Cosa chiedono le imprese artigiane e le piccole imprese per poter assumere

Presentiamo i risultati di una ricerca promossa dalla CNA e realizzata dall’istituto di ricerca Censis. Attraverso un campione indicativo di imprese artigiane si verifica la capacità delle nostre piccole imprese di rispondere alla crisi.

Piccole imprese nella tempesta. La crisi economica ha messo in grande difficoltà il sistema produttivo italiano e, con esso, le centinaia di migliaia di imprese artigiane, per lo più piccole e piccolissime, che ne costituiscono l’ossatura fondante. Secondo l’indagine svolta su un campione di 450 piccole imprese artigiane con meno di 50 addetti, quasi la metà delle imprese (46,8%) si trova in una fase di “ridimensionamento” e il 45,3% di stagnazione (45,3%). Solo l’8% si trova invece in una situazione migliore, di ripresa dopo un periodo di difficoltà (4,5%), di consolidamento (2,6%), o di “crescita” vera e propria: ma queste ultime rappresentano appena lo 0,8% del campione. Sono le imprese più piccole a soffrire di più: si trova in fase ridimensionamento il 46,8% di quelle con 1-4 addetti, il 54,7% di quelle che ne hanno tra 5 e 9; nelle aziende più grandi tale quota scende al 33,5% tra le imprese che hanno 10-19 occupati e al 26,2% per quelle che ne hanno 20-49.

Gli effetti della crisi sul fronte occupazionale. L’effetto della crisi si è fatto sentire soprattutto sul fronte occupazionale. Complessivamente, tra il 2007 e il 2012, le piccole imprese artigiane hanno subito una riduzione di oltre un quarto del numero degli addetti, particolarmente critica tra le piccole e piccolissime imprese: se quelle con 1 e 4 addetti hanno perso il 29,3% degli occupati, quelle tra 5 e 9 il 29,8% e quelle tra 10 e 19 l’8,3%, le aziende che hanno tra i 20 e i 49 addetti hanno di contro visto aumentare l’occupazione del 5,9% nello stesso periodo. Il crollo occupazionale ha interessato in misura ancora più pesante le generazioni più giovani. Tra gli occupati under 30, infatti, si è registrata una flessione del 52,8%.

Ridimensionarsi per sopravvivere, riorganizzarsi per tornare a crescere nel riposizionamento delle imprese: le strategie poste in essere dalle imprese. Se il 38,6% delle imprese è stata costretta negli anni della crisi a ridurre il proprio organico, le strategie poste in essere dalle imprese sono state tuttavia più differenziate. Va innanzitutto sottolineato che il 33% è riuscito comunque ad assumere nuovo personale, il più delle volte in sostituzione di figure andate via. Più di un’impresa su quattro (26,4%) ha fatto ricorso alla cassa integrazione, il 17,1% delle imprese ha ridotto l’orario di lavoro dei propri dipendenti, il 16,6% riorganizzato i processi di lavoro, il 13,6% riconvertito professionalità già presenti all’interno dell’azienda. Ancora, un’impresa su dieci ha ridotto lo stipendio dei dipendenti (10,7%), mentre sono poche di meno quelle che non hanno rinnovato contratti a termine o di collaborazione (7,9%). In ultimo, il 4,6% di imprese artigiane ha inserito in organico professionalità che non erano presenti in azienda. Ad oggi, l’11,3% delle imprese interpellate sta ancora facendo utilizzo della cassa integrazione.

Se da un lato si è fatto ampio ricorso a strategie aziendali finalizzate a ridurre i costi del lavoro (ad esempio agendo su orari di lavoro e stipendi, o tramite il ricorso alla cassa integrazione), dall’altro lato si è cercato di salvaguardare il più possibile l’occupazione. Ma le strategie sono state differenziate a seconda della situazione aziendale. Tra le imprese che dichiarano di essere in ripresa o in crescita, hanno prevalso negli ultimi tre anni scelte che andavano nella direzione di una ristrutturazione interna e di una revisione dei processi e delle mansioni lavorative, ma anche indicative di una forte volontà di investire su professionalità nuove. Dall’altra parte, tra le imprese che vivono una stagnazione o che si dichiarano in crisi, tali misure sono state più marginali nel quadro complessivo, avendo prevalso logiche “conservative” ispirate a maggiore prudenza: una sorta di “gioco di rimessa”, in molti casi di certo obbligato.

