I DATI CLAMOROSI DELLA SPESA DEI SERVIZI PER IL LAVORO

Pubblichiamo in anteprima alcune comparazioni su dati Eurostat che riguardano la spesa italiana per le politiche del lavoro in questi anni, Sono dati che spiegano molte cose: il nostro paese ha fatto il contrario di quanto richiesto dall’Europa per far incontrare domanda ed offerta di occupazione. Abbiamo continuato a spendere molto per politiche passive e la nostra capacità di promuovere l’attivazione verso il lavoro tramite un sistema di servizi efficace è addirittura diminuita.

Questa scelta scellerata si è protratta nel tempo ed in questi anni si è addirittura aggravata , con l’attribuzione del Fondo sociale europeo al finanziamento degli ammortizzatori in deroga, con cui i trattamenti degli ammortizzatori sono stati pagati sottraendo risorse per l’occupazione giovanile ( ben 8 miliardi di euro). Se si va controcorrente rispetto a quanto è giusto e necessario, le conseguenze non possono tardare: l’efficacia del mercato del lavoro dipende dalla connessione tra politiche attive e servizi per il lavoro, un compito che l’Italia ha sostenuto poco, con scarse risorse e coordinamento, come vediamo dai dati del rapporto che alleghiamo.

La promozione di efficaci politiche attive del lavoro costituisce una modalità importante per far funzionare il mercato del lavoro e sostenere l’occupazione. Il tema delle risorse a disposizione è uno snodo determinante : ottimizzare le risorse per i servizi per il lavoro permette di migliorare e dare qualità alla spesa per le politiche attive. I dati negativi 2007-2012 delle regioni italiane sulla capacità e finalità della spesa FSE sul lavoro sono anche conseguenza delle risorse inadeguate attribuite ai servizi per l’impiego, alla mancata remunerazione dei risultati, alla assenza di meccanismi di valutazione e di premialità, all’assenza di un modello nazionale di riferimento per i servizi per il lavoro. Proviamo a valutare il tema delle risorse e la sua incidenza sui risultati e sugli obiettivi.

L’Italia è tra i paesi europei con la più bassa spesa per servizi pubblici per l’impiego. Dai dati Eurostat risulta che : la spesa italiana per servizi per il lavoro degli ultimi anni è in media intorno ai 600 milioni di euro ed è diminuita dal 2008 proprio in concomitanza con l’aumento della disoccupazione giovanile ( anche in ragione della destinazione delle risorse FSE agli ammortizzatori in deroga). La spesa media 2005- 2011 della Germania per servizi per il lavoro è intorno agli otto miliardi di euro, quella della Francia è intorno ai 5 miliardi della Spagna supera il miliardo di euro. Rispetto al PIL la spesa italiana per servizi per il lavoro è intorno allo 0,03 per cento, contro lo 0,3 per cento della Francia, della Germania e del Regno Unito. I paesi europei che all’inizio della crisi hanno fortemente investito sui servizi per l’impiego sono quelli che hanno ottenuto i migliori risultati e che hanno potuto persino decidere dal 2010 di diminuire la spesa per politiche del lavoro ( come la Germania e l’Olanda).

Il personale addetto alla presa in carico del disoccupato in Italia è uno ogni 200 disoccupati: questo dato è peggiorato in questi mesi per via del pensionamento di molti operatori e comprende anche il personale amministrativo in back office. Se però consideriamo quanti operatori abbiamo per ogni disoccupato o inoccupato disposto a lavorare il dato è di uno ogni 594 ! Nel Regno Unito abbiamo un operatore ogni 43 disoccupati disponibili al lavoro, in Francia uno ogni 59, in Germania uno ogni 27.

Importante il dato sulla spesa assoluta, che evidenzia la clamorosa controtendenza italiana: al 2010, in piena crisi ed emergenza giovani, l’Italia ha speso circa 26 miliardi di euro per politiche del lavoro, dei quali 20 miliardi per politiche passive ( trattamenti di disoccupazione e prepensionamenti), 5 per politiche attive ( soprattutto incentivi e formazione) e solo 500 milioni per servizi. Nel periodo 2005-2011, con la crisi, diminuisce in proporzione e persino in valori assoluti la quota di risorse destinata a politiche attive e servizi.

Se la combinazione tra politiche attive e servizi per il lavoro costituisce la scelta europea per far funzionare il mercato del lavoro ed attivare i disoccupati, in questi anni l’emergenza occupazione ha portato l’Italia a scelte in controtendenza: è aumentata la spesa per trattamenti di disoccupazione, ma questa spesa è stata solo teoricamente legata alla condizionalità a servizi e politiche attive. Dal 2005 al 2011 la spesa per politiche attive ( compresa la formazione) cala da 7 a 5 miliardi di euro e la connessione dell’accesso alle politiche attive tramite servizi, nonostante quanto previsto dalla legge e ribadito dalla riforma, è inesigibile per buona parte dei disoccupati ed i lavoratori che non sono coinvolti da ammortizzatori in deroga. La qualità dell’intervento di politica attiva connesso agli ammortizzatori in deroga varia poi da regione a regione. La diminuzione della quota destinata a politiche attive e servizi rispetto ai trattamenti di disoccupazione nel periodo di crisi occupazionale mostra l’evidente difficoltà dei sistemi italiani del lavoro nel promuovere l’attivazione e la partecipazione al mercato del lavoro e la prevalenza di una “ cultura dell’integrazione salariale” , aggravata dall’emergenza della crisi. Non è un caso che Grecia, Spagna ed Italia nel periodo 2005-2010 abbiano avuto una media di spesa per politiche del lavoro analoga: 80 per cento politiche passive, 15 per cento attive e 5 per cento servizi, mentre la composizione dei paesi che hanno un mercato del lavoro più funzionante è la seguente: 55 politiche passive, 25 attive, 20 servizi per l’impiego ( Regno Unito , Germania, Francia ed Olanda).

Sono dati, numeri pieni di significato e che ci mostrano come chi ha deciso in questi anni delle nostre politiche del lavoro ha fatto sostanzialmente il contrario di quanto andava fatto. Non è difficile scovare i colpevoli della nostra grave crisi occupazionale. 

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1 Commento

  1. Il dato più “inquetante” è che spendiamo in servizi al lavoro un terzo di quello che spende l’Estonia…..non dico di arrivare ai livelli olandesi (10 volte quanto spendiamo noi) o tedeschi (siamo fuori scala), ma almeno raggiungiamo la Lithuania.