IL LAVORO E LA TRINCEA DEL TITOLO QUINTO DELLA COSTITUZIONE

Se il problema centrale dell’Italia è il lavoro, bisogna fare una valutazione oggettiva di cosa funziona e cosa non funziona da noi rispetto a quanto è necessario per creare e mantenere il lavoro. Mettere insieme i diversi punti di osservazione del lavoro è infatti l’unico modo per avere una prospettiva ed impostare riforme efficaci, in grado di cogliere le potenzialità che l’Italia continua nonostante tutto ad avere perché ci sia una crescita in grado di generare opportunità e sviluppo. 

Siamo oggettivi ?

La prima questione è proprio l’oggettività delle valutazioni e la verifica dei risultati. In questi anni di mancata crescita, in cui la fragilità del nostro mercato del lavoro è emersa con evidenza, nonostante le tante norme e le tante riforme, non ci sono state sedi di confronto tra governo, regioni, parti sociali e rappresentanti delle professioni, che partissero dalla valutazione oggettiva di cosa ha funzionato e di cosa non sta funzionando. Eppure sono numerose e continue le produzioni scientifiche, le analisi e le elaborazioni che la Commissione Europea ed i centri di ricerca, pubblici o privati, offrono ai decisori per verificare l’impatto delle politiche e correggerne il malfunzionamento. E’ un vizio piuttosto italiano: il gioco delle convenienze parziali presente nelle parti sociali e politiche, le ideologie giuridiche od economiche presenti nei partiti hanno spesso messo in secondo piano la valutazione oggettiva dell’impatto reale delle scelte e delle politiche ed hanno a volte fatto emergere considerazioni di parte, che non hanno aiutato i decisori a correggere le decisioni sbagliate ed hanno spesso portato a perseverare nell’errore. La stessa Commissione Europea ha affidato all’Università di Goteborg una analisi della capacità di governo degli Stati e delle regioni d’Europa da cui esce proprio questa difficoltà della politica italiana nel verificare, valutare e rende più efficace l’impatto delle sue politiche. E se le politiche non sono efficaci, la politica perde di credibilità. Sul lavoro questa difficoltà è addirittura clamorosa e non è un caso che, sempre secondo la Commissione Europea, l’Italia è tra i paesi con le politiche del lavoro meno efficaci. Sulle politiche e sulle riforme del lavoro si è combattuto in questi anni uno scontro ed affermata una dialettica tra partiti e sindacati, che ha spesso subordinato l’impatto e la verifica del risultati ad altre logiche od obiettivi, che spesso con il lavoro non avevano molto a che fare. Non è un caso che uno dei principi innovativi introdotti dalla Legge Fornero e che vanno garantiti e confermati è proprio la necessità che gli interventi sul lavoro siano tutti sottoposti ad un processo di costante monitoraggio e verifica, che ne consenta la valutazione e l’eventuale modifica.

Vedere gli alberi e non la foresta

La seconda questione è la visione di insieme : quella connessione tra gli interventi e le politiche che è in grado di realizzare un impatto in termini di creazione di lavoro e di sviluppo. L’Italia è un paese che in questi anni ha dimostrato di far fatica a creare quelle condizioni che permettono ai provvedimenti per lo sviluppo di produrre risultati reali, per via della difficoltà nel tenere insieme le diverse componenti che creano sviluppo: lavoro, formazione, incentivi, ricerca, infrastrutture. Le leggi e le intese con le parti sociali, anche se buone, non producono risultati se non collegano tra loro i diversi aspetti delle politiche. Sul lavoro questa necessità e’ evidente e se non si mettono in connessione i diversi strumenti e soggetti il risultato può essere addirittura controproducente. Per esempio: non promuovo l’apprendistato se non ho un sistema di formazione e di orientamento dei giovani verso i mestieri e le imprese; non promuovo l’incontro tra la domanda e l’offerta di impiego se non ho un sistema di rilevazione delle scoperture dei posti vacanti delle imprese; non creo opportunità se non vincolo i corsi di formazione a competenze realmente richieste dal mercato. La necessità di vedere e capire i sistemi territoriali e di coglierne le specificità è fondamentale per fare politiche che tengano in rete e facciano funzionare gli strumenti: il rischio altrimenti è che si mettano in fila tanti alberi, ma si rinunci a vedere la foresta nel suo insieme. E se si vedono gli alberi ma non si riconosce la foresta alla fine ci si perde. L’economia e la società locale sono organismi e come tali necessitano di interventi “ di sistema “ e non di misure tra loro sconnesse. Queste condizioni per “ fare sistema” sono la prova reale dell’utilità delle politiche e non stanno nelle leggi ma sul territorio. E’ proprio sul territorio che in questi anni l’Italia ha perso la sfida del lavoro. I poteri che il Titolo V riformato ha attribuito alle regioni sono in questo senso notevoli ed il fatto che solo 4 regioni italiane su 20, secondo le analisi ufficiali della Commissione Europea, abbiano un mercato del lavoro che migliora le potenzialità dell’economia, è la dimostrazione di come uno dei problemi di fondo stia proprio nel carico di funzioni e responsabilità sulle politiche dello sviluppo che sono state attribuite alle regioni e che, dati oggettivi alla mano, sono state esercitate in modo inadeguato. Ripensare la logica del Titolo V sul lavoro e lo sviluppo è quindi una delle conseguenze immediate di una visione oggettiva di ciò che in questi anni non ha funzionato per il lavoro in Italia.

