L’Italia che non cresce : come intervenire prima che sia troppo tardi

Intervista al professor Alessandro Rosina docente di Demografia e statistica sociale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano 

  1.   “L’ Italia che non cresce“, edito da Laterza, è il titolo del suo ultimo libro, che analizza i motivi di fondo del blocco della nostra crescita, che riguarda quantomeno gli ultimi dieci anni e che in questo periodo costituisce uno dei limiti di fondo che ostacolano la ripresa. Lei parla in primo luogo di mancata crescita per la mancata capacità di valorizzare le nostre risorse. Si tratta quindi un problema che non ha solo motivazioni che riguardano la crisi finanziaria del 2008, ma che ha radici più profonde. Quali sono le cause determinanti ?

Le difficoltà del paese a crescere e il freno alla mobilità sociale erano già evidenti prima del 2008. La crisi è stata come una tempesta sul bagnato. Ha avuto l’effetto di accentuare difficoltà già presenti e mettere ancora più in evidenza i limiti del nostro modello di sviluppo. Le cause hanno quindi radici lontane. In questi ultimi decenni siamo stati più bravi a difendere le posizioni del presente, le rendite di posizione, gli interessi costituiti, i diritti acquisiti, che ad affrontare le nuove sfide del secolo e mettere le basi di un modello di crescita e di welfare in grado di proteggere dai nuovi rischi e cogliere le nuove opportunità. Così, ad esempio, siamo stati più bravi a creare debito pubblico che ad investire in ricerca e sviluppo. A ridurre le nascite che a potenziare i servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia. Così siamo ora uno dei paesi più indebitati e più vecchi.

  1. Si parla dei blocchi che impediscono la crescita e del mancato valore attribuito al capitale culturale e sociale, necessario per creare poi capitale economico. La mancata valorizzazione delle risorse umane è un dato di fatto in questi anni e si misura in termini di mancati investimenti. Cosa ha determinato questa inadeguata attenzione alle competenze ed alla formazione di chi lavora e di chi cerca lavoro ?

Siamo rimasti troppo a lungo bloccati su un’idea di welfare di tipo assistenzialista e incentrato sulla protezione del maschio adulto, mentre la società e il mercato del lavoro cambiavano profondamente. Questa impostazione non è mutata né quando c’è stato il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro, né quando l’accesso delle nuove generazioni è stato investito dalle riforme che hanno reso il mercato più flessibile. Non abbiamo capito che serviva un nuovo welfare e non solo un taglio dei costi del vecchio. Un modello sociale in grado non solo in gradi di proteggere ma anche di promuovere. Così, invece, le capacità e le competenze dei giovani e delle donne rimangono un patrimonio sprecato anziché essere un motore per la crescita come avviene nelle economie più avanzate.

  1. In questo ambito si colloca, più in generale, il tema dell’autonomia delle persone : non a caso siamo il paese in Europa che ha investito meno in formazione continua ed in servizi per il lavoro. Questa disattenzione è diffusa, dalle imprese alle forze politiche, e non sembra prioritaria anche nella cultura presente tra i decisori. Eppure l’Europa ci mostra scelte ben diverse. A cosa si deve a suo parere questa difficoltà nel mettere gli investimenti per permettere ai cittadini di poter determinare il proprio futuro al centro delle scelte ?

Penso ci sia una resistenza culturale di fondo della nostra classe dirigente in combinazione con una nostra immaturità sociale. In particolare, i nostri politici sono tanto longevi quanto poco lungimiranti. Non si spiegherebbe altrimenti l’alto indebitamento pubblico, la tolleranza verso il lavoro sommerso e l’evasione fiscale. Condizioni utili per accettare un compromesso al ribasso con l’esistente ma non certo per porre le basi di un futuro di crescita e benessere. Nei paesi con crescita più solida il consenso più che in modo clientelare lo si crea attraverso politiche che funzionano e il cui impatto è sottoposto a processi di valutazione dell’efficacia. Da noi, più che in altri paesi, le risorse vengono destinate a chi è più in grado di condizionare i decisori pubblici anziché andare dove possono rendere di più e produrre maggior beneficio sociale.

  1. Molte delle scelte che riguardano la flexicurity sono delegate alle regioni, non esistono standard nazionali garantiti ed il Titolo V della Costituzione ha determinato una situazione di forte disomogeneità e di scarsa verifica dei risultati. Ci troviamo ad avere in Italia sia i territori più virtuosi sul mercato del lavoro in Europa, le province di Trento e di Bolzano, che quelli con le peggiori performance, come la regione Lazio. A dodici anni da queste riforme, qual è la sua idea sul modello di governo del territorio che dovrebbe garantire migliori risultati per un welfare in grado di promuovere lavoro ?

