Da quantità a qualità. Nel lavoro conta il come, non solo il quanto

Davvero i numeri sulla quantità dell’occupazione, sui disoccupati spiegano ogni cosa? Forse in una economia avanzata diventa utile conoscere anche i dati sulla qualità: quelli che mostrano i contenuti ed i risultati del lavoro. Sono i dati che si  traducono nella misurazione di due aspetti di fondo, che connettono l’occupazione allo sviluppo, al PIL, forse più di quanto ci dicano i numeri della quantità dei lavoratori occupati. Si tratta dei numeri sulla produttività del lavoro italiano e di quelli sulle competenze richieste dalle imprese.

Se proviamo a spiegare questa crisi “della quantità di lavoro” collegando la quantità alla qualità escono valutazioni di grande interesse, che mostrano fenomeni tra di loro ben collegati e che vengono spesso poco valutati. Gli italiani che lavorano sono pochi, ma non lavorano poco, anzi. L’opinione che tra feste e ferie il lavoratore italiano produca meno perché impegnato meno sul posto di lavoro è piuttosto diffusa e ha dato luogo tempo fa persino ad un intervento del sottosegretario all’economia Polillo, che ha esortato le parti sociali ed il governo a trovare un accordo per poter ridurre il tempo dedicato alle ferie ed alle feste, per aumentare l’orario dedicato al lavoro. Le valutazioni e le analisi effettuate su questo tema dicono che, da un lato, i lavoratori italiani godono di ferie e vacanze più della media europea, ma che, dall’altro, in Italia non si lavori affatto meno rispetto a quanto accade nel resto d’Europa. Il punto, segnalato da tutti gli osservatori, è però un altro: non è il monte orario, non è la quantità del lavoro che determina la crescita. Tant’è che gli italiani, tanto per sfatare un mito, lavorano di più persino dei tedeschi o dei norvegesi. Eppure Germania e Norvegia hanno una crescita di molto superiore a quella italiana.

Il problema sta quindi altrove e va valutato per i suoi aspetti oggettivi, che ci impongono una riflessione sul come, più che sul quanto si lavora. Il calo della produttività dipende infatti dal ritardo dell’economia italiana rispetto ai fattori produttivi legati all’innovazione ed al capitale umano, non dipende dalla quantità delle ore lavorate: una economia che cresce in produttività facendo leva solo sull’aumento del monte orario e della base occupazionale rappresenta una economia arretrata. In Italia la produttività è cresciuta poco perché è legata principalmente alla base occupazionale, che determina una crescita limitata e che da alcuni anni è sostanzialmente ferma. I fattori della produttività delle economie avanzate sono ben altri e si legano alla qualità ed alla efficienza, non alla quantità o allo sfruttamento di impianti e lavoro.

Secondo gli studi più accreditati e le comparazioni più recenti il vero fattore di ritardo della produttività italiana riguarda aspetti tra loro diversi, ma complementari e su cui un reale intervento di sostegno allo sviluppo dovrebbe agire: si tratta del deficit nelle tecnologie informatiche ed in particolare nel rapporto tra utilizzo dell’informatica ed organizzazione del lavoro; il ritardo della pubblica amministrazione e del sistema delle microimprese rispetto agli standard di efficienza; una leva fiscale e creditizia che non valorizza e premia la crescita dimensionale delle imprese e la scelta di investimenti per la capacità competitiva sui mercati, il fattore centrale della formazione continua, del capitale umano e del funzionamento del mercato del lavoro.