L’impatto sul clima aziendale. Il disagio occupazionale che ha colpito in misura così vasta il tessuto artigiano si avverte anche sul fronte del clima interno, sebbene in misura molto più contenuta di quanto i dati fin qui riportati lascerebbero intendere. Per il 51,8% degli intervistati del campione della ricerca CNA, sul luogo di lavoro regna uno spirito “collaborativo”, che coinvolge tutte le risorse presenti e che le vede remare nella stessa direzione e, spesso, sacrificarsi per un traguardo comune. A questi, va aggiunto un 7,6% di imprese che registra una situazione ancora più positiva, tale da definire il clima aziendale “dinamico”, con il personale che in questa fase critica sta dando il meglio di sé. D’altra parte, non si può trascurare quel 40,6% di imprese in cui quanto appena detto non costituisce un supporto sufficiente a sconfiggere le incognite che gravano sul futuro. Tra queste, prevalgono considerazioni solo moderatamente negative: il 27,4% definisce il clima aziendale “affaticato”, ovvero segnato da paure e incertezze che non consentono lo svolgersi di dinamiche di lavoro e relazionali ottimali. Il restante 13,2% di imprese esprime un disagio ancora più forte: sono quelle che definiscono “critica” l’atmosfera che si vive in azienda, improntata ormai a logiche e comportamenti conflittuali tra i vertici aziendali e i lavoratori.

Le competenze per uscire dalla crisi. Tra le dimensioni di competenza che le imprese reputano centrali per affrontare la crisi e ripartire, la difesa della qualità artigiana delle produzioni e dei servizi è quella considerata di gran lunga prioritaria (la indica il 66,8% degli intervistati). A seguire, vengono indicati il miglioramento della gestione economico-finanziaria (43,4%), dimensione su cui le imprese si sono trovate a doversi confrontare, e la ricerca di nuovi mercati (28,5%) che assieme alla riorganizzazione dei processi di lavoro (26,5%) rappresentano variabili decisamente meno strategiche.

Le piccole imprese puntano su quello che sanno far bene. Le dimensioni che le aziende reputano centrali per ripartire sono quelle su cui si sentono più solide da un punto di vista professionale. E’ indicativo che le aree su cui si sentono maggiormente scoperte e carenti, in termini di professionalità interne, sono proprio quelle considerate meno strategiche ai fini della ripresa: la capacità di individuare nuovi mercati (rispetto alla quale il 43,1% delle imprese ritiene carenti le competenze interne), la gestione degli aspetti economico-finanziari collegati al fare impresa (38,4%) e l’innovazione di processo (24,9%). Di contro, “solo” il 23,2% lamenta la carenza di competenze specifiche per garantire la qualità artigiana delle produzioni.

La crisi frena i processi di rinnovamento del capitale umano. Negli ultimi cinque anni le aziende hanno ricercato nuove figure, non solo per sostituire personale andato via (38,4%), ma anche con l’obiettivo di ampliare la propria attività (23,8%) e di migliorare la qualità aziendale (37,8%). La spinta a crescere ha condizionato la scelta dei profili ricercati, spingendo la ricerca su figure a medio-alta qualificazione: nel 14,1% dei casi hanno infatti ricercato figure di carattere dirigenziale o intellettuale, e nel 20,3% profili tecnici ad elevata specializzazione (periti industriali, geometri, esperti di altro tipo). Significativa è anche la quota di domanda rivolta alle professioni intermedie – impiegati e figure qualificate delle attività terziarie – che hanno rappresentato complessivamente il 16,7% della domanda, mentre per circa un terzo delle imprese, i principali profili ricercati sono stati quelli artigiani in senso stretto (34,9%). Ma la crisi ha frenato la tendenza in atto. Se oggi “solo” il 64% delle imprese, potendolo fare, sarebbe interessato ad assumere nuovo personale, la scelta si orienterebbe nel 45% dei casi verso profili artigiani e nel 18,4% verso qualifiche operaie. Solo il 20,8% sarebbe interessato ad assumere professionisti tecnici (periti, etc) e il 7% a figure ancora più qualificate, con funzioni di tipo dirigenziale.

Giovani, poco appealing per le aziende. Le piccole e piccolissime imprese artigiane non esprimono una particolare preferenza nei confronti delle risorse giovanili: solo il 32% dichiara l’intenzione di ricercare giovani con meno di 30 anni; e se la maggioranza considera la variabile anagrafica ininfluente nella scelta della professionalità da inserire in azienda, vi è invece un 15,3% che esprime una chiara preferenza per gli over 30.

La preparazione tecnica, che non sempre si rivela adeguata (39,5%) alle esigenze, le aspettative economiche talvolta non in linea con quelle che sono le effettive possibilità delle microimprese artigiane (28%), la scarsa attitudine al lavoro artigiano (26,6%) e la difficoltà a sopportarne gli elevati carichi (25,1%), sono i principali problemi che gli imprenditori riscontrano nell’inserimento dei giovani nel lavoro.

