco spendibili, cioè poco ricercati dalle imprese. Paradossalmente quello che non manca sono le risorse finanziarie per fare tutto questo.

Cerco, in estrema sintesi, di spiegare un po’ meglio ciò che intendo.

Da un lato il Pubblico deve essere in grado di “prendersi in carico” il cittadino che cerca un lavoro e orientarlo verso il percorso di ricerca attiva migliore per lui. Questo percorso può prevedere orientamento, bilancio di competenze, formazione di breve durata o veri e propri percorsi di qualifica o di riqualificazione. E infine l’accompagnamento al lavoro.

Tutta la prima fase, che sia orientamento o formazione, può essere remunerata “a processo”, se non svolta direttamente dall’ente pubblico, attraverso l’utilizzo del FSE in gestione alle Regioni.

La parte di accompagnamento al lavoro – per quei cittadini che il Pubblico valuta come di “difficile inserimento nel mondo del lavoro” (e per i quali per intenderci nessuna impresa pagherebbe mai una Ricerca & Selezione) – può essere remunerata alle ApL a risultato. Cioè l’ApL viene pagata solo dopo che il cittadino disoccupato ha trovato un’occupazione regolare.

  1. Eppure da ormai quindici anni le regioni e le province hanno avuto risorse per realizzare e promuovere servizi per il lavoro, ma gli investimenti sono stati e restano molto inferiori alla media europea. Esiste forse un ritardo culturale nel capire che l’economia oggi richiede non solo diritti sul posto di lavoro, ma anche servizi sul mercato del lavoro ? Di chi è la responsabilità ?

Non so se sono in grado di rispondere, è una domanda difficile. Credo che a monte del problema ci sia una questione culturale. Da un lato una difficoltà storica a occuparsi dell’individuo anziché delle categorie di persone. Voglio dire: se mi occupo “dei disoccupati” per risolvere il problema posso solo pensare a mega investimenti che creino lavoro. Se mi occupo del signor Rossi che deve trovare un lavoro invece devo organizzare un sistema di servizi che lo aiuti a trovare un lavoro. Non voglio dire che la prima delle due cose non vada fatta, ci mancherebbe. Magari fosse possibile nel nostro Paese attivare investimenti e creare posti di lavoro. Voglio però dire che se penso solo per categorie astratte non arriverò mai a creare i servizi per il signor Rossi. Se in questi anni lo avessimo fatto oggi forse – a parità di investimenti – avremmo 400 mila occupati in più. Esattamente il numero di profili che le imprese cercano e faticano a trovare.

In secondo luogo c’è un altro fattore culturale. Nel resto dei paesi occidentali una buona percentuale dei cd incentivi alle imprese viene dirottata agli orientatori (pubblici o privati) e a chi fa azioni di intermediazione favorendo l’incontro tra domanda ed offerta (anche in questo caso pubblici o privati che siano). In Italia no. I mld di Euro destinati ad incentivi alle imprese sono tantissimi. Spesso non utilizzati. Spesso, come dicono tutti gli studi europei, pochissimo efficaci ad incentivare effettivamente le assunzioni (restano comunque singolarmente troppo limitati per rendere conveniente all’impresa l’uscita dal nero o la scelta di una lavoratore anziché di un altro). Probabilmente è più facile, soprattutto in campagna elettorale, promettere soldi alle imprese che ai servizi per l’impiego.

  1. Qual è il ruolo dei privati in questo spazio ? Sussidiarietà significa sostituire il pubblico quando non funziona, come sembra proporre il Ministro Giovannini ? Esiste quindi un privato che può svolgere bene funzioni pubbliche e che ha investito per questo ? E perché il pubblico non dovrebbe essere obbligato a funzionare ?

In generale penso che far intervenire il privato al posto di un Pubblico che non funziona sia come sventolare bandiera bianca di fronte al dovere di far funzionare lo Stato. Nel caso particolare del Mercato del lavoro poi credo che il ruolo del Pubblico non possa che essere un ruolo centrale. In questo “mercato” la differenza di potere contrattuale tra l’impresa che assume e il cittadino che cerca lavoro è talmente forte che impone la presenza di un soggetto terzo che sia al di sopra di qualsiasi potenziale conflitto di interessi. E questo soggetto non può che essere lo Stato nelle sue varie articolazioni.