Il risultato è una situazione a macchia di leopardo. In alcune aree del paese le carenze delle politiche sociali e di sviluppo vengono in parte compensate da un efficiente e mirato uso delle risorse a livello locale favorendo quindi scelte virtuose da parte dei cittadini di miglioramento della propria condizione. In altre aree invece per carenza di risorse, maggiori condizioni di difficoltà di partenza, più bassa qualità del governo locale, gli indicatori di benessere e sviluppo fanno fatica a migliorare, tanto più in fase di crisi. L’aspetto negativo è quindi la mancanza di una convergenza tra le varie aree del paese ed un aumento delle diseguaglianze sia territoriali che sociali. Quello positivo è la possibilità di sperimentare misure locali, in termini di conciliazione e politiche attive, che non solo possono produrre effetti di miglioramenti nel territorio in cui vengono adottate ma anche diventare best practices implementabili anche a livello nazionale. Il fatto che la dimensione territoriale conti sempre di più nel promuovere o meno il benessere dei cittadini lo si vede non solo negli indicatori oggettivi, ma anche nella percezione dei cittadini. I dati di una ricerca dell’Istituto Toniolo condotta nel 2012 evidenziamo come, in un clima di bassa fiducia nella politica, regioni e comuni si posiziono meglio rispetto al Parlamento e al Governo. Ma mostrano anche che la fiducia risulta più alta proprio nelle Regioni e nei Comuni con welfare più efficiente.

  1. Donne e giovani : il ritardo del nostro paese riguarda soprattutto il livello di attivazione di queste componenti della nostra società. E’ un ritardo storico che è conseguenza della scarsa attenzione ed efficacia delle politiche per “l’attivazione “, dall’orientamento al microcredito. In questi anni con la crisi le poche risorse sono state poi destinate alla priorità storica del nostro sistema : il sostegno al reddito del lavoratore maschio adulto espulso dalle crisi industriali. Non si rischia in questo modo di creare effetti controproducenti ? Manca una strategia capace di tenere insieme le diverse esigenze ?

A soffrire della carenza di un modello di crescita e di welfare che promuove le capacità e riconosce e valorizza le competenze sono proprio donne e giovani. Mancano, come abbiamo detto, politiche presenti in altri paesi in grado di favorire efficacemente la loro presenta attiva nel mercato del lavoro e la valorizzazione del loro capitale umano. Se si guarda alla ripartizione della spesa sociale in Italia, emerge in modo evidente un maggiore sbilanciamento, rispetto al resto d’Europa, verso le voci che proteggono il lavoratore adulto e verso i rischi della vecchiaia, mentre molto meno viene destinato alle famiglie con figli e alle voci che riguardano i giovani, come il sostegno al reddito in caso di disoccupazione e le politiche abitative. In regime di carenza di risorse serve una maggiore capacità della politica di mobilitare tutte le risorse disponibili e di indirizzarle, superando vincoli e resistenze del passato, dove più si può ottenere in termini di miglioramento delle possibilità di creazione di ricchezza economica e sociale. Solo con un welfare che sostiene la crescita, le esigenze di tutti possono essere riviste, dinamicamente, al rialzo. L’alternativa è il declino, che a lungo andare produce invece impoverimento per tutti.

  1. Dai dati statistici, con il 38 per cento di disoccupazione giovanile ed il grosso delle risorse per il lavoro destinato agli ammortizzatori in deroga , rivolti soprattutto agli over 40, uno scontro generazionale è in realtà in corso. Cosa fare per coniugare politiche di accesso ed interventi di mantenimento al lavoro ?

La crisi ha paradossalmente accentuato lo sbilanciamento verso la protezione degli insiders rispetto agli otusiders, soprattutto giovani disoccupati e precari. L’invecchiamento ha inoltre imposto uno spostamento rigido in avanti dell’età pensionabile, con il rischio di restringere per le aziende le possibilità di nuovi ingressi. In molti paese europei si cerca di conciliare le diverse esigenze con misure che combinano un pensionamento flessibile, che prevede anche passaggio a part-time, con meccanismi che favoriscano la concomitante assunzione di giovani e il passaggio di competenze, in un clima di collaborazione intergenerazionale.