La terza questione è il confronto con l’Europa che funziona. La crisi non ha colpito ovunque allo stesso modo. Germania, ma anche Olanda ed altri paesi europei, non sono mai stati meglio di ora. La crisi ha avuto una conseguenza palese perché ha permesso di dividere i paesi europei in due : quelli che avevano anticorpi validi hanno reagito bene ed hanno recuperato, a danno proprio di quegli altri paesi che hanno dimostrato di avere contro la crisi anticorpi più deboli. Un decennio di mancati investimenti in innovazione, formazione, servizi per il lavoro, infrastrutture e creazione di nuove imprese, ha indebolito gli anticorpi italiani. Eppure cosa va fatto è chiaro : dare qualità al lavoro e sostenere le imprese, migliorare i servizi di incontro tra la domanda e l’offerta e riformare profondamente il welfare rendendolo uno strumento non di assistenza ma di aiuto a chi perde il lavoro per poterne trovare subito un altro è la via seguita dall’Europa che funziona. I redditi di cittadinanza e le forme di assistenza sono una politica che in questo senso non è centrale: sono interventi rivolti alle situazioni di povertà, destinati ai pochi che non sono ancora in grado di partecipare a quegli interventi di reimpiego che in Europa sono un diritto, ma anche un obbligo da garantire.

Sono centrali in Europa le politiche attive per il lavoro, senza le quali non vengono erogati i sussidi. L’obiettivo europeo è in ogni caso quello della connessione degli interventi che promuovono l’autonomia delle persone e che determinano il circolo virtuoso tra : promozione delle competenze, funzionamento del mercato del lavoro, investimenti in qualità dei sistemi produttivi , aumento della produttività ed aumento dei salari. Il patto tra governo e parti sociali si misura in Europa solo su questi aspetti e sulla loro verifica puntuale.

Il lavoro senza mercato ?

La quarta considerazione riguarda l’analisi degli snodi che non funzionano e la necessità di porre mano a modifiche reali: in questo senso è evidente che uno dei principali problemi del lavoro in Italia riguarda proprio il mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che non funziona ha bisogno di strumenti, servizi e risorse perché sia fatto funzionare. Abbiamo perso dieci anni a definire regole, istituti, contratti, ma il tempo dedicato dai nostri decisori a verificare gli strumenti che fanno funzionare il mercato del lavoro e a migliorarli è stato davvero minimo. E le risorse sono ancora meno. L’Italia ha come principale problema il lavoro, come snodo della difficoltà del lavoro il funzionamento del mercato ed ha investito in questi anni sui servizi per il lavoro risorse pari allo 0,02 per cento del PIL ! E’ un dato che si commenta da solo e che spiega davvero molte cose. Ognuno è causa del suo male. E’ evidente che senza un buon governo del mercato del lavoro sul territorio si producono conseguenze devastanti : la ricchezza si separa dal lavoro ed alimenta rendite e non opportunità. E’ per esempio quello che è successo a molte delle regioni italiane che si trovano oggi in fondo alle classifiche dell’Unione Europea sul funzionamento del mercato del lavoro. Esemplare di questa decadenza è il Lazio : una regione ricca, ma in cui le potenzialità economiche sono ostacolate dal mancato funzionamento del mercato del lavoro e che per questo ha un elevato tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Il fatto che Roma sia oggi la terza città italiana per reddito, ma sia anche la capitale europea con il maggior numero di disoccupati ( più di Atene e Madrid) è la conferma di come il malfunzionamento del mercato del lavoro produca distorsioni sociali gravi e pericolose.