Il privato nel mercato del lavoro può integrare l’azione dello Stato. In particolare in tutte quelle azioni che presuppongono un’attività commerciale presso le imprese per individuare la necessità di profili (il cd scouting). Ad investire come privati ci si sta provando ma è difficilissimo. Mancano due condizioni base: certezza delle norme e uniformità del sistema su scala nazionale.

Penso quindi che la sussidiarietà si declini – quantomeno nel nostro settore – in una forte collaborazione, anche in termini progettuali, tra un settore pubblico che governa, monitora e valuta ed un settore privato che è disponibile a collaborare, ad investire ed ad operare in un mercato che premia e remunera il merito e non “l’esistenza in vita”.

Penso infine, e lo dico con profonda convinzione, che sia davvero possibile un ruolo dei privati nel mercato del lavoro solo in misura direttamente proporzionale alla presenza di un settore pubblico forte e capace di svolgere le funzioni che la Legge gli assegna.

  1. In Italia sono le piccole imprese quelle che possono assumere e che non hanno l’abitudine e spesso la capacità di rivolgersi a servizi specializzati per la preselezione del personale, per mettere la persona giusta al posto giusto. Eppure proprio l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa che non incentiva l’incontro tra la domanda e l’offerta. Qual è l’altra proposta a costo zero di cui parli, per favorire l’intermediazione del lavoro che c’è ?

In parte l’accennavo prima. Si tratta di individuare da parte dell’ente pubblico competente – oggi sono le Province – quelle fasce di cittadini che a livello locale hanno maggiori difficoltà a trovare un’occupazione e dotarle di un voucher spendibile presso le ApL autorizzate. Solo quando l’ApL ha inserito la persona dotata di voucher al lavoro (ovviamente con un contratto regolare) ha diritto a riscuotere il corrispettivo previsto dal voucher.

Peraltro l’operazione, come dici nella tua domanda, incentiverebbe l’utilizzo dei canali formali per le assunzioni da parte delle piccole e piccolissime imprese. Imprese queste che sono quantomeno disabituate all’utilizzo di questi servizi.

Cosa quest’ultima che, da un lato, favorirebbe la scelta giusta delle persone da inserire in azienda (con il duplice vantaggio per l’impresa di avere risorse umane ben allocate rispetto alle proprie esigenze e per il lavoratore di avere maggiori possibilità di mantenere il proprio posto di lavoro e “fare carriera”) e, d’altro lato, renderebbe sempre meno appetibile il ricorso a canali personali, familistici quando non illegali di reclutamento.

  1. Perché questa proposta non introduce costi aggiuntivi per lo Stato ?

Se il pagamento all’ApL avviene da parte dello Stato e non delle Regioni l’operazione non solo non costa nulla alle casse pubbliche ma crea gettito. Lo Stato nel periodo di prova previsto dal CNL in cui il cittadino è stato inserito al lavoro incassa un gettito IRPEF che senza l’azione della società di intermediazione non avrebbe incassato. Mettiamo che quel gettito nel periodo di prova sia 10 Euro. Passato il periodo di prova (cioè confermato il posto di lavoro per l’ex disoccupato) lo stato riconosce 3 Euro all’ApL.

Nell’operazione lo stato ha incassato 10 e speso 3, con un saldo positivo di 7 euro. Saldo positivo che andrà aumentando via via che il lavoratore manterrà il suo posto di lavoro.

L’intermediazione non costa, crea reddito per le casse pubbliche.

Certo l’operazione non deve essere possibile per tutti i profili. E’ inutile remunerare un’agenzia di intermediazione che colloca dei profili per cui le imprese sarebbero disposte a pagare la Ricerca e Selezione. Proprio per questo deve essere il centro pubblico per l’impiego a decidere quali cittadini disoccupati dotare di voucher e quali no.