  1. Lei nel suo libro analizza e critica il familismo presente nella società e nell’economia italiana, un carattere nazionale sempre in bilico tra l’essere un limite ed un’ opportunità. Come intervenire ?

Il familismo rischia di essere un alibi. Il tratto culturale della famiglia italiana non è l’ostilità nei confronti dei beni e servizi pubblici, ma la forte propensione al mutuo aiuto e alla solidarietà intergenerazionale. Un valore aggiunto se si combina virtuosamente con un sistema di welfare pubblico adeguato. Una condizione che invece diventa vincolante e porta al ribasso quando, per le carenze di politiche e di strumenti di conciliazione, le famiglie sono abbandonate a se stesse e si crea un sovraccarico – nella funzione di cura e assistenza verso le nuove generazioni e i membri anziani – che grava soprattutto sulle donne. Una dimostrazione concreta è il fatto che dove gli asili nido sono presenti con adeguati standard di qualità, non c’è alcuna resistenza ad utilizzarli riconoscendone l’utilità sia per la formazione dei figli che per la possibilità di non rinunciare al lavoro, potendo così la famiglia contare su un doppio reddito.

  1. Il nuovo governo ha dichiarato intenti molto diversi e che in parte sembrano essere in contraddizione : politiche e risorse contro la povertà, come il costoso reddito di cittadinanza, non rischiano di limitare l’impatto delle riforme necessarie per l’inserimento al lavoro, soprattutto dei giovani e la garanzia di un welfare universalistico destinato a favorire l’occupazione più che all’assistenza ?

 

Si, questo è un rischio e attualmente gli intenti del governo non sono chiari. Da un lato si vuole mettere al centro il lavoro, soprattutto quello giovanile, ma dall’altro l’impostazione del welfare continua ad essere quella tradizionale. La vera sfida è la riforma dei servizi per l’impiego, senza la quale qualsiasi sostegno al reddito rischia di diventare assistenzialismo anziché sostegno all’attivazione e all’autonomia responsabilizzante.

 

  1. Per smontare gli alibi che impediscono la crescita e che lei cita nel suo libro dovrebbero essere rimossi i fattori di fondo che rendono l’Italia un paese immobile. C’ è in generale in problema di qualità dello sviluppo e di creazione di opportunità. Qual è la strategia che suggerisce ?

Dobbiamo prima di tutto abbandonare gli alibi che finora ci siamo dati per giustificare le nostre basse performance e guardare in faccia impietosamente la realtà, con i nostri limiti ma anche con le nostre potenzialità. La situazione attuale dell’Italia somiglia un po’ a quella di Venezia. Ma non è ben chiaro se si tratta della Serenissima nel periodo della sua gloriosa decadenza, oppure della città delle origini, nata come geniale risposta degli abitanti della terraferma alle insidie delle invasioni barbariche. Nel primo caso il cambiamento venne subito, nel secondo fu l’occasione per reinventarsi e iniziare un percorso di sviluppo unico, con un ruolo da protagonista nell’economia, nella cultura e nelle arti. Il timore è di essere più vicini alla Venezia decadente che a quella del nuovo inizio. Ma se davvero questo destino si compirà non sarà per una calamità che ci è caduta addosso, ma semplicemente perché non avremo fatto del nostro meglio per evitarlo.

  1. Non pensa che la mancata crescita di questi anni abbia anche a che vedere con un problema di fondo: il criterio di selezione, per cooptazione e non per capacità, e la scarsa attenzione alla verifica dei risultati delle nostre stesse classi dirigenti ?

Si, la considero una questione centrale. Il ricambio generazionale in Italia risulta sostanzialmente bloccato. Lo dimostrano i dati sull’età media della classe dirigente che risulta una delle più elevate nel mondo sviluppato. Ma il problema non è tanto l’età quando la scarsa disponibilità a rimettersi in discussione, indipendentemente dai risultati raggiunti, una volta conquistata una posizione di potere e prestigio. Nel complesso i risultati ottenuti sono comunque molto deludenti e lo dimostra la scarsa crescita e competitività del sistema paese negli ultimi decenni. Per riattivare meccanismi virtuosi di ricambio non basta però che aumenti la domanda di nuovo, liberando posizioni al vertice, deve migliorare anche l’offerta di nuovo, attraverso una formazione di qualità delle nuove generazioni e l’incoraggiamento a mettersi in gioco con le proprie capacità e il valore delle proprie idee.