Sono valutazioni che confermano i dati di Eurofond dai quali risulta come l’Italia e la Grecia lavorino più di Germania e Francia per quanto riguarda il monte orario settimanale (38 ore l’Italia e ben 40 ore la Grecia, contro le 37 ore della Germania e le 35 della Francia). Se si considerano non le ore contrattuali, ma quelle effettive, computando straordinari, feste e ferie, si scopre che il dato italiano resta invariato, mentre aumenta l’impegno dei lavoratori tedeschi, per via soprattutto degli straordinari, in quanto le festività in Germania sono superiori a quelle presenti nel nostro calendario. La quantità del lavoro sembra quindi incidere sempre meno sulla produttività e sono stati gli sforzi in innovazione ed efficienza che hanno in questi anni migliorato la situazione francese e tedesca e permesso alla Spagna di superare l’Italia, anche perché la performance italiana misurata sui parametri europei è quella del gambero. Nel 2001 sul parametro 100 di misurazione della produttività eravamo a poco meno di 117, mentre nel 2010 siamo stati valutati a 101,5. Un crollo dovuto agli inadeguati investimenti sia nel settore pubblico che privato in efficienza, qualità, capitale umano, flessibilità di orari, aggregazione, reti e crescita dimensionale, marketing, innovazione e ricerca. Una delle conseguenze di questo arretramento è la ripercussione sui nostri salari del mancato salto di qualità della capacità produttiva. I sistemi economici che pagano gli stipendi migliori sono quelli con maggiore produttività, in quanto si determinano in questo modo maggiori margini di competitività e quindi di guadagno. Questa connessione tra produttività e salari spiega come mai in questi anni i lavoratori tedeschi , che lavorano in media 1658 ore annue, prendano uno stipendio quasi doppio rispetto al lavoratore italiano (42.400 euro contro 26.181 euro ), che però lavora di più (1679 ore l’anno è la media italiana di ore lavorate)! Questo fenomeno rispecchia esattamente l’andamento della produttività: rispetto al decennio trascorso sono cresciuti i salari nei paesi in cui è più cresciuta la produttività. Il punto da affrontare è quindi chiaro: come e non quanto lavori.

Guardiamo allora quali sono le scelte efficaci per rendere produttivo il lavoro e proviamo a capire in che condizioni si trovi il nostro Paese. L’Italia è nell’Europa a 27 il paese in cui la produttività è meno cresciuta:  nell’ultimo decennio ci troviamo di fronte ad una crescita di poco superiore al 1,4%, contro una crescita media della produttività nei paesi europei quasi del 12%! Esiste una oggettiva corrispondenza tra la mancata crescita del PlL, l’arretramento del tasso di occupazione, i bassi salari ed il dato relativo all’inadeguato aumento della produttività. Vale la pena considerare, come esempio chiarificatore, proprio il confronto con la Spagna, paese che nel quadro europeo si trova oggi ad avere più difficoltà economiche e più disoccupati dell’Italia. In realtà la Spagna, pur colpita in questi mesi da forti difficoltà, nell’ultimo decennio ha aumentato il numero degli occupati ed anche considerando il crollo degli occupati spagnoli di quest’ultimo biennio, ha avuto nel 2011 più occupati che nel 2001. Il dato della produttività spagnola e quello del PIL è ancora più eclatante: rispetto al 2001 la Spagna ha avuto un aumento della produttività superiore al 10%, mentre il PIL è aumentato addirittura del 22%. Nel decennio, la Spagna fa quindi molto meglio di noi. Il confronto con altri paesi non ci conforta: all’aumento del PIL italiano del 4% corrisponde nello stesso periodo un aumento del PIL francese del 12% e del PIL inglese del 17%. In questo contesto diventa interessante valutare come sia del tutto analogo e connesso il fenomeno che riguarda il livello di produttività: nel decennio perduto dell’economia italiana è cresciuta solo dell’ 1.4%. Il confronto deve allarmare: la produttività italiana nell’ultimo decennio è cresciuta dieci volte meno di quella tedesca ed otto volte meno di quella media europea. Il punto, secondo gli economisti, riguarda proprio il collegamento tra l’aumento della produttività e l’allargamento della base occupazionale: in Italia i due fenomeni sono collegati, perché da noi ancora  si aumenta in produttività non per l’aumento dell’efficienza, ma soprattutto perché ci sono più persone che lavorano o perché le persone lavorano per più tempo. La produttività legata al numero di occupati e soprattutto al monte orario è più debole rispetto a quella che dipende dall’efficienza, dalla qualità e dall’innovazione e mostra un sistema fragile. L’arretramento dell’occupazione di questi anni ha portato quindi ad un calo in termini di produttività. E’ la riprova di come, per diversi motivi, l’Italia abbia in questi anni perso la sfida della qualità del lavoro e dell’innovazione e  di come si debba necessariamente porre al centro di ogni decisione questi aspetti, che sono quelli davvero in grado di incidere sul reale aumento della produttività e quindi sullo sviluppo.