La concorrenzialità del lavoro straniero. Di contro, malgrado gli imprenditori non esprimano una preferenza particolare rispetto ai lavoratori stranieri, (anche se il 36,4% preferisce avere lavoratori italiani) sono pronti a riconoscere i vantaggi. L’effetto sostituzione tra stranieri e italiani che si sta realizzando in tanti lavori artigiani, deriva in primo luogo dalla loro disponibilità a svolgere mansioni che gli italiani hanno ormai abbandonato (50,7%), dalle minori pretese economiche e di status che avanzano (36,9%) e dalla flessibilità e adattabilità con le quali si pongono di fronte alle esigenze dell’azienda (35,6%). Aspetti, questi, che si rivelano di primaria importanza per le imprese artigiane, in cui i ruoli non sono formalizzati come nelle grandi imprese e lo spirito di sacrificio, la dedizione al lavoro e la disponibilità a “rimboccarsi le maniche” contribuiscono a generare la vera forza del modello.

La ricerca di personale, un’impresa nell’impresa. Nel momento in cui scandagliano il mercato alla ricerca di figure compatibili con il loro carattere e idonee a supportarne le attività, le imprese artigiane si trovano ad affrontare un percorso alquanto complicato. Più di tre imprese su quattro (76,3%), tra quelle che negli ultimi cinque anni hanno ricercato profili da inserire in azienda, sono andate incontro a difficoltà quando si sono confrontate col mercato del lavoro. È principalmente sulle competenze che ruota il mismatch tra domanda e offerta di lavoro nel comparto artigiano. Una questione che verte sulla qualità – più che sulla quantità – delle professionalità che il mercato offre, se è vero che per il 42,6% delle imprese i profili incontrati non hanno competenze in linea con quelle richieste, perché poco tecniche e specialistiche; solo un’azienda su quattro (25,1%), invece, ritiene che le professionalità tecniche stiano scomparendo, quindi addebitano al ridotto numero di candidati le difficoltà di reperimento.

Il nodo della formazione. Gli imprenditori denunciano un forte scollamento tra il mondo dell’istruzione e quello dell’impresa, che prende forma in un sistema educativo inadeguato ai bisogni delle aziende, perché figlio di un’impostazione troppo teorica e generalista – a scapito di un’esperienza pratica che andrebbe maggiormente incoraggiata – ma anche perché troppo frammentato in una miriade di percorsi formativi, che non sempre permettono uno sbocco occupazionale. Complessivamente, ben tre aziende su quattro ritengono il sistema formativo inadatto ai bisogni delle imprese (76,6%): in particolare, per un’impresa su quattro il sistema è “del tutto inadeguato” (24,2%), mentre per oltre una su due è “poco adeguato” (52,4%). Del restante 23,4% di imprese che comunque giudica il sistema formativo idoneo, solo il 5,4% delle aziende crede che questo sia “adeguato”, mentre per il 18,1% degli imprenditori è “abbastanza adeguato”.

A dare la valutazione più critica della qualità e dell’efficacia del sistema formativo italiano sono le imprese più strutturate, quelle che al loro interno necessitano di una maggiore diversificazione delle figure professionali e che, sempre più spesso e nonostante la crisi dell’occupazione oggi in atto, faticano a trovare sul mercato le competenze richieste. E, infatti, ben l’83,5% delle aziende con 20-49 addetti esprime un giudizio negativo sui canali dell’istruzione, reputati “poco adeguati” nel 54,9% dei casi, e “del tutto inadeguati” nel restante 28,6%.

Le accuse rivolte al sistema formativo sono sostanzialmente riconducibili a due filoni: da un lato, la percezione che i programmi formativi siano ispirati da una logica eccessivamente generalista, dall’altro quella che esista una separazione troppo netta e apparentemente insanabile tra mondo delle imprese e sistema scolastico. Più della metà degli imprenditori è convinta che i programmi formativi siano troppo teorici e generici (56,2%); per il 40,1% c’è poca comunicazione tra il mondo scolastico e quello produttivo, e quest’assenza di dialogo genera una mancata comprensione delle esigenze delle imprese; per il 39,7% degli intervistati si fa troppa poca pratica, e le risorse – economiche e tecnologiche – dedicate all’esperienza diretta sono inadeguate; per il 27,7% le esperienze formative – tirocini, stage, ecc. – promosse in ambito scolastico sono poche e poco efficaci; per il 23,2% la scuola viene meno al compito di trasmettere i valori fondanti del lavoro, quali la fatica, il dovere, il merito; per l’1,8%, poi, il sistema formativo è gravato da una complessità eccessiva che non giova all’efficacia dei percorsi scelti e alla qualità degli insegnamenti.