La quinta questione è quindi il governo del lavoro e dell’economia sul territorio : l’economia è locale e globale. Ci sono regole e strumenti europei per far funzionare il mercato del lavoro che necessitano di adeguati interventi e strumenti sul territorio. Il made in Italy ed i nostri distretti di impresa hanno vocazioni specifiche, ma proprio questo rende necessari interventi presenti e diffusi in modo omogeneo, sia per l’economia che per il lavoro. Far questo è stato in questi anni davvero difficile, sia per l’applicazione rigida del Titolo V che per la debolezza dell’intervento del Ministero del Lavoro. In questo senso appare al tempo stesso bizzarro, dannoso e con limiti persino di costituzionalità, quanto è accaduto proprio in questi mesi, dopo l’approvazione della legge Fornero:

  • Non si è definita una regola comune che stabilisca lo status di disoccupato, valida su tutto il territorio nazionale ( anche per via della questione della presenza o meno di un reddito di riferimento);

  • Si mantengono forti distinzioni tra le regioni sull’attuazione di importanti istituti e contratti per l’inserimento al lavoro dei giovani, come l’apprendistato;

  • Non esistono livelli essenziali delle prestazioni dei servizi e delle politiche del lavoro;

  • Non è stata attuata la delega di riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive.

Sono solo alcuni clamorosi esempi di una stasi che è determinata dalla situazione politica e che costituisce un problema nel problema lavoro. In Italia non è nemmeno chiaro chi siano e quanti siano realmente i disoccupati, come sa bene il Ministro del Lavoro Giovannini, già Presidente dell’Istat, e questo è un aspetto del problema che chiarisce molte delle difficoltà.

Nonostante la perplessità manifestate dalla Commissione Europea a proposito, il Titolo V della Costituzione, è quindi diventato, malgrado gli intenti del legislatore, in questi anni una sorta di trincea: le mure aureliane che garantiscono mancati controlli , mancate assunzioni di responsabilità ed il mantenimento di politiche del lavoro inefficaci in buona parte del territorio italiano. Se questo è accaduto lo si deve anche all’inerzia ed alla debolezza politica dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese ed alla presenza di un evidente problema di capacità di governo. La teoria della leadership ci spiega come l’Italia di oggi abbia pochi leader e come questi siano leader di tipo “ transazionale”, ossia che esercitano il potere attraverso logiche di scambio tra chi già detiene poteri derivanti dalle diverse rendite di posizione presenti nel paese. Questi detentori delle rendite sono oggi in difficoltà di fronte ad una crisi che richiede di sapersi muovere sul mercato più che di sfruttare una rendita e quindi provano a condizionare la politica in ogni modo, di solito non attraverso il fare, ma attraverso il “ non fare”, bloccando la messa in discussione di quanto non funziona se questo rischia di compromettere le posizioni di rendita e di potere acquisite, anche se queste sono dannose per il bene comune. Il mercato richiede qualità ed innovazione, le rendite agiscono invece sulla quantità e sulla conservazione.

L’Italia per uscire dalla crisi avrebbe invece bisogno di leader “ trasformativi” in grado di fare proposte di cambiamento e di costruire il futuro, scardinando le rendite di posizione ad aprendo il paese e le decisioni alla forza reale di chi lavora e produce. Servono capitani coraggiosi, non manutentori di rendite fuori mercato. 

1 Commento

  1. giovanni daniele

    concordo pienamnete sull’analisi, in particolare credo che il nodo sia nella mancanza di una cultura della valutazione che corriponde ad una irresponsabilità (istituzionale e non solo) molto diffusa.