Se l’economia italiana negli ultimi anni si è fermata, va considerato come il rallentamento fosse, secondo i dati ufficiali ISTAT, già in corso negli anni precedenti: veniamo da un ventennio di rallentamento progressivo, che ha determinato palesi effetti di stagnazione e difficoltà per via della crisi globale del 2008. L’Italia ha iniziato a perdere  colpi da almeno un ventennio, in modo progressivo ma inesorabile: si è trattata di una costante “perdita degli anticorpi” della nostra capacità competitiva che si è tradotta in termini di minore autonomia professionale, capacità d’agire, qualità e quantità del lavoro, produttività. Se persiste il freno allo sviluppo occupazionale, che costituisce ancora la principale leva italiana per la produttività, il rischio per la crescita appare evidente. E’ però evidente che il nostro ritardo è soprattutto un ritardo in termini di efficienza complessiva dei fattori produttivi, dentro e fuori l’azienda. E’ quindi sull’efficienza, la qualità, le competenze che si recupera in termini di occupazione e di sviluppo. Il punto ancora una volta è il come e non il quanto. In cosa l’Italia ha mancato questo salto di qualità, che permette ad altri paesi europei di resistere meglio alla crisi? Per esempio il fatto che l’Italia è tra i paesi europei quello che meno si è avvantaggiato dalla rivoluzione internet ed informatica degli anni novanta. Insomma: abbiamo comprato i computer ed attivato internet, ma abbiamo continuato a lavorare come prima. Il mancato salto di qualità nell’innovazione in una fase economica in cui lo sviluppo è legato essenzialmente ai fattori innovativi ha penalizzato l’Italia anche per la presenza di un dimensionamento aziendale molto basso. E‘ infatti dimostrato come la produttività cresca con la dimensione dell’impresa e come quindi la presenza di un tessuto produttivo molto parcellizzato e con un numero di microimprese nettamente superiore alla media europea non abbia favorito sia i processi di innovazione che la capacità produttiva.

Il dato della difficoltà della microimpresa nel competere in innovazione ed in qualità riguarda soprattutto il manifatturiero. Peraltro l’Italia è specializzata proprio in alcuni ambiti del manifatturiero tradizionale, in cui la produttività è più bassa. Inoltre Germania e Francia in questi anni hanno mantenuto una capacità di crescita delle grandi imprese nei settori con forte ricerca e sviluppo che l’Italia ha in parte perso o comunque limitato. La tenuta in produttività ed innovazione del sistema Italia lo si deve, secondo l’Istat, all’area intermedia delle medie imprese, che compensano però solo in parte le difficoltà delle micro imprese, perse in una condizione di marginalità e di difficoltà nella promozione di innovazione, e delle grandi imprese, che non hanno saputo reggere la sfida della ricerca e dello sviluppo che le imprese tedesche e francesi hanno invece saputo giocare meglio. Rispondono alla sfida le imprese che si sono poste decisamente sui mercati internazionali, che esportano, mentre sono più in difficoltà quelle condizionate dal mercato interno, come il mobile o la carta, che devono rispondere alla capacità di penetrazione di nuove aziende internazionali sul mercato.

