Il lavoro che le imprese italiane cercano e non trovano: i dati delle rilevazioni Unioncamere ed Openjobmetis

Quando l’occupazione diminuisce in modo drastico e nello stesso tempo le imprese non trovano i candidati che cercano: questa è l’evidenza empirica del mercato del lavoro che non funziona. Da sempre questo accade in Italia e si è sostenuto che, in una situazione di crescita delle opportunità del lavoro come quella avvenuta fino al 2008 ( anche se soprattutto con avviamenti a termine), questa fosse una disfunzione se non fisiologica, quantomeno sopportabile. Il fatto che durante la più grave crisi occupazionale dal dopoguerra rimanga questa difficoltà delle imprese italiane nel trovare candidati per i pochi posti disponibili la dice lunga sul ritardo del nostro sistema formativo nel rispondere alla sua funzione: preparare le competenze richieste dal tessuto economico.

I dati UnionCamere del 2012, in particolare l’ultima rilevazione relativa a terzo trimestre, ci dicono proprio questo: rispetto alle 158mila assunzioni previste nel periodo considerato ben 21mila assunzioni sono considerate di difficile reperimento da parte delle imprese. Rispetto a questo fenomeno ormai consolidato da anni lo stesso primo ministro Mario Monti ha segnalato come l’insuccesso della formazione tecnica in Italia vada affrontato con misure importanti in grado di sostenere una migliore formazione tecnico professionale. Se consideriamo questo report trimestrale che legge l’attualità del gap formativo italiano, vediamo come le assunzioni di difficile reperibilità riguardino soprattutto il terziario ( ben 15mila nel trimestre) e le piccole o piccolissime imprese. Il dato del gap rispetto ai profili richiesti è presente in modo variabile su tutto il territorio nazionale, ma in un paese caratterizzato da profonde differenze in termini di opportunità occupazionali, è importante notare come questo aspetto sia presente in ogni regione, anche nelle regioni meridionali.

Il dato che UnionCamere ha evidenziato in questi mesi nei suoi report mostra come questo spreco di risorse umane rappresenti una evidente riprova del mancato incontro tra scuola e formazione: è necessario quindi promuovere percorsi di alternanza scuola-lavoro, favorire la diffusione di tirocini, realizzare compiutamente la riforma dell’apprendistato, aumentare la presenza di strumenti formativi specialistici e post secondari come gli ITS.

E’ evidente come pesi su questa situazione l’assenza di un sistema stabile di certificazione delle competenze, atteso ormai da anni.

Nell’analisi delle competenze di difficile reperibilità sono presenti alcune figure specialistiche tecniche come i matematici ed i laureati in fisica; mancano anche tecnici in campo informatico, operai specializzati nel tessile e calzaturiero; operai specializzati nella meccanica di precisione. Servono infine tecnici dei servizi alle persone ed ingegneri. Va notato tuttavia come, soprattutto nelle imprese di minore dimensione, si rilevi come la difficile reperibilità non riguarda solo il candidato, ma soprattutto il fatto che il candidato, oltre al titolo di studio, sia in possesso di una reale e verificabile preparazione per la mansione richiesta. La preparazione inadeguata rispetto a quanto richiedono le imprese costituisce una ulteriore riprova di come il nostro sistema formativo vada profondamente ripensato, per poter rispondere alle necessità espresse dall’economia e dal territorio. I dati delle rilevazioni complessive di UnionCamere sono peraltro confermati da altre analisi settoriali. Così come mancano tecnici specialistici laureati e con esperienza e competenza, continuano a mancare i profili dei mestieri artigiani più tradizionali.

Si cercano falegnami, saldatori, carpentieri, calzolai, cuochi, macellai, fresatori, piastrellisti, elettricisti e meccanici: quello delle nostre imprese artigiane è un vero e proprio allarme. Secondo le organizzazioni del settore questo divario è anche la conseguenza nell’immaginario dei giovani di una scarsa appetibilità dei lavori manuali, oltre che delle note difficoltà del sistema di istruzione professionale e del raccordo tra scuola e lavoro. Sono dati che vengono registrati anche dagli osservatori delle agenzie per il lavoro. OpenJob Metis, una delle più importanti agenzie italiane, nei suoi rapporti periodici mostra come il nostro mercato del lavoro non sia affatto saturo rispetto ai profili della tradizione manifatturiera, sia per i profili più tecnici ( come tornitori, saldatori o fresatori) che per quelli legati ai mestieri, come i pasticcieri o i calzolai.

Esiste una eccellenza anche nei mestieri artigiani, basti pensare alle scarpe su misura, che va quindi ricreata, promossa e diffusa, anche attraverso azioni di orientamento, nelle nuove generazioni. Si tratta di opportunità che provengono dalla migliore tradizione del saper fare italiano e su cui è necessario misurare la capacità e la funzione del nostro sistema formativo. Si tratta di un impegno che riguarda le forze sociali, il Governo e le Regioni, a cui in questi anni sono state attribuite risorse e responsabilità importanti sul capitale umano, che non hanno portato ovunque ai risultati attesi.    


2 commenti

  1. Sono pienamente d’accordo con quanto asserito nell’articolo in particolare per quelle professioni che nessun italiano vuole fare.
    E’ altresì vero che i disoccupati o non occupati sono divisi fra i giovani malpreparati dalle nostre scuole e università e dagli over 50 che pur avendo una preparazione non vengono reimpiegati.
    La maggior parte degli annunci si rivolge ad una categoria di lavoratori che non esistono ovvero giovani e professionalmente preparati.

    • anche questo e’ vero.
      Ricordo un’inserziona di alcuni anni fa’, in cui una ditta di Curno cercava un giovane diplomato capace al contempo sia di configurare e pianficare sistemi ERP che di cambiare il toner delle stampanti.
      Non aggiungo altro.