Promosso l’apprendistato. Se il mondo dell’impresa lancia, dunque, un’accusa precisa al sistema formativo, reo di trascurare, forse peccando di autoreferenzialità, le esigenze concrete che le aziende vivono nel loro operare quotidiano, salva invece l’apprendistato, unico strumento in grado oggi di fare da ponte tra mondo della scuola e dell’impresa.

Più di un imprenditore su tre ritiene che l’apprendistato, con il suo mix di studi teorici ed esperienza pratica fatta in azienda, fornisca ai giovani un “buon” livello di preparazione (36,1%). Altrettanti imprenditori, d’altra parte, danno dell’apprendistato un giudizio meno entusiastico, valutando come “media” la preparazione che questo permette di conseguire, così da richiedere un percorso di formazione più lungo e l’affiancamento di lavoratori già esperti (37,2%). Resta comunque una zona d’ombra, importante per dimensioni, in cui la figura dell’apprendistato non seduce, o perché considerata poco utile (il 16% degli imprenditori la ritiene “insufficiente”, specie nella sua componente teorica), o perché mai sperimentata direttamente in azienda (vale per il 10,8% delle imprese).

Un 2013 all’insegna della stagnazione, ma con qualche spiraglio di fiducia. Malgrado si trovino ancora nel pieno della crisi, le previsioni delle aziende per l’anno che verrà, ispirano qualche segnale di ottimismo. La maggioranza degli imprenditori pensa che l’azienda non uscirà dallo stato di stagnazione in cui si trova, mentre il 21,7% prevede il perdurare dello stato di crisi. Ma vi è quasi un 40% che intravede per l’anno appena iniziato, qualche spiraglio di fiducia: il 20,1% degli imprenditori parla di ripresa, l’11,6% di consolidamento dei risultati raggiunti, e il 6,5% di vera e propria crescita. Alla domanda su quali misure aziendali intenda adottare per il 2013, il 30,1% degli imprenditori risponde di voler riorganizzare i processi di lavoro, il 17,6% di ridurre l’organico, il 16,6% di riqualificare le risorse umane, il 15% di utilizzare (o prorogare) la cassa integrazione e il 14,9% di voler assumere nuovi dipendenti.

I paradossi delle piccole imprese italiane. La ricerca svolta dal Censis per CNA conferma alcune valutazioni ed analisi emerse in questi mesi anche da altri report e ci offre alcune interessanti stimoli, da valutare con attenzione. Tuttavia anche questo rapporto fa emergere alcune delle profonde contraddizioni che il nostro sistema delle imprese sembra vivere e che riguardano proprio i temi del lavoro e del capitale umano:

  • Si riconosce la centralità della presenza del fattore delle professionalità per poter rafforzare l’impresa, ma poi non si investe adeguatamente in formazione continua e con la crisi si rinuncia ad assumere professionalità adeguate;

  • Resta insufficiente l’attenzione del sistema formativo e della relativa offerta alla domanda delle imprese artigiane;

  • Grave il problema dell’orientamento e della disponibilità dei giovani ai mestieri artigiani, ma al tempo stesso le esperienze di mentoring e di rapporto tra sistema scolastico e reti delle piccole imprese sono limitate e poco sostenute;

  • Inadeguata la preselezione e la presenza di servizi per il lavoro in grado di orientare e selezionare giovani o lavoratori con competenze adeguate e di promuovere l’accesso ad incentivi per l’inserimento al lavoro, in un contesto che vede l’Italia in grosse difficoltà rispetto alla presenza di servizi per il lavoro di qualità sul territorio ed in grado di diventare un punto di riferimento per le piccole imprese. La difficoltà determinata dal sistema formativo nel promuovere una competenza tecnica adeguata si somma quindi a quella poi determinata dal mercato del lavoro nel far riconoscere e segnalare questa competenza all’impresa. Un vero circolo vizioso.

Sono temi noti, che richiedono una strategia complessiva, che chiama in causa le politiche del lavoro, troppo spesso lasciate a decisioni strumentali e parziali o alle volontà e capacità delle singole regioni, nella evidente assenza di un disegno nazionale. Si tratta di snodi importanti, da affrontare per provare a risalire la china e a riprendere la via dello sviluppo: senza le imprese artigiane questa via non si riprende.