Insomma, lavoriamo in pochi e lavoriamo male, quindi guadagniamo poco, produciamo poco e produciamo male. Chiude il cerchio il dato dei contenuti del nostro lavoro: come mettiamo in pratica il nostro sapere e quali saperi la nostra economia ci chiede di mettere in pratica. Questo modello economico porta con sé un segno diverso, che è dato dal ruolo centrale delle competenze e dei fenomeni che le riguardano. La connessione tra occupazione, produttività e competenze offre la misura della crescita e definisce la nota di fondo dello sviluppo. Anche qui i dati sono chiari e pesanti ed i problemi ci vengono da prima della crisi finanziaria del 2008. Il decennio perduto della crescita italiana è quello della perdita dell’occupazione (tasso di occupazione), dei salari (stipendi medi), della produttività (tasso di produttività) e della perdita delle competenze. Vediamo i dati di riferimento: il decennio trascorso ha cambiato il modello del saper fare, la nota di fondo delle competenze richieste. In tutti i paesi occidentali e nelle economie avanzate si è passati dal paradigma della flessibilità a quello della specializzazione. Non è più importante saperi adattare ed avere competenze di tipo intermedio, ma variabili e flessibili, quanto piuttosto essere molto specializzati e portare la propria specializzazione in un team di lavoro. Reti tra saperi specialistici: sembra sia questo il modo con cui si esprime il capitale umano delle economie più avanzate. Questo fenomeno si accompagna ad un altro: la polarizzazione delle competenze. Calano i saperi intermedi e cresce da un lato la domanda di competenze specialistici e dall’altra di conoscenze elementari. Questo fenomeno porta con sé rischi sociali enormi e va necessariamente governato. Tuttavia, come si legge nello specifico dossier Europa di questo numero del magazine, l’Italia anche sulle competenze sembra avere comportamenti anomali. In questi anni in tutti i paesi europei sono calate le competenze intermedie e sono aumentate le persone che lavorano con alta professionalità e quelle che lavorano con competenze elementari. Il dato comune è l’aumento in ogni paese della quota di popolazione che lavora con competenze elevate. Tranne in Italia. In questo decennio in Italia sono aumentati solo i lavoratori con competenze elementari. Con evidenti ripercussioni sui bassi salari e sull’assorbimento dei nostri laureati e diplomati. E’ previsto un leggero aumento nei prossimi anni della domanda di competenze elevate, ma comunque sarà inferiore all’offerta. Siamo il paese europeo in cui il titolo di studio premia di meno ed in cui abbiamo più lavoratori con competenze alte sottoutilizzati e sotto inquadrati. Si tratta del dato che chiude il cerchio maledetto di cui abbiamo parlato. Niente crescita, niente competizione e niente sviluppo per via di un circolo vizioso fatto da pochi lavoratori, bassa produttività, bassi salari, basse competenze. L’Italia del lavoro non è certo solo questo, ma se i settori produttivi italiani con buone competenze, salari e produttività si riducono e non vengono aiutati, questa crisi può davvero compromettere gli aspetti fondamentali del nostro sviluppo e del nostro stile di vita. Collegare occupazione, competenze, efficienza, produttività e salari: questa e l’unica via di uscita.

Facciamo nostra questa considerazione: “Essere privo di beni significa solo essere povero. Essere miserabile significa non essere in grado di mettere in pratica il proprio sapere”. E’ di Zhuang-zi, un maestro taoista vissuto più di 2500 anni fa. Niente di più attuale.

 

 

 

2 commenti

  1. Il dato drammatico sembra essere che ad un’elevata richiesta di specializzazione non si accompagnino garanzie nei tipi di rapporto lavorativo. Dunque la flessibilità, anche se teoricamente meno richiesta rispetto a qualche anno fa, resta comunque una necessità con cui molti (anche specialisti) devono, per forza di cose, fare i conti.

  2. Il punto viene centrato quando si dice che in Italia, al contrario che in altre economie forti, negli ultimi anni è cresciuta soltanto la richiesta di competenze elementari, e non invece di capacità specialistiche. La differenza rispetto al resto dell’Europa che conta è proprio quello; ed è sinonimo della scarsa rilevanza che sempre più ha il Sapere nel nostro Paese. L’indice di questo disinteresse si misura poi col fatto che i nostri possessori di sapere (di tutti i tipi: sapere scientifico, umanistico, tecnologico) si trovano costretti ad emigrare per poter sfruttare le loro capacità.