Lavoro e professionalità nelle imprese artigiane: lo snodo per crescere.

La centralità del tessuto delle piccole imprese e delle imprese artigiane per l’economia italiana è evidente. Il lavoro che si crea dipende oggi soprattutto dalle scelte delle imprese che hanno tra i dieci ed i cinquanta dipendenti.

Il sistema economico italiano funziona ed è competitivo soprattutto nei territori in cui le specializzazioni produttive si esprimono attraverso le reti delle piccole imprese ed attraverso l’apporto in termini di qualità e flessibilità del sistema delle imprese artigiane. Non è un caso che si può verificare e riscontrare in Italia una importante corrispondenza tra la qualità dei distretti e la presenza di un forte tessuto di imprenditoria artigiana.

L’Italia, come sottolineano gli economisti e gli storici, non si distingue solo tra Nord e Sud, ma anche tra Est ed Ovest: la nostra penisola si estende anche nella dimensione ovest-est e come tale i fenomeni che riguardano l’economia ed il lavoro vanno interpretati anche tenendo conto di questo aspetto. In questo senso l’Italia del Nord Est è al centro dei fenomeni che riguardano la vitalità economica del nostro paese, anche rispetto alle altre aree del Centro Nord, proprio per la vitalità del tessuto artigiano e delle piccole e medie imprese. In questi anni questa centralità del tessuto delle imprese artigiane e delle piccole e medie imprese ha tenuto conto di alcuni fattori e fenomeni di fondo.

In primo luogo va considerato il processo di qualificazione dei sistemi locali delle sviluppo, che si è reso necessario per poter contrastare la crisi, ma che è stato realmente praticato con successo solo in alcuni contesti territoriali e distretti. La sfida della specializzazione si è vinta soprattutto nelle aree del cosidetto “quarto capitalismo”, dove la dimensione delle imprese artigiane si è potuta qualificare grazie al valore aggiunto dei servizi presenti sul territorio e raggiungere di conseguenza anche una dimensione più strutturata. Sono oggi le piccole imprese tra i quindici e cinquanta dipendenti a costituire l’ambito delle attività di impresa che sembrano operare al meglio rispetto alla crisi e che stanno determinando migliori performance in termini di crescita e domanda di lavoro. Lo possiamo constatare con chiarezza dai risultati della ricerca realizzata dal Censis per CNA: l’occupazione cala in questi mesi di crisi in tutti gli ambiti dimensionali di crisi, tranne che nel segmento delle imprese che hanno tra i venti ed i quarantanove dipendenti, in cui in assoluta controtendenza l’occupazione addirittura cresce.

In secondo luogo il sistema delle piccole imprese è cresciuto solo nei contesti in cui da un lato si è trovata di fronte una offerta formativa e professionale in grado di rispondere alle esigenze produttive e dall’altro in quei settori ed aziende che hanno realmente investito sul capitale umano. Il tema della valorizzazione delle risorse umane costituisce infatti un fattore di ritardo generale del sistema delle piccole imprese e dell’artigianato italiano, per diversi fattori, che vanno dall’inadeguatezza dell’offerta formativa, alla difficoltà delle imprese di minore dimensione di cogliere la centralità della funzione della formazione continua, o quantomeno di sostenerne i costi. Peraltro , anche considerando l’aggiornamento professionale di tipo informale, solo meno del sei per cento degli imprenditori artigiani italiani ogni anno vengono coinvolti o decidono di partecipare ad iniziative di aggiornamento professionale o di formazione. In generale si tratta di un limite del ceto imprenditoriale italiano: solo il dieci per cento dei dirigenti italiani ogni anno viene coinvolto in interventi formativi, il sei per cento degli operai e meno del sei per cento dei datori di lavoro. Si tratta di percentuali allarmanti per due ordini di motivi: sono di quattro–cinque volte inferiori a quanto accade in Germania o in Francia, inferiori anche alla Spagna, e per giunta questa partecipazione agli strumenti di sviluppo della professionalità cambia da regione a regione. Sono non a caso le regioni del Nord Est (Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto ed Emilia Romagna) ha partecipare a più del sessanta per cento delle iniziative formative finanziate dal sistema dei fondi interprofessionali.

Si tratta di una disattenzione all’aspetto formativo e delle competenze che è del tutto paradossale: dopo anni di disattenzione negli ultimi mesi, a fronte della crisi, ci si è resi conto di come le competenze dei mestieri artigiani siano determinanti sia per poter ridare qualità ai nostri sistemi produttivi locali, che per poter riavvicinare i giovani al lavoro. Decenni di separazione tra sapere umanistico e tecnico, retaggio dell’approccio gentiliano alla conoscenza caro al fascismo ed ereditato dalla scuola italiana del dopoguerra, hanno determinato gravi danni, che solo in questi anni sono oggetto di adeguate attenzioni e di tentativi di rimedio, peraltro ancora sulla carta (i nostri istituti tecnici e professionali restano mediamente di livello inadeguato mentre il sistema post diploma degli ITS è ancora da verificare).

L’intervento sul sistema dell’artigianato e delle piccole imprese mette infatti in evidenza l’importanza del capitale umano. Per molti anni ci siamo convinti di come fosse possibile sostenere una attività produttiva solo facendo leva sui fattori dell’organizzazione, della tecnologia, della finanza e del consumo, magari insieme ad incentivi fiscali e misure protezionistiche. L’industrialismo , che tanti danni ha fatto alla nostra economia ed all’ambiente, è finito insieme a queste illusioni retaggio del fordismo.

In realtà la caratterizzazione dell’economia italiana riguarda da sempre la specializzazione delle nostre vocazioni produttive territoriali, che si appoggiano su competenze che spesso si definiscono nei secoli e che richiedono un costante aggiornamento. Anche le nostre grandi imprese non sono altro che aziende che organizzano su un ordine di grandezza più ampio i fattori produttivi delle piccole imprese o che mettono in rete le competenze e le capacità dell’economia artigiana. Il made in Italy è quindi soprattutto artigianalità: mantenere valore e fare qualità è quindi una sfida che riguarda in primo luogo il fattore del capitale umano, che è chiamato a realizzare quel “pezzo unico” che è il motivo di fondo della forza della produzione italiana e che si basa proprio sul saper fare artigiano.

Si fa quindi presto a dire artigianato. Ci troviamo di fronte ad una dimensione produttiva oggi tanto importante quanto del tutto disarticolata e che necessità di una strategia complessiva, che sembra ancora non essere al centro dell’attenzione della politica. Per questo appare importante conoscere lo stato di salute del nostro tessuto delle imprese artigiane.