  1. Riuscire a cambiare la cultura e l’intervento sul mercato del lavoro impone una riflessione sul governo del mercato del lavoro sul territorio. L’Italia ha davvero situazioni territoriali molto diverse. Il mercato del lavoro rischia di ammalarsi per troppo Titolo V ( la modifica della Costituzione che ha dato la quasi totalità delle responsabilità sul lavoro alle Regioni) ?

Come dicevamo è qui che sta il “tradimento”.

Il mercato del lavoro è indiscutibilmente un mercato che richiede prossimità: le decisioni devono essere assunte da chi è fisicamente vicino al cittadino. Ma l’applicazione del Titolo V con la delega alle Regioni si è trasformata da una delega sul “cosa fare” a livello territoriale ad una totale carta bianca sul “come fare”. Ogni Regione ed al proprio interno ogni Provincia ha progettato e realizzato i servizi per l’impiego a modo suo, con un proprio sistema di regole o di standard, con propri modelli, con propri software applicativi.

Il mancato coordinamento di tutto ciò da parte del Governo centrale; il mancato intervento del Governo centrale su quelle Regioni in estremo, perenne e peccaminoso ritardo nell’erogare servizi decorosi ai propri cittadini ed ad utilizzare le risorse, nazionali o comunitarie, a loro trasferite per produrre questi servizi rappresentano una colpa grave – politica e sociale – che di fronte al dramma che si sta concretizzando nel nostro Paese è difficile da perdonare.

E’ il Governo centrale che ha l’obbligo costituzionale – per garantire l’eguaglianza dei cittadini – di concertare con le Regioni un sistema di regole, di standard qualitativi, di tipologia e fruizione dei servizi che sia uniforme in tutto il Paese. All’interno di un tale sistema l’autonomia delle Regioni si declina nell’individuazione di quelle azioni e di quelle modalità di intervento che meglio rispondono alle esigenze di quel territorio. Sempre all’interno di un tale sistema si rendono possibili azioni automatiche di sussidiarietà verticale che non rendano mai più possibile il non spendere le risorse comunitarie destinate al potenziamento del welfare ed alla lotta alla disoccupazione.

Per tutto questo non serve neppure una legge. Sarebbe sufficiente un protocollo d’intesa siglato in sede di Conferenza Stato-Regioni. Diciamo tre mesi di lavoro, con un po’ d’impegno!

  1. La politica che torna ad essere credibile oggi la si misura sulla capacità di promuovere politiche efficaci e servizi efficienti. Sui servizi per il lavoro, in questi anni, abbiamo ascoltato tante chiacchiere ma visto pochi fatti concreti, con situazioni che in molte regioni hanno comportato persino rischi di disimpegno delle risorse europee. Per quale motivo ? Le politiche che non funzionano non sono anche una grave colpa dei politici ?

Le politiche che non funzionano non sono “anche” una grave colpa dei politici. Sono una loro colpa esclusiva. E’ la politica – quindi le donne e gli uomini che ad essa decidono di dedicarsi – che deve garantire il funzionamento dello Stato. A maggior ragione il funzionamento di quelle istituzioni che sono preposte alla salvaguardia dei diritti fondamentali. Ed il lavoro è certamente tra questi.

Il fatto poi che del lavoro si parli con “chiacchiere” anziché con fatti concreti credo sia, da un lato, da imputarsi all’eccesso di furore ideologico che caratterizza il nostro dibattito politico e, d’altro lato, al fatto che si considera il lavoro un tema da specialisti: giuslavoristi e sindacalisti. Grave errore con le conseguenze che tutti possiamo vedere.

1 Commento

  1. A mio avviso il modo migliore per inventarsi un lavoro è quello di creare un attività basata sulle proprie passioni, cioè quello che realmente ci piace fare, a quel punto non si parla più di lavoro ma di un modo di guadagnare soldi lontano dagli schemi classici della società moderna, cioè le 8-10 ore al giorno, i weekend passati nei centri commerciali e i soldi spesi per cose inutili. In questo modo è possibile inventarsi un lavoro semplicemente ridefinendo il concetto di lavoro, che come oggi è impostato, è solo uno sfruttamento di massa delle persone da parte del sistema.

    grazie per l’articolo, assolutamente interessante!